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Da Zabut a Sambuca, intrighi e fantasmi nel borgo più bello d’Italia A.D. 1988, di Franco Lo Vecchio
Una sorta di continuazione de “I Racconti” di G. Tomasi di Lampedusa. Con storie e personaggi vicini alla famiglia dell’autore de Il Gattopardo
Da Zabut a Sambuca, intrighi e fantasmi nel borgo più bello d’Italia A.D. 1988, di Franco Lo Vecchio admin
admin - lunedì, 27 gennaio, 2020
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Cultura&Turismo [90]

 

di Salvatore Maurici

 

“Trent’anni dopo”, questa frase potrebbe essere il titolo di un articolo per un fatto di cronaca, o di un libro, come nel caso dell’opera di Alessandro Dumas padre. Più semplicemente si tratta degli anni trascorsi dal momento in cui Francesco Lo Vecchio mi ha messo tra le mani un suo dattiloscritto, dicendomi: “Leggilo, e dimmi che te ne pare”.

Cominciai a leggerlo, questo pacchetto di fogli legati da qualche spillo di ferro, superate le dieci pagine canoniche limite oltre la quale si esaurisce l’impegno morale e la pazienza per la lettura di un libro oltre la quale non si va se il contenuto non acchiappa, non convince, anche se fosse l’opera di un amico o di un grande scrittore, mi scoprii interessato e desideroso di andare avanti fino all’ultima pagine; era un libro che mi aveva incuriosito e che mi rimandava ad altre pagine, ad altre opere letterarie.

Erano una serie di racconti tra loro legati a filo doppio e che come una lama fredda, colpisce, taglia e penetra in profondità l’anima più profonda di due comunità; Santa Margherita di Belice e Sambuca di Sicilia. L’Autore con un gioco di prestigio ha unito personaggi e luoghi e così le due componenti parlano la stessa lingua, le stesse tavole del palcoscenico che i protagonisti calcano per la parte che il Regista ha affidato a sua maggior gloria.

Francesco Lo Vecchio da ottimo artista tratteggia a tinte forti i suoi personaggi, li veste con i costumi che a lui sono cari, nobilotti corrosi dai tarli del tempo, i religiosi impegnati e direi indaffarati nelle loro Funzioni Sacre (tralasciando il vecchio detto: “A monaci e parrini, stuccatici li rini) con le crinoline stantie condite con l’ironia e la saggezza che lo contraddistingue. Pittore scenografo tratteggia a tinte forti ogni più piccolo respiro delle donne che partecipano alle Funzioni religiose della Settimana Santa della comunità sambucese, la loro preparazione all’Avvenimento, leggendo le pagine del libro in merito par quasi di udire i respiri profondi, lo spezzarsi in seguito ad un singulto represso da troppo tempo e che decide di venire fiori con energia e poi il rumore dei passi, sulle pietre. Qui il pittore lascia spazio al cesellatore, un artista, cioè capace di dare forma e linee ai movimenti degli oranti con la stessa incisività e grazia maestra.

Tutti grani dello stesso rosario che l’Autore costruisce per se stesso, a suo maggior vanto e tutti egualmente belli per apportare bellezza, parte del mosaico etico, sociale e culturale che l’opera vuole rappresentare. Dunque il libro: Da Zabut a Sambuca, ci parla di cronache e cronachette, i vecchi saggi, quelli burberi ed un po’ severi, li definivano “curtigghiu”. L’Autore affronta questo tema con la serietà e la padronanza del bravo giornalista di cronaca, ben informato sui fatti e munito di penna graffiante, i suoi personaggi, sia pur ragionevolmente mimetizzati in carattere e panza, visibilità, con garbata ironia li scalza dai piedistalli dove l’ipocrisia locale li ha posizionati e li riposizione nella storia della comunità dove il loro fare, l’onestà messa o dismessa nell’esercizio nella gestione della cosa pubblica li vuole. Personaggi equivoci, veri che diventano figure importanti nel cicaleggio delle lunghe serate invernali, e personaggi inventati che diventano Veri e minacciosi nello sviluppo della trama del libro.

Tra i lettori si potrebbe scatenare la curiosità: “Chi è costui? A me sembra che…”. Facendoci appassionare della sua opera l’Autore spende molte pagine a tratteggiare la futilità umana, le donne prese dai loro vestiti nella ricerca spasmodica di fermare il tempo ed i guasti che esso apporta alla bellezza. “Uscivano da una solida cultura del nulla, ma soddisfatte di essersi edificate col niente. Una full Immersion nel vuoto”, si legge a pag. 77 del libro.

Per capire la bravura dell’Autore, la sua passione per le tradizioni popolari, basta leggere la descrizione che fa di un evento religioso che avvince tutta la Sicilia, la processione del Venerdì Santo, sembra di sentire lo scalpitio di coloro che partecipano alla processione ma ancor di più il loro respiro, il silenzio che segue al rumore della troccula.

A chiusura di un’epoca e di un mondo ormai infracidito, a chiusura del libro, l’Autore mette in bocca a Isabella lo Pinto di Burgipilusu, la Madam Bovary del mondo da lui creato. “Io sono stanca di questo mondo. Reco balsamo al cuore solo quando me ne vado in un tratto di spiaggia solitaria e mi lascio accarezzare i piedi dalle onde…solo allora mi sento veramente libera … lungi da questo mondo, lungi da questi rituali e da questi copioni prevedibili ancor prima di vederli recitati, ma traboccanti d’ipocrisia. Mi è difficile rispettare il codice, la regola, il contratto, il vincolo. L’inchino, il baciamano, il Sovrano …” Il testamento di una donna intelligente costretta a vivere in un mondo di falsità. Il testamento spirituale dell’Autore, la sua pietra tombale sotto la quale le babbaluci costruiscono case e tangenti e di cui io mi sento di dire: Condivido.

Il libro di Francesco Lo Vecchio: Da Zabut a Sambuca, inizia dove finiscono i Racconti di Tomasi di Lampedusa, ne amplia la platea e consente a tutti coloro che ne erano stati esclusi di entrare nel suo cono di luce, spostandolo fino ad illuminare quella borghesia che aspirava ad entrare nel Palazzo sia pure da una porticina secondaria ed a quella maggioranza silenziosa, al popolo, di essere per la prima volta, gramscianamente protagonista, rischiarato per qualche attimo, dal Sole dei gattopardi.

Nello specifico del dopo terremoto santamargheritese è presente a tutti la volontà di molti amministratori locali di cancellare alcune prestigiose testimonianze delle dimore di facoltosi cittadini che hanno mantenuto, nel corso dei secoli, rapporti con la famiglia di Tomasi di Lampedusa.

Lo Vecchio mimetizza e confonde il lettore poco attento, ha frequentato le famiglie che erano vicine al Principe di Lampedusa, li descrive nella loro intimità, nelle loro debolezze. Grazie a lui, questo mondo non è andato del tutto disperso e sepolto tra le rovine dei palazzi crollati per le scosse del terremoto e per l’incuria degli uomini che quel patrimonio avrebbero dovuto conservare e tramandare alle nuove generazioni.

Citando l’Autore, nella presentazione del libro: “i miei venticinque lettori”, di manzoniana memoria, affermavo allora, e lo confermo ancora oggi, che il libro meritava di vedere la luce per andare incontro ai suoi lettori, sicuro che coloro che lo leggeranno e lo apprezzeranno saranno molti di più. Meritava ed ha meritato di vedere la luce con il titolo: Da Zabut a Sambuca, per i tipi Lilit Books.

 

                           
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