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Ah! Mussolini. Dalle lettere giovanili a Massimo Erede il ritratto spensierato dell’autore de Il Gattopardo
Su Lampedusa fascista il saggista Piero Meli bacchetta Gioacchino Lanza. I primi scritti di Giuseppe Tomasi Duca di Palma su una rivista genovese
Ah! Mussolini. Dalle lettere giovanili a Massimo Erede il ritratto spensierato dell’autore de Il Gattopardo admin
admin - lunedì, 10 febbraio, 2020
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di Piero Meli


«Caro ed illustre individuo», con questo tono baldanzoso, goliardico più che altro, comincia una delle lettere che il trentenne Giuseppe Tomasi scrive a Massimo Erede tra il 1925 e il ‘27. Dodici lettere da ogni parte d’Europa, raccolte e pubblicate nel novembre scorso in edizione limitata di 200 copie numerate col titolo Ah! Mussolini! (Milano, De Piante editore, 2019, postfazione di G. Lanza Tomasi). 

Lettere che si collocano al tempo dell’esordio letterario del futuro autore del Gattopardo sulla rivista genovese “Le opere e i giorni”, diretta da Mario Maria Martini, alla quale collaborarono autori illustri come De Roberto e Pirandello. Si deve ai buoni uffici appunto di Massimo Erede se nella rivista appariranno gli scritti lampedusiani su Paul Morand, su W. Butler Yeats e una recensione in due puntate al Cesar di Gundolf, di cui, primi in Italia, ci siamo occupati nel 1973 in un saggio, Gli scritti critici di Lampedusa giovane, pubblicato sul n. 9 della prestigiosa rivista catanese “Le ragioni critiche”.

Il titolo del carteggio preferisce mettere in risalto il tratto politico del giovane nobilotto rampante e acceso nazionalista, alle prese con l’esaltazione della forza e della virilità secondo i dettami dell’ideologia fascista allora in voga. Lo proverebbero le sue esternazioni contenute in una lettera del luglio 1925, nella quale racconta d’essersi imbattuto, nel quartiere delle banche a Parigi, in un minaccioso corteo comunista con grida di abbasso, minacce e pietre, tra l’indifferenza generale. Il suo pensiero non può non andare a Mussolini e al suo pugno di ferro risolutore: «Ah! Mussolini!», esclama, inorridito da quella dimostrazione che accomuna pederasti e proletari.

Che c’entrano i pederasti con i comunisti? C’entrano, c’entrano. Perché sia le dimostrazioni di piazza che la pederastia sarebbero per il giovane duca di Palma «sintomo di bolscevismo». Parigi gli appare proprio come l’Italia del ’19.  E se per fortuna l’Italia «non è bolscevica affatto», lo si deve a Mussolini.  «E meno male – aggiunge ancora - che ci sono Bottecchia e Ascari», a dimostrazione della superiorità politica e civile dell’Italia sulla Francia.

Gioacchino Lanza nella postfazione a questo libro sostiene che nella maturità Lampedusa cambierà «radicalmente» opinione sul fascismo, fin dal 1938. Lo dimostrerebbe, secondo il figlio adottivo, un passo del Gattopardo dove lo scrittore alluderà al ventennio, descrivendo ironicamente quelle risolute formiche dai dorsi lucidi che marciano «verso il sicuro avvenire».

Per noi non dimostra un bel niente. Che c’è di antifascista in tutto questo? Non ci vuol molto a capire che il brano in parola nell’economia del romanzo assolve a una precisa funzione. È semplicemente un salto narrativo temporale, non di opinione, che fa la differenza tra i gattopardi e chi li sostituirà. Un pezzo insomma di storia dell’Italia unita: «Noi fummo i gattopardi, ecc. ecc.».  

Controprova? Ancora negli ultimi anni di vita l’autore del Gattopardo sentirà la puzza del proletariato sotto il naso. Per cui, ammesso che nel dopoguerra o giù di lì abbia cambiato (ma ne dubitiamo) atteggiamento verso il fascismo, la sua avversione al comunismo come partito di lotta di classe sarà viscerale. «Demos, nostro padrone e signore», gli sentirà dire Francesco Orlando. Insomma, stringi stringi, finito il fascismo, Lampedusa resterà comunque nei paraggi.

Ma l’interesse di questo libretto non è dato solo dalle simpatie politiche espresse da Lampedusa che peraltro sapevamo già dal Viaggio in Europa a cura di Gioacchino Lanza e Silvano Nigro, basti pensare alla lettera dello stesso periodo, sempre da Parigi, indirizzata al cugino Casimiro al quale Giuseppe comunica come «la strigliata di Amendola» lo avesse riempito «di delicata voluttà». Né possono interessare, per quanto edulcorate da uno stile scanzonato, certe spacconate da consumato viveur sulla epidemia pederastica che fra cento anni finirà per estinguere il maschio capace di avere rapporti sessuali con una donna, mentre lui invece lavora alacremente per la sopravvivenza della specie mascolina, approfondendo, con accurate indagini, il sesso d’una non meglio precisata “Mimì” e assaporando, oltreché la buona cucina d’oltralpe, «qualche donnetta» parigina.

Quel che viene fuori da queste lettere è piuttosto il ritratto d’un bamboccione spocchioso e viziato, che tiene a ostentare la propria superiorità di classe che gli permette di avere nella capitale londinese un pied - à - terre nell’ambasciata italiana, ospite dello zio Pietro Tomasi marchese della Torretta, dove è «superbamente alloggiato, squisitamente nutrito, perennemente trasportato in automobile». Alloggiato, nutrito, trasportato, vogliono tutti il complemento di agente. E chi se non Zione Pietro? Era talmente stimato lo zio ambasciatore, da essere spesso invitato, insieme con la consorte Alice Barbi, a colazione intima da re Giorgio a palazzo reale. Tanto che, quando Mussolini lo rimuoverà, re Giorgio scherzosamente farà finta di rifiutare le lettere di richiamo, presentategli dal marchese Tomasi della Torretta.

Ma sotto la scorza di questo scapestrato giovanotto, «di tendenze troppo vagabonde  e di umore troppo mutevole», che  nei suoi scritti genovesi non rinunzia a  firmarsi col predicato nobiliare (Giuseppe Tomasi di Palma), si nasconde una forte sensibilità quale può  cogliersi  nel saggio su W. B. Yeats («il mio Yeats» , dice proprio così  in queste lettere), quando cita i versi dell’irlandese nel dramma della contessa Cathleen: «Gi anni, immani bovi, neri calpestano il mondo e Dio, il pastore, gl’incita e li punge. Ed io sono schiacciato dalle loro zampe che passano». Versi che preludono al dramma della maturità.

Tra queste lettere e il capolavoro ci sono di mezzo le interminabili e dispendiose liti giudiziarie per la divisione del patrimonio del vero Gattopardo, le ristrettezze economiche e, come se non bastasse, la bomba fabbricata a Pittsburg che raderà al suolo la sua amata casa. Una catastrofe.

Alla fine della seconda guerra mondiale, Lampedusa – lo diceva lui stesso – si ritrovava ad essere uno di quei cinque principi palermitani «mendicanti». La sua grama esistenza non regge più al rango nobiliare. Sente di essere ai margini della società. La gloria di casa Salina?  Ricordi mummificati, ragnatele che gravano come macigni sull’ultimo dei Lampedusa. Il Gattopardo sarà la vendetta rabbiosa e dolorosa contro l’unico peccato vero, quello originale.  Irriderà i suoi antenati santi, bestemmierà contro il cielo, gettando nella spazzatura l’emblema della casata. È lì, nel gesto liberatorio della carcassa di Bendicò, buttata dalla finestra, che troverà pace.


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(Gran parte di questo articolo contiene notizie e giudizi inediti)

 

                           
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