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Se la noia “uccide” più del coronavirus
I fedeli frequentatori dei circoli di paese costretti a rivoluzionare le loro giornate
Se la noia “uccide” più del coronavirus admin
admin - venerdì, 20 marzo, 2020
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di Joseph Cacioppo

 

“Ma la cosa eccezionale, dammi retta, è essere normale”, cantava Lucio Dalla in “Disperato erotico stomp”, la canzone che pare fosse stata dedicata a quanti si ritrovano sentimentalmente soli. Già, la normalità e la solitudine. Temi attuali. I telegiornali, i programmi di intrattenimento, i giornali, ci fanno la cronaca dettagliata di quanto si allarga giorno dopo giorno il virus che sta mettendo in discussione la nostra vita quotidiana, la nostra vita sociale. Per molti è una cronaca lontana, come lo era l’emergenza sanitaria cinese. Sono lontani i tantissimi decessi in pochi giorni. Sono lontani gli ospedali che non hanno medici, posti letti, respiratori e mascherine.

Continuiamo a non tenere conto delle raccomandazioni delle Autorità. All’assunzione di responsabilità preferiamo le disposizioni imperative che minacciano sanzioni.

Eppure qualcosa è cambiato nelle nostre abitudini quotidiane. Anche in un piccolo centro di provincia che qualcuno ama chiamare “paese del Gattopardo”. Anche lì c’è la solitudine di don Fabrizio.

Piccoli gesti, piccoli appuntamenti. Sono “saltate” le tavolate di S. Giuseppe. Salterà la “rappresentazione vivente della Passione di Cristo”. Annullati funerali e matrimoni. La messa domenicale, unico evento mondano per molti, rinviata a data da destinarsi. Ma si tratta pur sempre di occasioni di socialità apparente. Di cui spesso siamo spettatori, raramente attori.

Protagonisti lo diventiamo nel nostro piccolo, nella nostra solitudine.

Se la sera fai fare la passeggiata al cane, attorno al tuo isolato, non incontri anima vita. La mattina invece qualche trattore che si avvia al lavoro lo incontri. Davanti al forno c’è la fila ordinata. Stesso ordine dal medico e in farmacia. Sporadiche presenze dal tabaccaio e in edicola.

Poi arrivi in piazza e un pugno ti colpisce lo stomaco: il sen. Giuseppe Traina presidia il Circolo degli Operai ed il Circolo Garibaldi chiusi per evitare assemblamenti. Ed allora realizzi che qualcosa non va. Alla chiusura dei bar sei abituato, almeno per il turno settimanale o per il periodo di ferie. Ma i Circoli no. Non hanno turno di chiusura settimanale, non vanno in ferie. Anzi, per il periodo delle ferie si animano con gli emigrati che ritornano in paese per le vacanze.

Si, l’attuale emergenza sanitaria può trovare forma plastica nella chiusura dei Circoli, di quelli margheritesi come di quelli di ogni altra comunità dove rivestono un ruolo.

Per molti il Circolo rappresenta una seconda casa, il “luogo di lavoro” post pensione, uno stile di vita. Non è sostituibile con la televisione, con un libro, con le discussioni in famiglia. Anzi, spesso sono incompatibili. La chiusura del Circolo è la noia. Maledetta noia, cantava Franco Califano in “Tutto il resto è noia”. Una noia che ora, con l’emergenza coronavirus, prende corpo in tutta la sua drammaticità.

E non vale il detto mal comune mezzo gaudio. Perché come ricorda Francesco Guccini ne la “Canzone quasi d’amore”, “ti accorgerai da sola, nemmeno dopo tanto, che la noia di un altro non vale”.  

Chissà se esiste lo “smart burraco” per superare l’emergenza.

  

                           
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