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Giuseppe Maria Tomasi mecenate di Carlo Goldoni ed amante della bella vita
Un eccentrico letterato tra gli antenati dell’autore de Il Gattopardo
Giuseppe Maria Tomasi mecenate di Carlo Goldoni ed amante della bella vita admin
admin - martedì, 31 luglio, 2018
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di Piero Meli

Probabilmente era ignoto allo stesso autore del Gattopardo, quantunque attento alla storia e alle vicende del proprio casato. Ma è notizia di prima mano che tra gli antenati del principe-scrittore siciliano, accanto a uno stuolo di chierici, monache, santi e capitani d’arme è rimasto in ombra un personaggio singolare, brillante e mondano, sicuramente interessante, se ebbe la ventura di unire il proprio nome a un’opera di Carlo Goldoni. Si tratta di Don Gio. Giuseppe Maria Tomasi, duca di Palma, al quale il Goldoni dedicherà Oronte re de’ Sciti, un dramma per la musica di Baldassare Galuppi da rappresentarsi a Venezia al teatro Grimani di San Giovanni Grisostomo, per il carnevale del 1740. E lo farà con questa solenne incensata.

«Eccellenza. La prima volta ch’io espongo nel maggior Teatro di quest’Inclita Dominante un mio Dramma, non poteami desiderar vantaggio, che uguagliar possa l’onore, ch’io vengo a ricevere da un Mecenate si Illustre. Il nome di V. E.  riverito cotanto dalla Sicilia non meno, che dall’Italia tutta, e particolarmente da questa Serenissima Dominante, ora più che mai fortunata per la vostra presenza, è un’ornamento certamente non meritato, né dall’opera, ne dall’Autore. Arrossisco pur troppo, esponendo agl’occhi di un Cavaliere di sì finito gusto nelle lettere un’imperfetta Tragedia, ma mi lusingo, che la Vostra benignità, Virtù principale del Vostro grand’animo, si degnerà d’aggradirla, e proteggerla, ne mi negherà l’onore speciosissimo di potermi dire, quale col più profondo ossequio desidero perpetuamente di essere di V. E.  Umiliss. Devotiss. Obligatiss. Servitore Carlo Goldoni. Venezia li 23. Decembre 1740».

Ma chi era costui? Non ci soccorre nessuna biografia dell’autore del Gattopardo, né l’albero genealogico dei Tomasi, impreciso e lacunoso, tra quelli consultati. Se però si considera che nel Settecento era in voga l’usanza di anteporre al proprio nome il prenome Gio. con significato di Giovanni o di Gian, fermo restando che il vero nome era il secondo, il mecenate di Goldoni dovrebbe con ogni probabilità corrispondere a Don Giuseppe Maria Tomasi (1717-1792), sesto duca di Palma, figlio primogenito di Don Ferdinando II Maria.

Supponiamo in assenza di precise notizie ch’egli dovesse essere un uomo di lettere. E inoltre che amasse viaggiare, se è vero che la sua presenza è acclarata nella repubblica veneta per la rappresentazione del dramma goldoniano. Sicché tutto ci fa credere che si tratti della stessa persona, dello stesso stravagante ed eccentrico signorotto siciliano, del quale s’intrattenne Giuseppe Marcotti in un lungo articolo in due puntate sul “Fanfulla della Domenica” (n. 52 del 1882 e n. 9 del 1883) da noi scoperto per caso dal titolo Viaggio d’un siciliano nel 1738.

L’articolo del Marcotti riassume il viaggio in Europa che il giovane Gian Giuseppe Maria Tomasi, duca di Palma, intraprese il 6 giugno del 1738. Al suo rientro a Torretta, in Sicilia, raccolse le sue impressioni in un libro che intitolò Viaggio d’Europa, zeppo di strafalcioni curiosi e divertenti.

Collerico e sanguigno, tanto da bastonare un vetturino che s’era rifiutato di condurlo oltre il tragitto convenuto; galante a tal punto da visitare la tomba di madonna Laura ad Avignone, il signorotto siciliano non è della stessa pasta dei suoi antenati. Né lo attraversa il brivido religioso. Tutt’altro. A Gaeta, alloggiando presso i domenicani, sorride scettico quando gli si racconta della montagna spaccata per la morte di Gesù Cristo. Ama i divertimenti, il lusso e il teatro. A Roma vede il teatro d’Aliberti e il della Valle; a Firenze ascolta al S. Gaetano il violinista Tanfani; a Parigi, dove avrà l’onore di essere presentato al re e alle principesse di Francia chiamate Mesdames, non resta molto entusiasta del teatro dell’Opera e della Commedia; mentre a Londra, tra una serata e l’altra al teatro Hay-Market, imparerà il gioco del wisky e diventerà assiduo ai clobs dei ministri forestieri.

Questi appunti del giovane gentiluomo – scrive Marcotti ch’ebbe in visione il manoscritto originale da Giovanni Temple Leader - «danno la misura della media intellettuale nelle alte classi siciliane al principio del Settecento».

Il libro del duca Gian Giuseppe Maria Tomasi rimase inedito. E meno male. Perché la sua pubblicazione avrebbe sicuramente fatto arrossire il commediografo veneziano per cotanta scappellata al cavaliere siciliano e al suo «finito gusto nelle lettere».

                           
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