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SEI GIORNI DI STEFANO VALENTE
La recensione critica di Claudio Ardigò
SEI GIORNI DI STEFANO VALENTE admin
admin - giovedì, 21 febbraio, 2019
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di Claudio Ardigò - critico letterario


L’eterna aspirazione dell’uomo a migliorarsi, a fuggire dalla propria condizione, a non assuefarsi ad una realtà triste ed inappagante. Ma insieme alla tensione interiore dell’evasione, l’attaccamento indistruttibile alla propria origine all’amore verso se stessi e a ciò che si è stati, quando una lercia trincea sembrava un campo di papaveri , e un semplice scontro ,un’assalto alla Bastiglia. Quel ribellismo giovanile misto ad incoscienza che spinge  ognuno di noi a schierarsi contro quel mondo “adulto” che ai nostri occhi di bambino, ci ha consegnato quella realtà dalla quale non vorremmo che scappare. Iacopo ce la fa, ed alla fine parte metaforicamente nel suo mondo. Abbandona quel non luogo definito “ il ricordo e il pensiero del mondo ” ma per il quale sente nel momento del distacco, un attaccamento ed un’attrazione fatale.
Inevitabile, il ritorno. Come per gli elefanti, gli uomini alla fine cercano di morire nel luogo dove sono cresciuti, ricercando erroneamente ed illudendosi che sia il luogo a restituirgli l’incontro del loro affacciarsi sul mondo. La trincea non è più la stessa perché a cambiare è stato lui. Una prosa cruda, a tratti truculenta , ma condita di un ironia sottile e da una capacità narrativa che tiene inchiodato alle vicende dei protagonisti e dei suoi compagni di strada.
Stefano Valente con Sei Giorni dimostra di essere uno scrittore vero, che significa sempre puntare i piedi andare contro la corrente di ciò che è valido per tutti; non disdegnando quel pizzico di poesia nel guardare il mondo con occhi nuovi e diversi, di riscoprire che il sole sorge che in cielo c’è la luna e il tempo non è solo quello scandito da gli orologi.
Una frase accompagnerà il lettore dall’inizio alla fine del romanzo, una frase che nel libro non c’è eppure è sempre presente, “sono nato troppo presto o troppo tardi che cosa sto a fare qui pregate il Dio per l’infelice” (Arthur Rimbaud).





                           
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