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Emanuele Bellia: comunista o bandito? Sambuca prigioniera del silenzio
Il sindaco Leo Ciaccio rilascia gratuitamente la patente di “banditi” a tre compagni comunisti uccisi nel 1944
Emanuele Bellia: comunista o bandito? Sambuca prigioniera del silenzio admin
admin - martedì, 29 gennaio, 2019
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di Joseph Cacioppo

 

Sedotti e abbandonati. Così devono essersi sentiti i componenti la “banda dei comunisti” di Sambuca di Sicilia. Almeno questa è la sensazione che si coglie leggendo un opuscolo su Emanuele Bellia, ucciso in uno scontro a fuoco con le forze dell’ordine nel novembre del 1944.

Chiariamo subito che l’opuscolo è stato scritto da Pippo Truncali, figlio della sorella di Emanuele Bellia. E quindi rappresenta un punto di vista di parte. Ma la questione è ininfluente.

La storia di Bellia è lo spunto per raccontare uno spaccato della realtà siciliana, non riportato dai libri, nel periodo successivo allo sbarco degli anglo-americani in Sicilia del 10 luglio 1943.

Lo sbarco era stato pianificato da un accordo tra OSS (Office of Strategic Service: il servizio segreto statunitense istituito nel giugno 1942 e operante nel periodo della seconda guerra mondiale, poi trasformato nella CIA) e la mafia. Mediatore fù il massone Frank Gigliotti, all’epoca anche capo consigliere della sezione italiana dell’OSS.

Patto USA- mafia reso noto al grande pubblico anche dal film “In guerra per amore”, di PIF.

A1 momento della invasione alleata i dirigenti comunisti sambucesi costituirono una delegazione cittadina ed andarono incontro ai reparti americani. Ma questo non deve essere piaciuto ad un gruppo di giovani contadini, convinti fautori della rivoluzione proletaria. Come da anni venivano indottrinati.

Il governo militare alleato si preoccupò di assicurarsi il favore dei notabili e del clero. “A Sambuca, seguendo i consigli del vescovo di Agrigento e dell'arciprete, gli americani reinsediano il podestà e i vecchi funzionari.”

Che tutto cambi purché tutto resti com’è.

Ovvero, come scritto da Giorgio Bocca: una “rivoluzione incompiuta” a causa della mancata defascistizzazione dello Stato.

I proprietari terrieri “orfani” del fascismo cercarono una sponda nel movimento del separatismo siciliano. Si allargò il fenomeno del banditismo.

Uno dei punti di contatto tra separatismo e banditismo è stato il principe Alliata di Montereale, massone di spicco dell’Obbedienza di Piazza del Gesù, accusato di essere in qualche modo collegato alla strage di Portella della Ginestra.

"II movimento agrario separatista siciliano e la mafia da diverso tempo hanno fatto causa comune", si legge nel rapporto, redatto agli inizi del 1946, del generale Amedeo Branca, comandante la Legione dei Carabinieri di Sicilia.

Ai primi di luglio del 1943, a Sambuca, comunisti e socialisti evitano il saccheggio dei magazzini del Consorzio agrario, e garantiscono i viveri alla popolazione.

L’episodio è la micca che accende un fuoco che i dirigenti comunista di Sambuca non riescono a contenere. La “banda dei comunisti sambucesi” - che in un primo momento si era opposta al trafugamento del grano - temette di essere interrogata dal “nucleo” di pubblica sicurezza. Le voci di torture e di processi sommari erano noti.

La miseria, le aspettative derivanti dall’indottrinamento comunista e la insofferenza alle ingiustizie fecero il resto.

Anche se a Sambuca, come ha ricostruito Salvatore Maurici ne i “Briganti sambucesi”, l’esperienza banditesca ha origini antiche.

“C'era gente che ci faceva soverchierie, che ci portava alla rovina. Per questo siamo diventati tutti comunisti" – ha dichiarato Gaspare Alfano nel 1997, alla presentazione del film “I briganti di Zabut”. "Nel 1943 - continua Alfano, che all’epoca dei fatti aveva 18 anni - fu fatta una rapina a un ricco che aveva un parente giudice a Palermo. Venne deciso che i responsabili dovevano essere trovati a ogni costo e i carabinieri cominciarono ad arrestarci e a picchiarci tutti per farci confessare. Fummo condannati tutti a trent' anni e uno anche all' ergastolo. Ma non eravamo delinquenti, ci hanno fatto diventare delinquenti i fascisti e i mafiosi".

Ed il partito comunista dov’era? Si chiede Pippo Truncali nel suo opuscolo. Per le bande partigiane del nord – sembra essere la tesi di Truncali – il partito comunista si mobilitò. Ricercando e trovando una soluzione politica.

Anche la sinistra si è mobilitata all’uscita de “Il sangue dei vinti”, di Giampaolo Pansa. Una sorta di scudo protettivo verso quei “compagni” che nell’imminenza del dopo guerra si erano lasciati prendere la mano dal risentimento e dalla vendetta. Complice l’abbondanza di armi rimasti sul campo.

A Sambuca, invece, i leader comunisti si sono girati dall’altra parte. La “rivoluzione” lasciava il posto alle responsabilità di governo, dove sedevano Palmiro Togliatti (vicepresidente del Consiglio) e Fausto Gullo (ministro dell’agricoltura).

La politica del partito era un’altra, ed io dovevo solo mollarli”, ha dichiarato Giorgio Cresi, primo segretario della Federazione comunista di Agrigento, ricordando lo scontro a fuoco del 10 aprile 1944 tra i “ribelli” e le forze dell’ordine nelle campagne di Sambuca.

E così la “banda dei comunisti” divenne la “banda di delinquenti” dalla quale prendere le distanze.

Una presa di distanza formalizzata 72 anni dopo, il 28 novembre 2016, dal sindaco del Comune di Sambuca di Sicilia, Leo Ciaccio, con la posa di una lapide in memoria del maresciallo di pubblica sicurezza Domenico Anghelone. Morto il 27 novembre del 1944, mentre adempiva agli ordini ricevuti, in uno scontro a fuoco in casa della famiglia Bellia. La lapide riferisce che in quella casa c’erano “tre banditi”, anch’essi morti nello scontro a fuoco.

Da quali atti è stato desunto che Emanuele Bellia, il fratello Salvatore ed il padre Francesco, erano dei banditi? – si chiede Pippo Truncali.

Ne i “Ricordi di un comunista”, curato dallo storico Michele Vaccaro, a proposito di Emanuele, Salvatore e Francesco Bellia, si legge “che nulla avevano a che vedere con i ribelli”. I “ribelli”, cioè la “banda dei comunisti”, tra l’altro erano stati arrestati sei mesi prima, il 15 maggio 1944.

A collocare Emanuele Bellia a “capo dei banditi” ci ha pensato “La Voce di Sambuca”, pubblicando nell’estate del 1997 – a cura del Direttore e scrittrice Licia Cardillo - un intervento di don Mario Risolvente basato sul sentito dire ai tempi della sua gioventù quando ha iniziato a frequentare il Seminario. Don Mario Risolvente colloca le gesta della “banda dei comunisti” tra l’ottobre del 1944 al maggio del 1945. I ricordi lacunosi del prete cozzano con i dati dello storico Michele Vaccaro.

Ritorna quindi la domanda: in base a quale documentazione il sindaco Leo Ciaccio ha dato la “patente” di banditi a Emanuele, Salvatore e Francesco Bellia?

Possibile che abbia attinto queste informazioni dai verbali del “nucleo” di pubblica sicurezza? Atti certamente inattendibili, visto che molto probabilmente si dovevano giustificare quattro morti in quella che doveva essere una semplice perquisizione.

Il caso Cucchi chiarisce come vanno queste cose quando ci scappa il morto. Figuriamoci cosa poteva accadere il quel momento storico, dove gli anglo-americani si erano affidati alla mafia per fare piazza pulita delle oltre cento bande che scorrazzavano per la Sicilia. Le bande furono tutte eliminate. Ne furono lasciate libere alcune, tra le quali quella del bandito Salvatore Giuliano. Poi utilizzata come capro espiatorio della strage di Portella della Ginestra.

Strage che – con la desecretazione degli archivi dell’OSS – è stata ricondotta ai servizi segreti americani (dai quali Salvatore Giuliano era stipendiato) in collaborazione con formazioni neofasciste.

Viene in mente il parallelo tra la storia di Emanuele Bellia e quella di Andrea Scano de i “Prigionieri del silenzio”, di Giampaolo Pansa. Entrambi giovani comunisti. Entrambi andarono in Spagna a combattere. Entrambi diventarono un fardello per il PCI. Entrambi sono rimasti “prigionieri del silenzio”. E con loro anche i vertici comunisti e l’intellighenzia di Sambuca che a quelle idee si sente ancora vincolata.

                           
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