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Quei Comuni della Valle del Belìce fondati da ricchi mercanti per entrare nel mondo aristocratico
Dopo 400 anni nulla è cambiato: il ballo in casa Pantaleone è stato sostituito da spettacoli estivi in piazza. E nessuno rinuncia alla carrozza per tornare a casa
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admin - venerdì, 24 gennaio, 2020
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Cultura&Turismo [87]

 

di Joseph Cacioppo

 

Il cocchiere del marchese Trigona … quantunque guidasse un trespolo tirato da due ronzinanti, non voleva mettersi in coda dove c’erano le carrozze dei non nobili più belle della sua”. Così Federico de Roberto ne “I Vicerè” descrive la coda delle carrozze che si accingevano ad accompagnare in chiesa la bara della principessa di Francalanza.

 

Già i nobili e i non nobili.

Sono loro che hanno influenzato la vita del medioevo (la cui fine si fa coincidere con la scoperta dell’America: 1492) e dell’età moderna. Un feudalesimo che, ancorché ufficialmente abolito nel 1812, in Sicilia si è protratto almeno fino alla seconda guerra mondiale. E, come cultura, può riscontrarsi anche ai tempi d’oggi.

Ed è con il feudalesimo dell’età moderna, ad eccezione di Sambuca, che sono nati Santa Margherita (1572-1610), Menfi (1638) e Montevago (1640), per limitarci ai paesi della Valle del Belice della provincia di Agrigento.

A questo periodo risale l’assetto urbanistico dei centri storici dei Comuni belicini prima che il terremoto del gennaio 1968 ne stravolgesse la fisionomia.

A questo periodo risalgono le principali rilevanze architettoniche del territorio delle quali i belicini vanno fieri. Architetture che l’opera di ricostruzione post terremoto non ha saputo eguagliare.

Eppure le vicende politico-sociali di quel periodo sono poco approfondite. Certamente a scoraggiare le ricerche è la difficoltà a reperire fonti attendibili.

Il matrimonio di convenienza, per salvaguardare o acquisire lo status di nobile, rappresentato da Angelica e Tancredi ne “Il Gattopardo”, era prassi ricorrente.

 

I nobili e gli aspiranti tali vedevano nella fondazione di nuovi paesi un’importante opportunità politica e di promozione sociale dal momento che il possesso di un feudo popolato garantiva l’ingresso in parlamento e l’attribuzione di un titolo feudale.

Non stupisce, quindi, che i maggiori protagonisti della stagione delle fondazioni di nuovi centri abitati furono, per lo più, i titolari di feudi rustici (non popolati) interessati all’acquisizione di uno status feudale che solo l’esercizio della giurisdizione su vassalli poteva garantire. Per questi soggetti era di vitale importanza ottenere dalla Corona prima una licentia populandi e, in seguito, acquistare la giurisdizione penale e civile sui nuovi vassalli (merum et mixtum imperium).

Sino al XVI secolo le licentiae populandi e il “mero e misto imperio” erano stati privilegi concessi, molto raramente, dal sovrano o dai viceré a sudditi fedeli e meritevoli. A partire dal 1610, invece, per far fronte alla spese della corona, Filippo III li rese vendibili. Questo generò, in chi aveva disponibilità economica, una corsa all’accaparramento senza precedenti anche nella Valle del Belìce.

 

Menfi è stata fondata nel 1638, da Diego I Aragona Tagliavia, terzo principe di Castelvetrano. Anche se l’anno precedente un analogo tentativo, ma in contrada delli Gareni (oggi: Agareni) a qualche chilometro di distanza dall’attuale insediamento, era sfumato.

Alla data della fondazione di Menfi gli Aragona Tagliavia rientrano nell’alta aristocrazia europea e del regno spagnolo in particolare. Una ascesa, dapprima socio-economica ma poi anche politica, che va ascritta a GiovanVincenzo Tagliavia che nel lontano 1491, cioè all’alba dell’età moderna, riuscì a contrarre matrimonio con Beatrice d’Aragona (figlia di Gaspare Federico e Chiara d’Aragona) da cui avrebbe avuto origine la stirpe degli Aragona Tagliavia.

 

Santa Margherita ebbe una fondazione travagliata. Come travagliata è stata la sua ricostruzione post terremoto.

Il feudo fu acquistato da Calcerando Corbera nel 1433 ma la regia investitura fu concessa il 4 dicembre 1453. I Corbera era ricchi mercanti provenienti dalla Spagna.

Antonio Corbera, il 2 giugno 1572, ottenne da Filippo II una licentia populandi, ovvero l’autorizzazione a popolare e abitare la baronia, costruirvi case, imporvi dazi e percepirne i diritti di gabella. Vicissitudini varie resero necessaria una seconda licentia populandi concessa il 26 maggio 1610 a Girolamo Corbera, ufficialmente investito della baronia del Miserendino il 10 ottobre 1606. Con la seconda licentia populandi si autorizzò anche a dare al paese il nome di Santa Margherita.

Problemi finanziari vari fecero perdere la baronia ai Corbera. Sarà Elisabetta, figlia di Dorotea Corbera e Francesco Maria Beccadelli di Bologna, a riappropriarsi della baronia del Miserendino il 18 settembre 1620. Elisabetta Beccadelli di Bologna nel 1605 aveva sposato Giuseppe Filangeri.

Il Miserendino in quel momento era costituita da undici feudi: Aquila, Ficarazzi, Adragna, Serafino, Gipponieri, Cannatello, Gulfa, Gulfotta, Calcara, Comuni e Santa Margherita sulla quale era sorto il nuovo insediamento urbano.

Nel 1635 la baronia venne smembrata: tre feudi, con la Terra di Santa Margherita, restano ai Filangeri, mentre gli altri otto feudi ritornano ai Corbera. Anche se per poco.

Un anno dopo, l’11 gennaio 1636, Girolama Scirotta (o Xirotta) acquista per 13.190 onze i feudi di Adragna, Serafino e Gipponeri, in cui sorgerà il comune di Montevago.

Mentre il 24 dicembre 1637 “altre rondini presero il volo” e Nicolò Gerbino acquistò altri due feudi della baronia: Cannitello e Gulfotta.

I restanti tre feudi in mano Corbera, nel 1666, vennero donati ad Alessandro Filangeri che due anni dopo venne insignito del titolo di duca.

I Filangeri poi si imparentarono con i Cutò e - e siamo ai giorni d'oggi - si arriva a Giuseppe Tomasi di Lampedusa ed alla rivalutazione del palazzo baronale.

 

Montevago. Della baronia di Miserendino, come si è visto, facevano parte i tre feudi di Adrigna, Serafino e Gipponeri, acquistati nel gennaio del 1636 da Girolama Xirotta. Ad acquistare i feudi è la nobildonna in quanto il marito, Francesco Xirotta, per via degli incarichi ricoperti, ricadeva in una sorta di incompatibilità.

Dopo il presumibile ottenimento della licentia populandi (che sembrerebbe concessa il 28 gennaio 1636) si procedette alla fondazione della “colonia agricola” chiamata Montevago.

Le prime notizie sulla famiglia Xirotta in Sicilia risalgono al 1390 e riferiscono che Girolamo prese moglie su indicazione di re Alfonso. Il figlio Antonio Xirotta abitò a Palermo e fece edificare una cappella nella chiesa di S. Zita intitolata a San Girolamo.

Nel 1591 Rutilio II Xirotta fu nominato M. Rationale del Regio Patrimonio; nel 1598 fu Conservatore del Regno su nomina del duca di Macheda in qualità di vicerè; nel 1607 assunse la 1607 presidenza del Tribunale della Sacra Regia Coscienza.

Francesco, figlio di Rutilio II, primo marchese di S. Elisabetta fu gran Ministro Regio, Capitano e Senatore della Città di Palermo.

Rutilio III, figlio di Francesco, secondo marchese di S. Elisabetta fu il primo principe di Montevago per averne acquistato il titolo il 10 ottobre 1641. Il 17 febbraio 1655 arrivò poi l’investitura dello Stato di Montevago composto dai tre feudi: Adrignia, Serafino e Gipponeri.

Rutilio III Xirotta sposò Eleonora Gravina Migliaccio da cui ebbe due figli: Saverio e Girolama. Nel 1666, dopo la sua morte, l’investitura fu concessa al figlio Saverio (2° principe di Montevago) che morì in giovane età due anni dopo. L’investitura, pertanto, passo alla sorella Girolama il 17 dicembre 1688.

Girolama Xirotta nel 1681 sposò Giovanni Gravina Requesenz (morto nel 1736) duca di San Michele.

Il nuovo Stato, quindi, passò alla famiglia Gravina i cui membri unirono al titolo di Duca di San Michele anche quelli di marchese di S. Elisabetta e principi di Montevago.

Nel 1714 venne costituita la “Università di Montevago”, ossia la pubblica amministrazione del paese.

Nel 1740 a Girolama Xirotta successe il figlio Girolamo (1682-1751) che nel 1706 ricevette l’investitura di IV principe di Montevago. Girolamo Gravina Xirotta sposò Caterina Moncada Ventimiglia, figlia di Luigi Guglielmo duca di San Giovanni e di Giovanna Ventimiglia Pignatelli, e fu governatore della prestigiosa compagnia dei Bianchi (1711).

Montevago conobbe il suo massimo sviluppo urbano e architettonico, fino ad assumere la fisionomia di una “corte feudale” con Giovanni Gravina Moncada, V principe di Montevago dal 1759.

Il programma di sviluppo e di rinnovamento di Montevago fu rafforzato dai membri del ramo Gravina-Moncada, attraverso la realizzazione di una piazza in centro città e la costruzione di una seconda chiesa madre (dal 1822) intitolata ai Santissimi Apostoli Pietro e Paolo, con cinque navate, cupola e due campanili.

 

Sambuca, facente parte della contea di Calatafimi, fu acquisita al patrimonio dei Peralta de Luna, conti di Caltabellotta, a seguito del matrimonio avvenuto verso gli anni sessanta del XIV secolo tra Guglielmo Peralta e Eleonora d’Aragona (1346-1405). Eleonora, figlia di Giovanni (1317-1348) fratello del re Pietro II d’Aragona (1304-1342), portò in dote al conte Guglielmo Peralta la Terra di Caltanissetta e la contea di Calatafimi con Giuliana, Adragna, Sambuca, Calatamauro, Contessa e Comicchio.

Da notare che Calatafimi, Contessa e Giuliana rientrano tra i 21 comuni della Valle del Belice maggiormente colpiti dal terremoto del gennaio 1968.

Nel 1393, Nicola Peralta, figlio di Gugliemo, ottenne l’investitura della contea di Calatafimi con Sambuca, Calatamauro, Adragna, Giuliana, Comicchio e Contessa, nonché di Mazara eletta a marchesato.

Non vengono riportati dati su una eventuale concessione di licentia populandi, ma viene dedotto che la fondazione risalga al 1400, considerato che la terra di Sambuca compare soltanto nel 1404 quale contribuente a favore del Re.

I Peralta  mantennero la proprietà su Sambuca fino al 1448, quando venne venduta   a Federico Ventimiglia barone di Tripi.


Con compravendita del 23 marzo del 1491 Pietro e Giliberto Beccadelli di Bologna  (ramo di Giuliano), figli di Nicola, acquistarono la baronia di Sambuca dal Conte di Caltabellotta, Carlo Luna. L’acquisto, per una cifra che ammontava a 10.500 fiorini, venne fatto con la clausola imposta dai Luna del riscatto degli antichi proprietari cum pacto tamen reddimendi.

Nel 1503 Pietro Bologna morì e della baronia di Sambuca fu investito il figlio Gherardo. Alla morte di Gherardo la baronia restò indivisa tra le sue tre sorelle e Francesco, figlio di Gilberto, con le contese familiari facilmente immaginabili.

Le questioni sul diritto di investitura vennero meno con l’esercizio del dimenticato “patto di ricompra” avanzato da Giovanni Luna, nipote ex fratre di Carlo Luna di Peralta.

Nel 1507, intanto Francesco aveva sposato Antonella Mastrantonio dei baroni di Iaci.

Nel 1531, poi, la baronia fu acquistata da Salvatore Bardi Mastrantonio ed Abbatellis. Niccolò Bardi Mastrantonio e Centelles, ricevette l’investitura di Marchese di Sambuca, da re Filippo II, il 15 novembre 1570, resa esecutiva a Palermo il 13 gennaio 1574.

I Mastrantonio Bardi, detennero il marchesato di Sambuca fino al 1653.


Con il matrimonio del 1650 tra Pietro I Beccadelli di Bologna - figlio di Francesco Maria (ramo di Giacomo) e Francesca Grimaldi - e Antonina Ventimiglia Mastrantonio Bardi, ultima erede da parte materna del marchesato di Sambuca, la terra ritorna ai Beccadelli di Bologna, anche se di un ramo familiare diverso da quello che nel 1491 aveva acquisto la baronia.

Francesco Maria Beccadelli di Bologna, come si è visto aveva sposato, in prime nozze, Dorotea Corbera e quindi era suocero di Giuseppe Filangeri.

I Beccadelli di Bologna, di origini emiliane, riuscirono ad arricchirsi tramite l’allora fiorente commercio dello zucchero, oro bianco per eccellenza. Tale redditizia attività permise alla famiglia, nella sua scalata sociale, di accedere al patriziato di toga. Per completare la scalata sociale e far parte dell’aristocrazia, mancava solo un passaggio: l’ingresso nei ranghi feudali siciliani. Il trasferimento in Sicilia, nel 1303, di Vannino, il capostipite, servì a raggiungere lo scopo.

 

Dopo circa 350 anni il terremoto del gennaio 1968 mise alla prova il territorio della Valle del Belìce. I figli del feudalesimo non raccolsero la sfida. Ed oggi continuano a vivere nella nostalgia di quel periodo storico.

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