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Matrice di S. Margherita di Belice, don Filippo Barbera ha avviato la riscrittura di una pagina di storia
Rinvenuta negli archivi la 'bolla' che ha trasformato la chiesa parrocchiale in Secolare Insigne Collegiata
Matrice di S. Margherita di Belice, don Filippo Barbera ha avviato la riscrittura di una pagina di storia admin
admin - martedì, 3 settembre, 2019
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Cultura&Turismo [78]

 

di Joseph Cacioppo


Chiesa Madre piena di fedeli, come da grandi occasioni, per la messa di domenica scorsa a Santa Margherita di Belice. Oltre a preparare alle iniziative religiose e laiche in onore di S. Rosalia, la messa di domenica pomeriggio è stata l’occasione per portare alla luce un importante documento storico della Matrice.

Il documento è datato 20 marzo 1755 e porta la firma di Pietro Gioeni, Vescovo di Assura nonché Vicario Generale e Delegato Apostolico.

Il documento, tradotto per l’occasione dal latino in italiano, è la “bolla di soppressione e di estinzione della Chiesa Parrocchiale della Terra chiamata di Santa Margherita ed erezione della medesima in Secolare Insigne Collegiata”.

Per capire bene di cosa si tratta, ed apprezzarne la valenza storica, bisogna fare un passo indietro e chiarire alcuni termini non molto usuali ai giorni nostri.

La “Terra” in questione è il nascente Comune che prenderà il nome del feudo sul quale insisteva: Santa Margherita. La prima licentia populandi, richiesta da Antonio Corbera al re Filippo II, risale al 2 giugno 1572. Ma si sa un Comune non si costruisce in un giorno, così il 26 maggio del 1610 arriva la seconda licentia populandi per consentire di “completare i lavori”. Allora la baronia era in mano a Girolamo Corbera.

Dopo vicissitudini varie, alla famiglia Corbera subentra la famiglia Filangeri. E’ fu Alessandro I Filangeri, 3° barone del Miserendino, a fare costruire la chiesa Maria SS. del Rosario che, come ricordato dallo studioso Ignazio Sciara nel 2012 in articolo su L’Araldo, si trovava accanto al palazzo baronale anche all’epoca del trasferimento del Crocifisso da Sambuca.

Che la costruzione della chiesa sia attribuita ad Alessandro I Filangeri viene confermato anche da Bartolomeo Giacone il quale scrivendo del principe di Cutò riferisce che: “…volle chiudere la vita col sacerdozio e fattosi prete … morì nel 1717, e fu sepolto in quel medesimo Duomo, che egli, nei migliori suoi anni e con grande pietà, aveva edificato, dedicandolo alla vergine Santa Rosalia”.

All’inizio del XVIII secolo quindi esisteva la chiesa, ma era parrocchiale. Con la “bolla” del 1755 la Matrice diventò “Secolare Insigne Collegiata”.

La “Collegiata” è il titolo attribuito a quelle chiese in cui la Santa Sede ha istituito un “capitolo” o un “collegio” di chierici (membri del clero) definiti “canonici”. Tale privilegio spetta normalmente alle sedi di cattedre vescovili ed ha lo scopo di rendere più solenne il culto in chiese di una certa importanza.

Ed infatti il “capitolo della Chiesa Agrigentina” recita che è soppressa la “Chiesa Parrocchiale della Terra chiamata Santa Margherita” ed è eretta la “Secolare Insigne Collegiata, che sia Parrocchiale come prima, con le quattro Dignità del Cantorato, dell’Arcidiaconato, del Decanato e del Tesaurariato e dieci Canonici che in essa prestino servizio e li ogni giorno recitino i Divini Uffici”. Al Sommo Pontefice Romano – spiega la “bolla” - si era rivolto Alessandro II Filangeri, 5° barone del Miserendino e 4° Principe di Cutò.

La chiesa “Collegiata” può essere “semplice” o “insigne”, e le preghiere di Alessandro II Filangeri devono essere state convincenti. Generalmente la chiesa mantiene il titolo di “Collegiata” anche nel caso in cui il “Capitolo dei canonici” venga a cessare.

All’epoca era d’uso che i signori di un territorio facessero costruire delle chiese e le affidassero per il culto ad un “Capitolo” di religiosi. Con scopo di assicurarsi la preghiera quotidiana di un gruppo di religiosi e così ottenere la salvezza eterna per i propri parenti defunti e per loro stessi, che si riservavano il privilegio di far porre la propria tomba all’interno della chiesa Collegiata.

Il fondatore provvedeva anche a fornire la “Collegiata” e il relativo “Capitolo” di risorse materiali per sostenersi. E il “Capitolo del 20 marzo 1755” prevede che “benchè manchi di beni propri, è sostentata a spese e con i proventi di quella Università (leggi: amministrazione comunale), e il suo Parroco, chiamato Arciprete, è dotato dall’Illustre Principe di Cutò secondo le prescrizioni dei Sacri Canoni”.

Della “Collegiata” e dei “canonici” si fa menzione in testi che parlano delle origini del paese del Cafè House. La presenza della regina Maria Carolina a Santa Margherita di Belìce, nel 1813, è testimoniata dal resoconto dei “canonici della Collegiata”. Resoconto riportato sia da Bartolomeo Giacone ne “Del Castello Arabo Manzil Sindi ovvero Santa Margherita Belice”, che da Salvatore e Giuseppe Scuderi ne “Santa Margherita di Belìce. Genesi del Gattopardo”.

Il documento presentato domenica scorsa riporta anche delle importanti notizie storiche su Santa Margherita. A quella data essa “è adornata dalla nobiltà e dalla struttura degli edifici, è popolata da ottomila abitanti, è dotata della Casa dei Giurati e in essa si trova il Monte di Pietà, con un capitale di 500 onze in sollievo dei poveri. E in essa oltre alla Chiesa Parrocchiale, ci sono altre sette chiese, due Cenobi, uno dei Padri Riformatori dell’Osservanza di S. Francesco e l’altro delle Fanciulle della Sacra Famiglia sotto il titolo di Collegio di Maria, e tre Confraternite”.

Lo storico documento del 1755, riportato alla luce da don Filippo Barbera, va oltre e precisa che “la predetta Chiesa Parrocchiale è composta da sette Cappelle, è ornata di raffinate pitture, è fornita di insigni reliquie e ricca di moltissime suppellettili e di ornamenti ecclesiastici di seta e di argento, come infine da molti anni a questa parte  la Salmodia in Coro e la recitazione delle ore Canoniche è eseguita con il canto e il suono dell’organo e al musicista sono pagate ogni anno onze 24 dalla stessa Università”.

A chiarire le dinamiche della chiesa Parrocchiale prima del 1755, nel silenzio degli storici locali, ci ha pensato lo studioso Ignazio Sciara il quale nell’articolo su L’Araldo del 2012 precisa che: “Esiste nell’archivio storico, della diocesi d’Agrigento, un documento redatto il 22 agosto 1669 in cui, don Giuseppe Carcara, per incarico del Vescovo, visitò la chiesetta Madonna del Rosario. Nella descrizione della piccola chiesa, il Crocifisso è posto nell’altare laterale. Alla fine del documento, si legge ancora: non vi sono obblighi di messa, ma solo una al giorno a discrezione del Principe. Questo dimostra l’esistenza e l’appartenenza della chiesetta, al casato baronale. Pochi anni dopo, da un’altra visita pastorale, compiuta il 18 aprile 1678, la chiesa Madonna del Rosario non viene più citata, poiché era stata demolita dal principe Alessandro Filangeri, per costruirla più grande, con la funzione di chiesa Madre, titolata come la precedente a Maria SS del Rosario e non Santa Rosalia”. 

Adesso arriva la conferma. La “Bolla” del 1755 riporta che: “Noi, pertanto, con l’autorità apostolica di cui facciamo le veci … in perpetuo erigiamo la medesima in Secolare Insigne Collegiata, che sia anche Parrocchiale come prima, sotto l’invocazione e la denominazione e il titolo della Beata Maria Vergine del Santissimo Rosario …”.

Sempre il 20 marzo 1755 don Stefano Crescimanno fu nominato “Ciantro” (leggi: primo parroco) della “Collegiata”.

Non c’è che dire: con la traduzione e pubblicazione del “Bolla” della “Secolare Insigne Collegiata”, don Filippo Barbera, l’arciprete di Santa Margherita di Belice, prima di trasferirsi a Ravanusa, ha fatto un bel regalo alla Comunità margheritese.

                           
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