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Quando la realtà supera anche Pirandello. La boccaccesca storia dello "smemorato" di Palma di Montechiaro
Meglio stupidi che privi di "onore"? E' l'interrogativo che pone la vicenda di un secolo fa, ma ancora attuale
Quando la realtà supera anche Pirandello. La boccaccesca storia dello "smemorato" di Palma di Montechiaro admin
admin - domenica, 11 novembre, 2018
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     di Piero Meli

     Sembrerebbe una novella o una commedia pirandelliana. Ma non è così. Nemmeno Pirandello avrebbe potuto immaginare una cosa del genere. Eppure questo che stiamo per raccontare è un fatto di cronaca realmente accaduto.  Lo scalpore che suscitò nell’opinione pubblica fu enorme e se ne occuparono tutti i giornali del Regno.

     Tutto ebbe inizio subito dopo la fine della Grande Guerra. Al centro della vicenda un giovane soldato di Palma di Montechiaro che sulle alture del Monte Nero, nella famosa battaglia di Caporetto del 24 ottobre del 1917, vien fatto prigioniero. Il suo nome è Francesco Restivo, di anni 27.

   Per qualche tempo i familiari non ebbero più notizie del congiunto. Fin quando le Autorità militari comunicarono che Francesco era morto presso il nemico l’8 maggio del 1918.

    La notizia gettò nello sconforto i genitori Carmelo Restivo e Angela Greco, la sorella Domenica e i fratelli Salvatore e Giuseppe tutti domiciliati a Palma di Montechiaro, e la giovanissima moglie Angelina, madre di un bambino di pochi mesi, che abitava a Licata. Cosicché alla vedova del povero soldato fu liquidata la pensione.

     Ma ai primi di dicembre del 1920 ai genitori del Restivo si presentò uno sconosciuto, in realtà un truffatore abituale che viveva di espedienti, il quale riferì che il loro congiunto era vivo e annunciò che dopo qualche giorno essi lo avrebbero visto arrivare. Però - aggiunse lo sconosciuto -  il giorno e   l’ora dell’arrivo del soldato redivivo l’avrebbe telegrafata egli stesso da Licata, dove prima doveva recarsi per portare notizie ad alcune famiglie di dispersi e di prigionieri di guerra.

  Immaginarsi lo scompiglio della famiglia Restivo nell’apprendere la notizia. Accorsero parenti, amici e vicini di casa, i quali, contenti a non finire, tempestarono di domande lo sconosciuto, che rispondeva, mantenendosi però sulle generali. La sorella Domenica, raggiante di gioia, si lasciò sfuggire che lo sconosciuto aveva una somiglianza impressionante con Francesco, anzi sembrava proprio Francesco.

     La sera stessa il misterioso forestiero partì per Licata. Alla stazione ferroviaria di Palma lo accompagnò uno dei Restivo, Giuseppe, che presentò lo sconosciuto ad un appuntato della guardia di Finanza, un certo Salvatore Crista anche lui in partenza per Licata dove prestava servizio nella locale caserma, perché gli facesse compagnia durante il viaggio e una volta giunti a Licata gli indicasse qualche albergo dove alloggiare.

     La mattina seguente lo sconosciuto andò a trovare in caserma Salvatore Crista e da lui si fece accompagnare nell’abitazione della vedova Restivo, alla quale comunicò che suo marito era vivo e quanto prima sarebbe ritornato. Aggiunse, per rendersi più credibile, altri particolari appresi parlando il giorno prima con i parenti e gli amici del Restivo. L’apparizione inaspettata di quell’individuo e le notizie da lui portate produssero un grave turbamento nell’animo della donna. Tanto che anche lei, in preda a una grande suggestione ed agitazione, ebbe la stessa impressione di Domenica Restivo, cioè che lo sconosciuto aveva una forte rassomiglianza col marito. Fino a dirgli: «Forse sei tu il mio Francesco?».

     Lo sconosciuto rimase sconcertato da quella domanda.  Rispose che non era Restivo e che il suo nome era Giorgio Bellassai di Ragusa. Però non appena uscì fuori dalla casa della vedova, il furfante ripensando che la somiglianza col Restivo aveva impressionato sia la sorella che la moglie dello scomparso, comprese che quello era il momento propizio per giocare d’audacia. Perciò, rivoltosi alla guardia di finanza Crista, esclamò con fare concitato: «Mia moglie m’ha riconosciuto! Vado a buttarmi a mare!».

    Il Crista comunicò alla vedova la rivelazione fattagli dallo sconosciuto e ricondusse a casa di Angelina l’imbroglione che ormai aveva deciso di vestire i panni di Francesco. La povera donna, avendo riscontrato che lo sconosciuto aveva un dente spezzato, una cicatrice nella mano e un neo nella guancia proprio come il “defunto marito”, credette di trovare segni sufficienti per identificare nel Bellassai il suo Francesco. Perciò corse a Palma per avere dai suoceri e dagli altri parenti conferma del definitivo riconoscimento. La sera stessa infatti la donna e il falso Restivo si recarono insieme a Palma, dove dinanzi a tutta la famiglia riunita   l’impostore spiegò ch’egli si era presentato sotto le false generalità di Giorgio Bellassai sia per avere precise notizie del contegno tenuto dalla moglie durante la sua assenza sia per timore che la sua improvvisa apparizione potesse provocare qualche infarto ai suoi anziani genitori per la gioia. Aggiunse furbescamente che le gravi sofferenze patite in guerra avevano trasformato e alterato i lineamenti del suo volto e avevano tanto turbato la sua mente ch’egli non era in grado di ricordare gli avvenimenti familiari, il nome dei congiunti, degli amici e delle contrade di Palma e che per il grave esaurimento non era più in grado di lavorare. E profittando della commozione destata dalla scoperta d’un altro elemento di identità col defunto, cioè una cicatrice sotto il mento, giacché i Restivo si mostravano ancora titubanti e perplessi, l’abile simulatore assunse un tono drammatico ed esclamò in maniera teatrale: «Vedete? Un padre e una madre che non riconoscono il proprio figlio! Datemi la mia roba che vado a buttarmi in mare!». Ottenne infatti l’effetto sperato, perché Carmelo Restivo, padre del soldato morto, scoppiando in lacrime, si gettò ai piedi dello sconosciuto e singhiozzando gli chiese perdono per avere tanto dubitato nel riconoscere in lui il proprio figlio.

      Dopo questa scena si ebbe un fenomeno di suggestione collettiva in tutta la folla di congiunti, amici e curiosi, accorsi numerosissimi. E, sebbene fossero in parecchi a sostenere che quell’uomo non era Francesco Restivo, si passò di equivoco in equivoco, di illusione in illusione. Il presunto reduce si recò a Licata con la moglie e il suo ritorno venne comunicato all’autorità militare, la quale mentre sospendeva il pagamento della pensione alla vedova corrispondeva al simulatore il premio di congedamento, il pacco vestiario e l’indennità di prigionia e iniziava le pratiche per la pensione, che gli fu assegnata nella misura di 300 lire.

     Ottenuta la pensione, il furfante non riuscì più a continuare la finzione e confessò alla “moglie” di non essere affatto Restivo ma Giorgio Bellassai di Ragusa, che non era mai stato prigioniero, che soleva andare in giro nei paesi fornendo notizie fantasiose alle famiglie di militari morti o dispersi, allo scopo di ottenere pranzi, denaro e regali e che per lo stesso fine si era recato a Palma, dove i frequenti riferimenti alla sua somiglianza col defunto l’avevano convinto a sostituirsi al Restivo. Aggiunse che faceva ora questa confessione perché, dopo quanto era avvenuto, la donna non avrebbe potuto più ribellarsi al fatto compiuto, non avendone convenienza.

     Ma questa volta il Bellassai fece male i conti, perché la donna, al colmo della rabbia per il raggiro, bastonò di santa ragione il mistificatore e lo cacciò di casa. Il Bellassai non disarmò e con inaudita spregiudicatezza chiese protezione e asilo ai vecchi Restivo, riuscendo ad aizzarli contro la nuora Angelina. Allora questa, dopo aver svelato ai suoceri ogni cosa, denunciò il fatto all’autorità giudiziaria che procedette all’arresto del lestofante.

       Sottoposto ad interrogatorio il falso Restivo dichiarò di essere davvero il soldato redivivo e raccontò una serie di avventure rocambolesche, ma l’istruttoria del processo a suo carico iniziato nel settembre del 1922 mise in luce che egli era Giorgio Bellassai, vagabondo, senza fissa dimora, pregiudicato, condannato per furto, diserzione e truffa.

      Ma il processo riservò un ulteriore clamoroso colpo di scena. I Restivo, sorprendendo tutti, si schierarono a difesa dell’impostore, smentendo la nuora e producendo una serie di memorie e di testimonianze con le quali confermavano che l’imputato era realmente il loro congiunto. Il pregiudizio e l’ignoranza, così radicati in paese, li aveva costretti a scegliere il ridicolo per salvare «l’onore». Il fatto che il Bellassai aveva vissuto maritalmente con Angelina costituiva per la mentalità dei Restivo una cosa tanto disonorevole che confessare l’errore in cui erano caduti significava il riconoscimento di fatti obbrobriosi per la moglie del figlio, quindi per il figlio e per loro stessi. I giudici non ebbero invece alcun dubbio e condannarono il Bellassai a 3 anni, 7 mesi e 10 giorni di reclusione e 640 lire di multa. Il caso tenne banco sui giornali per molto tempo e ritornò in auge nel 1927, riproposto dal “Giornale d’Italia” e dalla “Stampa” di Torino, in occasione d’un altro analogo fatto di cronaca altrettanto clamoroso, quello di Bruneri- Canella, lo smemorato di Collegno.

                           
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