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E se nel presepe mettiamo a guardia della capanna la statuina di un uomo in divisa, a garantire la tranquillità in terra?
Spunti di riflessione tratti dal film “Il Paradiso, probabilmente” del regista palestinese Elia Suleiman
E se nel presepe mettiamo a guardia della capanna la statuina di un uomo in divisa, a garantire la tranquillità in terra? admin
admin - lunedì, 23 dicembre, 2019
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di Francesca de Carolis (*)

 

Al cinema, a vedere “Il Paradiso, probabilmente”, film del regista palestinese Elia Suleiman che punta il suo sguardo stupito e muto sulla nostra follia.

Scivolano, a un tratto, i suoi occhi, su quella che a prima vista sembra una scena d’ordinaria vita quotidiana (tutto nel suo film appare di una stravolta e stravolgente ordinarietà): c’è gente che fa la spesa in un supermercato, cammina per strada, la solita accurata fretta. Subito percepisci qualcosa di strano, anche se non capisci immediatamente di cosa si tratti (gli occhi tendono a vedere solo quello che ci si aspetta di vedere). E un istante dopo ti rendi conto che tutti, ma proprio tutti, hanno in spalla un fucile, una carabina, una pistola, come quella ben assicurata fra fondina e bretelle alla spalla di una bambina che scende, con papà e mamma, da un tassì. Armi “indossate” con serena disinvoltura, come fossero zainetti o tracolle per signore, per un mondo, immagini, dove il pericolo è incombente…

Surreale, pensi, sorridendone. Eppure, eppure.

I poeti leggono e svelano molto meglio di chiunque altro la realtà, e Suleiman proprio lo è. Per questo, come i poeti, ha lo sguardo così attonito.

E mi ha riportato alla mente un episodio di qualche giorno fa, quando sul vagone di una freccia per il sud, una piccola pattuglia della polizia ferroviaria ha attraversato il corridoio, come in tranquilla perlustrazione. Due uomini e una donna, con regolamentari pistola e manganello attaccati alla cintura.

Qualcosa di serio, se non grave, doveva essere successo su quel treno?

Dopo poco un annuncio informava i passeggeri (con lo stesso tono ammiccante di quando si avvisa che sul treno c’è un vagone ristorante pronto ad accoglierti), che a bordo c’erano uomini della polizia ferroviaria, ai quali, come al personale del treno, si invitava a rivolgersi in caso di necessità.

L’annuncio ha trasmesso l’idea del pericolo incombente. Anzi, proprio quel tono un po' garrulo ha insinuato il dubbio che il pericolo sia normalmente in agguato, “motivo per cui ci siamo attrezzati per voi. Dunque, non preoccupatevi”.

Al ritorno a casa, dopo una breve ricerca in rete, si scopre che pattuglie e controlli sono più o meno su tutti i treni, non solo su quelli del sud. I dati del rapporto della Polfer, responsabile della sicurezza sui treni regionali, riferito al 2017 (il più recente a disposizione, si chiarisce), fanno emergere il solito scarto fra numeri e realtà percepita. Terribile “invenzione”, quella della realtà percepita, che a furia di farcela percepire diventa più reale della realtà vera.

E a furia di percepire (delinquenza, minacce, mostri, paure) accettiamo tranquillamente un sistema di controlli e misure d’eccezione (anche feroci, e spesso a spese di chi non ci piace, o semplicemente la cui vista ci infastidisce) che diventano la regola. In fondo la sicurezza dello Stato si fonda, come diceva Sciascia, sull’insicurezza dei cittadini.

E in tempo d’Avvento e di presepi, mi è venuto il dubbio che in ogni pastore possa nascondersi un Erode, in ogni pecorella una belva feroce. Quasi quasi – verrebbe da dire - metto a guardia della capanna la statuina di un uomo in divisa (ce ne sono, davvero, di belline, se proprio non volete quella dell’ex ministro degli interni in felpa blu), a garantire la tranquillità in terra. E che gli angeli pensino alla pace nei cieli”.

Tornando al film di Suleiman, anche lì compaiono qua e là i segni di un controllo costante, a volte inquietante, a volte letto con ironia e leggerezza, ma che sempre fa crescere l’ansia, e il suo spaesamento è anche il nostro.

E, a proposito di angeli, verso la fine del racconto un gruppo di uomini in divisa come in un gioco insegue, in un parco, una ragazza che indossa ali d’angelo. Scena surreale, fa persino sorridere, almeno fino al momento in cui gli uomini in divisa saltano tutti addosso alla ragazza, come in una mischia su un campo di rugby. E hai un piccolo tuffo al cuore quando il gruppo si scompone e vedi che sull’erba sono rimaste solo le ali. Della ragazza nessuna traccia, come dissolta nella terra.

Ma poi subito pensi che forse è meglio così. Ché non so quanto a un angelo possa piacere un mondo tanto stupidamente impaurito, imbrigliato e disinvoltamente incattivito.

 

(*) Intervento pubblicato anche su sito remocontro.it

 

                           
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