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Dopo Bendicò anche le reliquie della ricostruzione finiscono nella spazzatura
Santa Margherita di Belice: demoliti i baraccamenti degli uffici della Celi, ultima impresa ad avere eseguito importanti opere post terremoto
Dopo Bendicò anche le reliquie della ricostruzione finiscono nella spazzatura admin
admin - sabato, 23 febbraio, 2019
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di Joseph Cacioppo

 

Ruspe in azione a Santa Margherita di Belice per rimuovere quello che per tanti anni ha rappresentato la base logistica del “cantiere della C.e.l.i.” (cooperativa edile lavoratori dell’industria) di Santa Ninfa.

L’impresa Celi, per Santa Margherita di Belice, è sinonimo di ricostruzione post terremoto.

E’ stata la Celi a realizzare le opere di urbanizzazioni primarie del piano particolareggiato di ricostruzione denominato “vecchio centro”. Cioè dell’area che interessa gli interventi post sisma ricadenti sui vecchi quartieri di S. Antonio, di S. Michele, di Carnevale, di Madonna di Trapani, di via Duomo, delle zone del Monte e del Ponte. 

Strade, marciapiedi, pubblica illuminazione, rete fognaria, rete idrica. Anni di lavoro. Che diedero una svolta nell’opera di ricostruzione del Comune del Cafè House.

Il Comune di Santa Margherita di Belice rientra nel gruppo di paesi che, all’indomani del terremoto del gennaio 1968, furono dichiarati “a parziale trasferimento”. Cioè l’opera di ricostruzione doveva avvenire anche sul vecchio insediamento urbano.

Questo comportò dei ritardi. Tant’è che i lavori di urbanizzazione primaria nella zona del “vecchio centro” furono realizzati soltanto all’inizio degli anni ’90 del secolo scorso. Dopo 30 anni.

L’impresa Celi ha realizzato anche la nuova Matrice ed ha ristrutturato il palazzo Filangeri di Cutò, comunemente indicato come palazzo del Gattopardo.

Completati i lavori, le baracche di cantiere (uffici, depositi, parcheggi) sono stati lasciati a disposizione dell’amministrazione comunale che, per tanti anni, li ha usato come deposito dei mezzi della nettezza urbana e come autoparco comunale.  

Poi, circa quindici anni fa, si pensò di realizzare un autoparco comunale in contrada Madonna di Trapani. Venne chiesto un mutuo alla Cassa Depositi e Prestiti, ma poi il progetto naufragò.

L’autoparco comunale, alcuni anni fa, fù spostato nell’area di pertinenza dell’ex scuola superiore, dopo che il BES (una struttura di ricerca universitaria) aveva tolto le tende.

Adesso le ruspe cancellano un altro pezzo di storia legata al terremoto del gennaio 1968.

E viene in mente la lettera che Giuseppe Tomasi di Lampedusa, il 30 maggio del 1957, scrisse al suo amico, il barone Enrico Merlo di Tagliavia: la chiave di lettura de Il Gattopardo è anche nella figura del cane Bendicò. “La distruzione di un’epoca che arriva fino al cane”, spiegò Gioacchino Lanza Tomasi.

La fine di un’epoca, nel romanzo, assume la forma plastica della zitella Concetta che butta via il “mucchietto di pelliccia” tarmata e inutile di Bendicò; oggi le ultime reliquie di una ricostruzione dimenticata, e che rischia di non essere mai ultimata, vengono avviate in discarica dalle ruspe di un sindaco avvezzo a festeggiare le demolizioni. Ma anche le mancate ricostruzioni.

                           
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