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Appello al sindaco Valenti per una soluzione dei separati in casa: Giuseppe Tomasi di Lampedusa e Giacomo Matteotti
L'appello è rivolto anche agli intellettuali del territorio. Sulla scia dello storico Carlo Ginzburg
Appello al sindaco Valenti per una soluzione dei separati in casa: Giuseppe Tomasi di Lampedusa e Giacomo Matteotti admin
admin - giovedì, 26 settembre, 2019
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di Joseph Cacioppo

 

Caro Casimiro, sono eccitatissimo per la politica. Qualche giorno fa, di già, la strigliata di Amendola (il deputato Giovanni Amendola era stato aggredito dai fascisti a Montecatini il 21 luglio 1925. A seguito di questa aggressione morì nell’aprile 1926, nda) mi aveva riempito di delicata voluttà; adesso il vedere che Palermo è alla ribalta della politica italiana e quasi di quella europea, mi rende fiero. Voglio sperare che saprete vincere e che dimostrerete che Palermo, benché priva di servizio di nettezza urbana per le strade, non difetta di un accurato servizio di nettezza e di spazzatura politica”.

“… io me ne infischio; perché so che se anche scoppia la rivoluzione nessuno mi torcerà un capello o mi ruberà un soldo, perché alle mie spalle ho … Mussolini!”

E’ quanto scrive Giuseppe Tomasi di Lampedusa al cugino Piccolo il 27 luglio 1925.

La madre, Beatrice, al quale l’autore de Il Gattopardo era molto legato, non è da meno.

Ho seguito qui tutti i movimenti fascisti, l’incendio della camera del Lavoro, i cortei ecc. L’incendio era impressionante – il palazzo non ha più che le mura esterne e la torretta, esso è un edificio imponente, isolato e grandioso. Bisognava vedere quel giorno quante facce torve, impotenti a reagire, che guardavano biecamente la distruzione della loro fortezza, sulla quale sventolava un’enorme bandiera tricolore! Io ne ero entusiasta –nata sotto il Secondo Impero porto con me, perché negarlo? Tutte le aspirazioni, i sentimenti, le tendenze diametralmente opposte al proletariato, che secondo me deve rimanere nel suo ambito e non deve alzare il capo! Perciò ho salutato (alla romana), il braccio destro teso, i baldi fascisti incoraggiandoli con calde parole di ammirazione. Le camicie nere in gran numero, come si son vedute qui, sono di effetto mirabile e commovente; esse ispirano veramente fiducia e si sente che ognuno di loro ha vero coraggio. Quel giorno dell’assunzione del loro Duce, attraversavano la via con la bocca dei moschetti chiusa da un fiore (garofano o crisantemo), grandioso e poetico gesto! Lui (Benito)è l’uomo che ci vuole per questi conigli traditori […]. Vi abbraccio fascisticamente”.

Così scriveva Beatrice Mastrogiovanni Tasca Filangeri-Cutò, il 6 novembre del 1922, alla sorella Teresa che aveva sposato il barone Giuseppe Piccolo di Calanovella.

Occhio alle date: nel 1922 la madre di Tomasi di Lampedusa manifesta la sua fede fascista. Il 10 giugno del 1924 Giacomo Matteotti, deputato socialista, viene assassinato dai fascisti.

Dopo il delitto Matteotti, il 19 settembre 1924, Luigi Pirandello chiese con un telegramma a Mussolini l’iscrizione al partito: “Ho maturato e servito la mia fede fascista in silenzio. Se mi stima degno di entrare nel Pnf, sarà mio onore tenervi il grado del più umile ed obbediente gregario”.

Nell’aprile 1925 comparve il manifesto degli intellettuali fascisti di Giovanni Gentile, al quale seguì in maggio il manifesto degli intellettuali antifascisti di Benedetto Croce.

Pirandello firmò il manifesto di Gentile e non quello di Croce.

Il 21 luglio del 1925 i fascisti diedero una “strigliata” al deputato antifascista Giovanni Amendola, il quale morì a seguito di questo pestaggio. Una settimana dopo il pestaggio, Giuseppe Tomasi di Lampedusa si dichiarava “riempito di delicata voluttà”.

Per i superiori motivi, L’Araldo fa appello al sindaco di Santa Margherita di Belice, Franco Valenti, ed al consiglio comunale guidato da Francesco Ciaccio, nonché agli intellettuali del territorio, affinché venga rimossa attuale incongruenza storica che vede la statua di Giuseppe Tomasi di Lampedusa collocata in piazza Giacomo Matteotti.

Due le soluzioni possibili: o si cambia il nome alla piazza o si sposta la statua.  

E l’appello non è strumentale. Anche il saggista e storico Carlo Ginzburg, quest’estate, nel ricevere il “Premio Letterario Giuseppe Tomasi di Lampedusa”, ha chiesto all’Università di Palermo di togliere a Giuseppe Maggiore il riconoscimento della borsa di studio a lui intitolata. In quanto sostenitore di Mussolini.

 

 

                           
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