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Siegfriedsdorf dixieland Band, uno swing per sopravvivere
Il lager degli ebrei affollato di artisti e musicisti, per il quale fu certificata una vita quasi normale
Siegfriedsdorf dixieland Band, uno swing per sopravvivere admin
admin - venerdì, 17 gennaio, 2020
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di Francesca De Carolis

 

La Shoah, tre quarti di secolo fa, appena ieri, mille volte narrata e che mai si finirà di narrare, e ogni volta sembra sorprenderci.

La sorpresa, questa volta, l’ho avuta doppia, andando a vedere un film che ancora aggiunge storia alla Storia. Stupita soprattutto per la giovane età del regista. Cesare Mangiocavallo, che di anni ne ha 19 e ha iniziato a girare il suo film a 17 anni, dando vita a un progetto che accarezzava da tempo.

"Siegfriedsdorfdixieland Band", l’“impronunciabile” titolo. Liberamente ispirato a quanto accadde a Theresienstadt, Terezín, il ghetto ebreo affollato di artisti e musicisti, che furono utilizzati dalla propaganda nazista per offrire al mondo la menzogna di un ghetto “modello”. Ma dove, come in altri lager, la musica era marcia macabra, ad accompagnare il ritmo dei lavori forzati, a seguire il tempo delle esecuzioni…

Ve ne voglio parlare oggi anche se il film non è ancora nelle sale (ma ho avuto il piacere di assistere a una proiezione privata) per aprire l’anno con l’eco impronunciabile di una storia che vorremmo per sempre lasciare al passato (mentre ancora qua e là c’è chi imbratta memorie) grazie a un racconto che nasce da una voce tanto giovane, che fa ben guardare al futuro.

Siegfriedsdorf è l’immaginario lager dove viene deportato un violinista, portato via e privato del suo violino.

Privare un musicista del suo strumento è come strappargli l’anima. Ma il violinista, che viene costretto a lavorare in una falegnameria, l’anima non l’ha persa, e se solo nella musica può vincere la morte, cerca l’armonia in quello che ha fra le mani: un lungo segaccio. Sì, uno strumento di lavoro (lavoro per far nulla, sembra, nella tortura ripetitiva del lager) che diventa uno strumento musicale. Senza che vi venga apportata alcuna modifica.

Bellissima la scena in cui, nella baracca, il violinista (cui Franco Mirabella dà un volto denso di muto smarrimento, e compressa passione) prova e riprova, a inarcare, piegare, tirar fuori note dalla lama. Finché lo stridore diventa suono.

Accade poi che il comandante del lager ordinerà di formare una piccola orchestra insieme ad altre persone lì prigioniere, e la band suonerà, per il piacere dei militari, e per accompagnare tutto quel che di orrendo in quel luogo accade. Non è facile, immaginate. Una crisi isterica e il segaccio ridiventa strumento di lavoro e null’altro. Ma ritornerà ancora strumento di musica, perché suonare è l’unico modo per sopravvivere. E suonerà lo swing dei perversi jazz club di cui sappiamo (ricordate "You'reDriving Me Crazy" della "Charlie And His Orchestra"?).

Ma nessun ritmo, per quanto lieve e dondolante, cancella l’impressione di un lamento come di violino scordato che è lì, dentro ogni scena del film. Di gran bella scrittura. Dalle inquadrature ferme, rarefatte e dense a un tempo, dove tutto, o quasi, accade dentro uno spazio, limitato da pareti come di sabbia, che sembra il luogo cieco di un labirinto. Solo la musica, a tratti, è via d’uscita.

Il film ha pochissimi dialoghi. E quei pochi sono nella lingua che si può immaginare in quel lager: ceco, tedesco, un cenno di romeno. Incomprensibili per me che appena appena capisco l’italiano. Eppure io che, miope, i sottotitoli non riesco mai a leggere, ho compreso benissimo, e l’effetto di linguaggi estranei e stranianti è fortissimo.

“Certo - ammette Cesare - forse avrebbero meno effetto per un ceco e per un tedesco”. E faccio finta di credergli quando alla mia domanda, perché così poche parole?, risponde come schermendosi: “Le parole non sono cosa che riesco bene a gestire”.

Ma la verità è che a “Siegfriedsdorf” non servono parole. Tutto è retto dalla tensione delle immagini, e dal ritmo dei suoni. A cominciare dalla prima inquadratura, che è ritmo di sega che stride, che diventa l’ansimare del treno che corre sui binari della morte che sappiamo.

E c’è da dire che Cesare Mangiocavallo è anche musicista, batterista jazz (fra i suoi maestri Roberto Gatto, e concerti con Pieranunzi, per restare in Italia). Una passione, quella per la musica, nata quasi insieme a quella del cinema. La prima, confida, professionale, la seconda quasi per gioco. Ma non gioca per niente, Cesare.

“Mi sono interessato alla questione della musica nei lager, poi ho visto che quello che avevo in testa aveva una realtà”.

Musicista, figlio d’arte. E che arte. La madre, Maria de Martini, flautista, magica flautista. Il padre, Luigi Mangiocavallo, uno dei più bei violinisti barocchi della storia, compositore e direttore d’orchestra.

"Siegfriedsdorf dixieland Band", è un film denso di richiami al diabolico (nel senso di dia-ballein, “separare”, “ingannare”, “mentire”) e al simbolico a un tempo. Come quelle mani che non riescono ad afferrare il violino che cade via. Come quel volto di bimbo che punta il suo piccolo dito contro un militare, simulando il gesto della pistola. Come l’accenno alla vicenda dei due rappresentanti della Croce Rossa internazionale, che visitarono una Terezin “abbellita” e ripulita degli “impresentabili”, e ne certificarono la vita quasi normale.

C’è molta ricerca, molta cultura dietro quest’opera prima, di un regista che ha fra i suoi riferimenti, spiega, Kubrik, Hitchcock, Lynch (e scusate se è poco).

L’impegno, la ricerca e la cultura di chi riesce molto bene, e senza sprecare parole, a leggere la musica stonata del mondo.

Intanto, in attesa di vedere il film in sala, un assaggio della colonna sonora, con lo stridore dello swing della vecchia "Charlie And His Orchestra": https://www.youtube.com/watch?v=zFQgqxZeW7I  

                           
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