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Rosolino Cacioppo, de La Nana, era mafioso o era un minchione?
Il saggista Piero Meli mette a confronto il pensiero di Sciasca, Strati e Randazzo. Ne esce fuori un interessante intervento di critica letteraria
Rosolino Cacioppo, de La Nana, era mafioso o era un minchione? admin
admin - venerdì, 7 agosto, 2020
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di Piero Meli

    

     Nella descrizione che il Navarro della Miraglia fa di Rosolino Cacioppo, personaggio della Nana, Leonardo Sciascia vi vede un «giovane di mafia». Mario Strati non ci sta e nella prefazione a Ces messieurs et ces dames scrive ben otto pagine per contraddire questa interpretazione di Sciascia.

     Per il professore calabrese quella di Sciascia è una forzatura bella e buona. Perché a suo dire da quel che si ricava dalla descrizione di Navarro le cose non starebbero proprio così. E cita il passo in questione: «Quel giovane, certo Rosolino Cacioppo, aveva sospirato lungo tempo, inutilmente, dietro a Rosaria. Era qualche cosa di mezzo tra il minchione e il picciotto dritto, un miscuglio di bonomia e scaltrezza, un insieme di svegliato e di tardo. La sua intelligenza, a volte, pareva fina, e a volte coperta da uno spesso strato di buaggine. Egli afferrava al volo l’intimo senso di certe cose, e non comprendeva affatto certe altre».

      Qui Strati mette punto e va a capo. E spiega le sue ragioni in questi termini: «Come appare evidente [Navarro] non dice che Rosalino Cacioppo fosse “un picciotto dritto”, ma “qualche cosa di mezzo tra il minchione e il picciotto dritto” C’è, dunque, da parte di Sciascia, un’interpretazione “forzata” del testo».

    Insomma, per farla breve, il professore Strati, inerpicandosi tra vie e viuzze, tra confronti di testi e di costumi, saltellando da Navarro a Sciascia, passando attraverso la novella verghiana Cavalleria rusticana e una sua personalissima lettura di Una festa sulla quale completamente dissentiamo perviene alla conclusione, categorica, che «Rosalino Cacioppo non è un picciotto dritto» (pp.XC-XCI).  

       Ne siamo felici. Ma ci sorge un dubbio. Ragionando per esclusione, se Rosolino Cacioppo non è un picciotto dritto, che cos’è allora? Un minchione?

       Questo porterebbe a credere il professore Mario Strati. Di conseguenza, l’interpretazione finora data al finale della Nana andrebbe rovesciata. L’orgoglio siciliano è salvo. Non un mafioso, bensì soltanto un minchione poteva farsi carico delle corna di Rosaria Passalacqua.

       Peccato che questa rivoluzionaria scoperta sia anch’essa una forzatura, perché omette alcuni passaggi essenziali che ne inficiano la rigorosità logico scientifica. Il professore Strati infatti nella sua prova dimostrativa s’è scordato qualcosa. Ad arte o per parte, non sappiamo. Ha preso da Navarro solo quel che gli serviva, tralasciando il resto. Non ha per esempio considerato che Navarro dice pure che Rosolino Cacioppo «era capace di fare un atto di coraggio e di commettere una vigliaccheria senza nome». E queste affermazioni non sono certo qualità di un minchione, ma pendono di più e in maniera preponderante sull’altra sponda, quella del picciotto dritto. E c’è ancora dell’altro che il professore calabrese omette nella sua analisi. Omette la parte più importante che Navarro descrive del carattere di Rosolino: «aveva in sé due forze fatte per escludersi e che pure, malgrado ciò, stavano d’accordo; aveva due qualità contrarie, due aspetti diversi, due facce opposte». Quelle due forze che il professor Strati vuole arbitrariamente escludere a vicenda, sono invece due facce della medesima medaglia. Inscindibili. Sciascia ha scelto, giustamente o impropriamente o forzatamente, come più vi piace, la faccia più preponderante, quella del mafioso; ma il professore Strati quale ha scelto? Nessuna. Né quella del minchione, né quella del mafioso. Somiglia molto a colui ch’è salito su un albero e poi non sa più come scendere. Dice solo che Rosolino non è un picciotto dritto. E lì si ferma.

    Ora chi ha studiato seriamente e conosce davvero Navarro sa bene che rientra perfettamente nello stile del sambucese, il gusto per i contrasti, per le descrizioni in chiaroscuro, zeppe di proposizioni avversative. È una sua peculiarità. Molto evidente nei ritratti parigini. Ma anche nella Nana. Il ritratto di Rosolino lo abbiamo già visto, contrastante nel fisico e nel morale. Quello di Rosaria? Eccolo qua: «Parlando, alzava, come ogni contadina, un po’ troppo la voce, ma nondimeno aveva un garbo e un contegno da far invidia a parecchie duchesse di mia conoscenza».

   Questa caratteristica, pittorica, che gli deriva dalla frequentazione di Gautier, suo vero maestro, mi pare di averla rivelata e messa in risalto nel mio libro Il ventaglio chinese purtroppo assai scomodo per quanti sono stati abituati a zappare indisturbati il proprio orticello. Ebbene questa peculiarità del Navarro va tenuta presente nella analisi e nella interpretazione del romanzo.

   Vero è che Navarro non usa la parola mafia nel romanzo. Tuttavia bisogna convenire che fra i tratti affibbiati a Rosolino Cacioppo ci sono senza dubbio quelli del mafioso per il suo modo di agire scaltro e violento, per la sua capacità di «commettere una vigliaccheria senza nome». La polemica dello Strati, dunque, è una polemica peregrina che non ha ragione di esistere, che non scalfisce il giudizio di Sciascia e che non stravolge né l’impianto né la chiusa del romanzo. Non cambia niente se Rosolino Cacioppo è mafioso col bollo o senza bollo, se è mafioso a metà o se, più semplicemente, ha un carattere mafioso, come darebbe a pensare la definizione di picciotto dritto, in corsivo appunto per esprimere una tipicità, una particolarità.

         A condividere l’opinione dello Strati è Enzo Randazzo che però ne spara in aggiunta una tutta sua. Per il preside sambucese picciotto dritto è uno che riga dritto. Una spiegazione che con Rosolino Cacioppo   c’entra come i cavoli a merenda. Perché «rigare dritto» significa «comportarsi bene secondo la norma morale o gli ordini o i regolamenti». Mentre il termine picciotto sta invece dal lato opposto ed ha un’accezione essenzialmente malavitosa (vedi al riguardo Nicola De Blasi, in Bollettino n. 23 del Centro di Studi filologici e linguistici Siciliani, Palermo, 2012). La sua origine come dicono i filologi risalirebbe al 1860, al tempo della rivoluzione garibaldina.  I picciotti che si unirono a Garibaldi erano infatti i ragazzi che «fuggivano d’ogni banda» (Ippolito Nievo, Le lettere garibaldine, apparse postume nel 1861).

     In occasione della presentazione del mio libro Il ventaglio chinese, una signora di Sambuca mi chiese che ne pensassi dell’«arguta» osservazione di Strati.  Risposi con un fatto di cronaca vera. Nessuno al mio paese, a Palma di Montechiaro, avrebbe immaginato che un mite e rispettoso signore, bidello alle elementari, potesse essere un mafioso. Lo si seppe quando una notte i carabinieri lo fermarono in una zona vicina al mare chiedendogli che ci facessero due bombole di gas nella sua Cinquecento. Disse che andava «a pescare». Andava a far saltare in aria la casa di campagna d’un consigliere comunale.

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