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Morto Lillo Maggio (Patricola), l'imprenditore a cui avevano appesantito le ali
Si divideva tra la sua azienda agricola e la passione per la politica. Uomo noto della vita pubblica margheritese
Morto Lillo Maggio (Patricola), l'imprenditore a cui avevano appesantito le ali admin
admin - domenica, 26 aprile, 2020
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di Joseph Cacioppo

 

Morto Lillo Maggio, per tutti Lillo Patricola. Margheritese doc. Il tempo della vita, della sua vita, è scaduto. Il tempo in cui le lancette si sono fermate non è, per il mondo intero, tra i migliori per la celebrazione dei riti che la società ha adottato per accompagnare il passaggio tra i due mondi, da quello sulla terra a quello che sta nell’animo umano.

Ma lui non se ne sarà dispiaciuto. Non amava i riti e nemmeno le cerimonie. Fuggiva dai riflettori sdolcinati. Non da quello degli impegni concreti. Indossava la faccia da burbero per non farsi scoprire timido.

Era a disagio nel maneggiare i sentimenti. La pubblicità ha creato nell’immaginario collettivo la figura dell’uomo che non deve chiedere mai. Ecco, lui, Lillo Patricola aveva deciso di indossare quella maschera. Non certo per assecondare Pirandello ma solo per difendersi da modi comportamentali che non lo vedevano a suo agio. Anche se, ne siamo certi, in alcuni momenti avrebbe voluto piangere. Quel pianto liberatorio che aiuta a smaltire la rabbia accumulata.

Non aveva un profilo facebook. Nemmeno per guardare dal buco della serratura sulle bacheche degli altri.

E già questo denota il suo rapporto con il tempo e per il tempo.

Quando decideva qualcosa si innervosiva se il tempo per realizzarla fosse superiore all’attimo.

La sua era una sorta di corsa contro il tempo. Che anticipava. Anche in politica.

C’era lui tra gli ideatori della prima lista “civica” nel paese del Cafè House. Si c’era stata la lista di “la sciacca”, ma in quel caso si trattò di una frattura interna al partito socialista. Tant’è che poco dopo tutti rientrarono o cambiarono casacca, ma sempre all’interno dei partiti tradizionali.

La “sua” lista civica, sulla scia dell’esperienza di Leoluca Orlando, riuscì a coinvolgere esponenti della società civile e qualche presenza femminile.

Ha dimostrato di avere intuito politico. Le incomprensioni arrivavano dopo. Fu lui ad indicare il nome di Antonino Russo. Appoggiò Giorgio Mangiaracina e Franco Valenti nella sua prima esperienza andata a buon fine dopo una sfilza di fumate nere.

Con il sindaco Valenti il “divorzio” arrivò sul diverso valore assegnato al “tempo”. Dinamico e pragmatico Lillo Patricola, sornione e teorico del “non fare oggi quello che puoi fare domani”, l’altro.

Nella teoria della relatività – ha detto Stephen Hawking - non esiste un unico tempo assoluto, ma ogni singolo individuo ha una propria personale misura del tempo, che dipende da dove si trova e da come si sta muovendo.

E non solo nella teoria della relatività, viene da dire.

Per Lillo Maggio il “tempo” era diventato così il suo tallone di Achille. Il tallone su cui mirare per colpirlo. Se ne accorse anche chi non amava la sua libertà di spirito. Chi non ha mai apprezzato quanti mettono in discussione il suo “potere” su tutto ciò che si muove a Santa Margherita di Belice. Una monarchia assoluta che, ogni cinque anni, cambia volto ma non poltrona.

In questa lotta per la valorizzazione del tempo ha dovuto arrendersi alla “mafia bianca”. Di quella raccontata dalle sentenze dei tribunali e dalla letteratura sapeva difendersi. Da uomo della terra, contadino dichiarato e praticante, sapeva come si prende il toro per le corna e come si raddrizza un albero che pende da un lato. Ma di fronte a chi, invece della lupara, imbraccia la calamita per fermare le lancette del tempo si è scoperto nudo. Indifeso. Nessuno scudo, ancorché cercato disperatamente, ha protetto il suo vulnerabile tallone. Le sue iniziative si sono rivelate deboli di fronte alla “mafia bianca”.

Non aveva un carattere facile. Il solo galateo che conosceva era quello del contadino, per il quale la parola è parola. E per il quale “lu rispettu è misuratu, cu lu porta l’avi purtatu”.

Non aveva peli sulla lingua. Era riservato sulle questioni private. Per quelle collettive nessuno poteva accusarlo di essere omertoso. Anzi.

La società libera muore se non c’è dissenso”, ha scritto ieri mattina la sorella Giusy commentando un post su un pensiero di Albert Camus: “L'unico modo per districarsi in un mondo non libero è diventare così completamente libero che la tua stessa esistenza è un atto di ribellione”.

E Lillo Maggio era “la ribellione”. Quindi non in linea con il tempo dei yes man.

Non si è in grado di dire se lo stress, lo stare per troppo tempo sotto tensione, crei scompensi nel corpo oltre che nell’anima. Ma è certo che quando il male ha preso anche il corpo allora il tempo, il suo tempo, è diventato veramente poco.

Ha riposto piena fiducia nei medici che lo hanno avuto in cura e con i quali discuteva del tempo. Il tempo della degenza, della cura, della ripresa.

Continuava a seguire i suoi progetti come se avesse ancora tempo. Con la forza che, però, era solo il ricordo di quella di un tempo. La zavorra della calamita gli aveva appesantito le ali.

Il tre maggio, giorno che a Santa Margherita di Belice si festeggia il SS. Crocifisso, avrebbe compiuto 68 anni. Non c’è stato il tempo per spegnere le candeline.

 

                           
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