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Da Santiago a Montevago, la 'via Francigena' di Francesca Ferraro, tra 'Nigravulpe' e 'la profezia della curandera'
Un viaggio a piedi da Pistoia (Toscana) a Montevago (Sicilia) per ritrovare se stessa
Da Santiago a Montevago, la 'via Francigena' di Francesca Ferraro, tra 'Nigravulpe' e 'la profezia della curandera' admin
admin - sabato, 14 settembre, 2019
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di Joseph Cacioppo

 

Da Pieve A Nievole, situato accanto a Montecatini Terme e a 15 chilometri da Pistoia, fino a Montevago, il Comune agrigentino posto all’incrocio di tre province: Agrigento, Palermo e Trapani, una camminata lunga 1400 chilometri circa. Dall’altra parte del mondo, avrebbe detto Papa Francesco. Se non altro per le condizioni stradali.

Ma a Francesca Ferraro, 29 anni siciliana d’origine e toscana d’adozione, non interessa il manto stradale. Lei, con uno zaino che pesa una ventina di chili, e Dakota, il suo cane, una meticcia che sembrerebbe nata dall’incrocio tra un parson russell e un bigol, viaggiano a piedi.

Il “camino de Montevago” si sovrappone, per meno di un quarto, con la via Francigena, l'antica via che nel medioevo univa Canterbury (Gran Bretagna) a Roma e ai porti della Puglia.

Quella stessa via sulla quale è ambientato “Nigravulpe”, il romanzo di Leonilde Bartarelli (Graphofeel Editore).

Da Pieve A Nievole, Francesca e Dakota si saranno immesse sulla via Francigena a Altopascio, percorrendo una quindicina di chilometri. Da qui, e per oltre 300 chilometri, la via Francigena conduce a Roma passando per San Miniato, San Gimignano, Siena, Radiofani, Bolsena, Viterbo, Vetralla e Sutri. Dopo Roma il “camino” è proseguito per strade statali senza storia.

Il “cammino per Montevago”, oltre che sulle gambe, viaggia anche sul social. E così Daniela, di Rovigo, contatta Francesca e le chiede se è possibile fare una tappa assieme. Proposta accettata e quindi per la “tappa” Viterbo – Vetralla, a Francesca e Dakota si aggiunge Daniela. Il tam tam mediatico diffonde le sue onde tra i “viandanti” e, per la tappa successiva a quella di Vetralla, alla comitiva si aggregano anche Roberto e Carlo.

Già, le tappe. Il viaggio di Francesca ha previsto 69 tappe. Partita il 16 giugno è arrivata a Montevago il 24 agosto. Più di due mesi per le strade d’Italia con il sostegno e la solidarietà di tanti “viandanti” che fanno rete sui social.

Sul web Francesca ha lanciato l’idea “adotta una tappa”. Ed il popolo del web non si è fatto pregare. Qualcuno ha messo a disposizione l’alloggio, qualche altro il vitto. C’è stato chi ha messo a disposizione il proprio giardino per il piazzamento della tenda. In Calabria una tappa è stata “adottata” dalla figlia di un carabiniere che aveva prestato servizio a Montevago durante il terremoto del gennaio 1968. Vite che si incrociano, complice il web e l’idea bizzarra di “allungare”, almeno per una volta, la via Francigena fino Montevago.

Il “camino per Montevago” è stato anche l’occasione per veicolare il messaggio della A.I.D.O. (associazione italiana donazione di organi e tessuti). Il messaggio ha raggiunto i destinatari attraverso magliette e gadget. Francesca porta ancora la maglietta AIDO quando l’incontriamo per raccogliere il racconto della sua esperienza.

A Montevago, l’Amministrazione comunale le ha conferito la cittadinanza onoraria proprio per il suo essere stata testimonial AIDO.

Nata a Sciacca da genitori montevaghesi, due anni dopo, nel 1992, Francesca e la famiglia si trasferiscono in Toscana. Il padre lavora nel settore dell’edilizia mentre la madre è una operatrice scolastica.

La terra chiama, si suole dire in Sicilia. E così è successo anche alla famiglia Ferraro. Nel 2002 Francesca e i suoi genitori ritornano a Montevago. Francesca è già una ragazzina che frequenta le medie, ha le sue amiche ed ha preso gusto alla vita del piccolo paese dell’agrigentino. Ma la nostalgia deve aver fatto i conti con la realtà e così la famigliola decide di ritornare in Toscana.

Francesca consegue il diploma di tecnico per il turismo e, successivamente, a Firenze, la laurea in scienze dell’educazione sociale. Già nel 2012 si era resa indipendente andando a vivere ad Urbino, in un monolocale in campagna. “Un ramo di nocciolo – racconta - si era spinto fino ad entrare nella finestra della mia camera”.

Per la sua attività lavorativa Francesca sfrutta i due titoli di studio: settore turistico e comunità sociali.

Poi un giorno le salta in mente di cimentarsi nel “cammino di Santiago”, il prolungamento della via Francigena verso la Spagna.

E così, lo scorso anno, la ragazzina - che nel 2002 ha frequentato la prima media a Montevago - diventata donna si attrezza di zaino, tenda e sacco a pelo e intraprende il suo “camino”. Francesca e la sua fedele Dakota seguono la famosa “freccia gialla” e raggiungono la cattedrale di Santiago. Qua, ottenuta la famosa conchiglia di San Giacomo entra nel club dei “pellegrini”.

“Prima di partire per Santiago – confessa – non avevo mai montata una tenda, mai dormito in un sacco a pelo, mai fatto esperienza di campeggio”.

Per Santiago parte il 3 settembre dello scorso anno, per ritornare il successivo 12 ottobre. Oltre un mese di scarpinare. Dovendo fare i conti anche con la “compagna”: Dakota. Non tutti i mezzi di trasporto infatti sono attrezzati per far viaggiare i cani.

“Se a chiamarti è il ‘cammino’ non ci sono ostacoli insuperabili – spiega Francesca con un sorriso accattivante -. Se invece ti imponi il ‘cammino’ allora devi mettere in conto qualche disavventura”. Francesca parla di “santiaghite”, una sorta di virus che contagia chi fa l’esperienza del cammino di Santiago.

“La santiaghite è un lavaggio fisico ma anche mentale - spiega. - Dopo questa esperienza si acquisisce una maggiore capacità a stare con se stessi”.

E se i sei personaggi di “Nigravulpe” scelgono di uscire dalla Storia, Francesca con il suo percorrere la via Francigena, da Santiago a Montevago, rischia di entrarci. Se non altro per essersi spinta oltre Roma ed anche oltre i porti della Puglia.

Dopo Santiago la “santiaghite” non riesce a far stare ferma Francesca, e così nasce la vogli di rimettersi in cammino. Questa volta in direzione sud, destinazione Montevago.

“Telefono a Roberto (il pellegrino che si aggregherà a Vetralla, ndr), in Liguria, e gli sottopongo l’idea – racconta Francesca. – Si può fare, risponde lui”. Lo zaino viene riempito di tenda, sacco a pelo, un pò di biancheria ed alcune scatolette di cibo per Dakona, e viene caricato sulle spalle per un nuovo viaggio.

Adesso, dopo la tappa a Montevago, la “via Francigena siciliana” riprende in bici, lungo le coste meridionali. “Quelle settentrionali dell’isola – sorride Francesca – le ho già percorse a piede nel viaggio di andata”.

L’ultimo libro che Francesca ha letto è “La profezia della curandera” di Hernàn Huarache Mamani, che racconta la storia di Kantu, una giovane piena di interessi ed entusiasmo che dopo un evento inatteso decide di intraprendere un cammino che la porterà a scoprire l’energia che è in lei.

Due storie parallele? Difficile dirlo. La morale sembra unica: “occorre spezzare le gabbie che ci circondano per imparare a volare e ritrovare l'armonia perduta”.


                           
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