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Garibaldi, l'eroe del Risorgimento, "testimonial" a sua insaputa
Due atteggiamenti a confronto: il Sud commemora quello che il Nord commercializza
Garibaldi, l'eroe del Risorgimento, "testimonial" a sua insaputa admin
admin - mercoledì, 10 giugno, 2020
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di Piero Meli*

Una lettera svela come l’eroe dei due mondi fu “arruolato” a sua insaputa per un messaggio pubblicitario di una industria calzaturiera di un ex garibaldino che regalò un paio di stivali al Generale

Quasi tutto è stato raccontato dello stivale di Garibaldi centrato ad Aspromonte il 29 agosto 1862 da una pallottola partita dalla carabina del bersagliere Luigi Ferrari. Si sa che lo stivale insanguinato fu raccolto dal futuro zio di Pirandello, l’avvocato Rocco Ricci-Gramitto, scrittore di versi e luogotenente di Garibaldi, e portato tra la commozione popolare il 26 ottobre 1862 a Girgenti come “sacra e dolorosa reliquia”. Il resto è aneddotica.

Nessuna manifestazione a favore di Ricci-Gramitto e dello stivale di Garibaldi vi fu a Girgenti. Non v’è traccia alcuna nelle Memorie storiche agrigentine del Picone. Né l’intransigente prefetto Enrico Falconcini l’avrebbe mai autorizzata. Era già tanto se aveva lasciato correre all’inizio del suo mandato prefettizio la scenata, subito però dispersa, della banda musicale che sotto casa gli aveva intonato l’inno a Garibaldi. Perciò s’era ripromesso che mai più in avvenire si sarebbero ripetute cose del genere. E fu di parola. «Nessuna dimostrazione – scriverà con una punta di orgoglio, dopo aver lasciato Girgenti – avvenne più nella città finché io vi fu» (in Cinque mesi di prefettura in Sicilia, 1863).

Lo stivale, donato poi al Ricci-Gramitto dal Generale con lettera da Caprera del 26 gennaio 1863 («tenete lo stivale che raccoglieste ad Aspromonte in memoria del vostro G. Garibaldi»), verrà regalato al municipio di Roma e collocato al Museo del Risorgimento. Una targa spiega che fu «dono degli operai di Milano». Operai di che?

Ecco il senso del nostro iniziale «quasi tutto». Non è stata appunto raccontata ancora la verità sulla provenienza dello stivale. La storia è rimasta sepolta in una ignorata lettera che si conserva all’Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano di Roma, e che fu esposta a cura del suo stesso destinatario, Rocco Ricci-Gramitto, tra migliaia di oggetti nel padiglione del Risorgimento all’Esposizione di Torino del 1884.

L’autore della lettera è anch’esso un garibaldino, Massimo Fioroni, proprietario d’un cappellificio in Milano al numero 26 sul ponte di Porta Vittoria. In essa il cappellaio, semianalfabeta per cui la lettera è di difficoltosa interpretazione ma se ne coglie lo stesso il senso, scrive il 5 aprile del 1869 all’avvocato Rocco Ricci-Gramitto di essere venuto a conoscenza per mezzo d’un altro commilitone, il signor Traversa, «che lo stivale esiste nelle sue mani». Se ne rallegra e, infine, trascrive la lettera di ringraziamento ricevuta da Garibaldi per il dono degli stivali. È lui, dunque, Massimo Fioroni, l’autore e il donatore dello stivale.

Ma quanta differenza tra la chiusa e devota sacralità patriottica del Ricci-Gramitto e la spregiudicata imprenditorialità del milanese Fioroni che in alto nella sua carta da lettera si fa stampare un vistoso stivale tra due medaglie di benemerenze industriali incorniciati dalla scritta «Aspromonte. M. Fioroni cappellaio autore dello stivale. Milano».

Chi l’avrebbe mai detto? Col dono di appena un paio di stivali, Giuseppe Garibaldi, l’«Eroe dei due mondi», fu arruolato, a sua insaputa, a testimonial pubblicitario d’una industria calzaturiera. Aspromonte fu dunque per l’intraprendente ex garibaldino una bella fortuna.

La lettera di Fioroni? Potrebbe essere un’ulteriore riprova per irriducibili revisionisti che il Risorgimento servì in ogni caso al Nord.

* Saggista

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