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Andrea Bosio: Torino fuorilegge. Criminalità, ordine pubblico e giustizia nel Risorgimento
Ecco il sistema giudiziario disegnato da Cavour e poi esteso all’Italia unificata
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admin - martedì, 25 maggio, 2021
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di Cristina Maggio


Uno dei pregi della storiografia di questi ultimi decenni è stato quello di aver ampliato il palcoscenico del passato, facendo salire alla ribalta personaggi inusuali nel panorama storiografico ereditato dall’Ottocento.

Alla storia politica, diplomatica e costituzionale dello Stato, si è aggiunto anche lo studio della marginalità e del loro conseguente controllo sociale. Al giorno d’oggi gli studi storici sulla criminalità stanno producendo una letteratura piuttosto vasta, anche se alquanto disorganica, che ha già una notevole storia nei paesi anglosassoni e ha da qualche decennio iniziato a prendere piede anche in Italia.

In questa direzione, lo studio di Andrea Bosio prende in esame il caso di Torino, allora capitale del Regno di Sardegna, in quel periodo centrale per la storia della Penisola che va dall’inizio della Restaurazione (1814) al compimento dell’unificazione nazionale (1861).

Il tentativo del volume (Franco Angeli editore, Milano, 2019, pag. 426) è quello di avviare un dialogo tra la storia sociale, istituzionale e politica in cui le complesse trasformazioni dei settori della polizia e della giustizia del Regno di Sardegna vengono messe in relazione con le evoluzioni del mondo della malavita cittadina.

Al centro della trattazione vi è dunque la capitale torinese che, in poco meno di cinquant’anni, andò incontro a una vera e propria esplosione demografica che gli fece raddoppiare la popolazione, facendola passare dagli 84 mila abitanti del 1814 agli oltre duecentomila del 1861. In questo scenario di tumultuosa crescita, anche la malavita passò dall’essere una criminalità di Antico Regime, fondata su piccoli illegalismi e sui reati contro la proprietà, a una delinquenza più moderna, professionalizzata e dalla più alta pericolosità.

Per affrontare questi mutamenti, la classe politica sabauda fu costretta a trasformare e a rielaborare le proprie politiche giudiziarie e il proprio modo di gestire l’ordine pubblico rispetto ai farraginosi e inefficaci metodi adoperati lungo tutto il secolo precedente.

E’ questo il secondo argomento del libro che ricostruisce, attraverso un ampio scavo nella documentazione archivistica, il lungo e faticoso processo, non esente da difficoltà e ripensamenti, con cui il Regno di Sardegna modernizzò il proprio sistema repressivo ispirandosi a quegli esempi istituzionali di origine napoleonica che proprio in quei decenni erano presi come modelli di efficienza e di operatività. Si venne così alla creazione di un sistema di controllo capillare e centralizzato, basato su un’incerta distinzione tra amministrazione della giustizia e poteri di polizia, che aveva come proprio stendardo, oltre alla lotta alla criminalità comune, la repressione a tutto campo di qualsiasi dissenso di tipo politico.

L’opprimente macchina repressiva dei Savoia, tuttavia, subì una forte cesura con la promulgazione dello Statuto avvenuta nel 1847, sotto un montante malcontento popolare. La nuova carta costituzionale, infatti, costringeva a un ripensamento radicale dei settori della giustizia e della polizia che rendesse possibili moderni e efficienti strumenti di controllo delle cosiddette “classi pericolose”, senza andare contro le garanzie che lo Statuto accordava all’individuo.

Gli anni Cinquanta videro quindi un torrenziale avvicendarsi di leggi, regolamenti e circolari che risistemarono tutto l’apparato di polizia, tuttavia, nonostante questo diluvio legislativo, il conflitto tra garantismo costituzionale e nuovo ordinamento di polizia rimase sostanzialmente irrisolto.

Nel momento in cui giunse al potere Cavour si accorse quanto fosse difficile instaurare uno Stato costituzionale fondato sul governo della legge senza correre il rischio di venir travolti dagli ambienti reazionari o democratici. Conseguentemente, il governo liberale, a causa della sua debolezza politica, fu costretto a riporre la sua fiducia nei metodi arbitrari e nella frequente violazione del diritto che aveva attirato i suoi strali prima del 1848. Questo portò al paradossale e contradditorio risultato che, mentre il garantismo costituzionale e i progressi della cultura giuridica portarono all’introduzione di tutta una serie di limiti processuali a favore del cittadino, parallelamente nella disciplina della sicurezza pubblica si affermò una logica volta a colpire tramite misure amministrative comportamenti o modi di essere su cui non si poteva più intervenire altrimenti.

Al momento del fatidico passaggio dal Regno di Sardegna al Regno d’Italia, il nuovo Stato unitario si ritrovò un ordinamento giudiziario largamente rinnovato e ormai in linea con i principi liberali, e una polizia che aveva solo sistemato sotto altra veste buona parte di quelle pratiche tipiche dell’età della Restaurazione.

La travagliata formazione dei settori della giustizia e della polizia sabauda negli anni Cinquanta diventa fondamentale per comprendere le vicende immediatamente successive alla nascita dello Stato unitario, quando i problemi d’ordine pubblico della nuova compagine statale superarono qualitativamente e quantitativamente quelli, tutto sommato modesti, del Piemonte della prima metà del secolo. Ben prima che emergenze come il brigantaggio del Meridione imprimessero una radicale e irreversibile torsione al sistema repressivo italiano, nel Regno di Sardegna degli anni Cinquanta era già presente, anche se ancora in forma larvale, l’inevitabile esito di quel conflitto tra la necessità di una severa repressione dei comportamenti illegali e la tutela dei diritti che pure lo Statuto albertino aveva concesso all’individuo.

Andrea Bosio è dottore di ricerca in Studi Storici presso l’Università degli Studi di Trento ed è stato borsista presso la Fondazione Einaudi di Torino. La sua tesi di dottorato, che costituisce la base di questa pubblicazione, ha vinto nel 2018 il premio “Sergio Sandrone” bandito dalla Deputazione Subalpina di Storia Patria per studi sulla storia del Risorgimento. Ha collaborato con diversi istituti di ricerca piemontesi e italiani.

                           
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