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Speciale convegno: Emanuele Navarro e la modernità
Speciale convegno: Emanuele Navarro e la modernità admin
admin - lunedì, 25 giugno, 2018
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Cultura&Turismo [58]

di Gisella Mondino


Il mio intervento prende le mosse dalla convinzione che si possa,  a questo punto della storia della letteratura italiana, andando fuori dagli schemi scolastici, che spesso rispondono a esigenze, diciamo così, politico-didattiche,  una rilettura complessiva dell’opera di Emanuele Navarro, (prendendo in esame il rapporto fra biografia (… incontri…viaggi…), scelte letterarie e canoni letterari): uno scrittore che si confronta con la modernità, con il progresso, con la civiltà metropolitana e da questa prospettiva considerare un mondo provinciale, che si sta decomponendo.

Questo mio discorso, presuppone che il lettore non perda di vista che la “modernità” è una categoria sociologica e letteraria.

In quanto categoria sociologica,la “modernità” indica quel momento a partire da cui l’uomo elabora culturalmente e storicamente (dall’Illuminismo e dalla  correlata idea di progresso) lo stadio moderno delle società come una condizione irreversibile e come il punto di arrivo di un processo di sviluppo che ha portato alla realizzazione di un modello universale ed autentico di umanità. Secondo questa prospettiva, il mutamento moderno indica un passaggio di ordine cognitivo da una realtà predeterminata e preordinata divinamente, definita cioè secondo giustificazioni morali e religiose, ad una visione del mondo che attribuisce agli individui il governo della natura e quello di se stessi (della società).

Ne deriva che la civiltà moderna, in virtù della scienza, si è ritenuta in grado di accedere alla verità oggettiva dettata dalla natura e si è autodefinita come distaccata dai vincoli della tradizione. I moderni si pensano come radicalmente diversi dai propri antenati premoderni, ritenendosi in grado di definire modelli più giusti di vita collettiva, propendo come inevitabile e necessaria la distinzione dei moderni dalle culture che li hanno preceduti

Nella storia letteraria la modernità è un’epoca ( fine Ottocento-primo Novecento), nella critica letteraria essa è  l'autocoscienza - del moderno, in quanto i racconti e le poesie condividono, seppur nella specificità nazionale, i tratti distintivi della modernità europea: sul piano dei temi, gli scenari urbani delle grandi metropoli, la traumatica separazione dal passato, la dissociazione uomo-natura, il dubbio sul senso delle cose, la condizione di spettatore rispetto all'esistenza privata e collettiva del soggetto; sul piano degli stili, la fine della tradizione intesa come un «complesso di forme, abitudini, canoni, topoi che ha attraversato la letteratura occidentale fino all'epoca romantica; nella sfera estetica è il modernismo, ossia una prassi artistica concreta in cui gli scrittori non trascurano di confrontarsi con il passato, guardando sia alle esperienze del realismo sia a quelle delle Avanguardie.

Ciò premesso e alla luce degli studi di Romano Luperini, di Di Raffaele Donnaruma e di Valentino Baldi sulla modernità in ambito storico-letterario, la modernità è in Emanuele Navarro a partire dai più semplice dei fatti letterari del Nostro:

1) Sceglie di scrivere novelle. Non si tratta di coup de foundre, ma di una scelta pensata con cui invertire la tendenza ottocentesca che vedeva questa forma narrativa influenzata dal romanzo; le novelle, infatti, nel corso del XIX erano realizzate come se fossero dei piccoli romanzi, con un certo ordine ed una struttura coerente e coesa. Le sue novelle (quelle siciliane) esprimono il bisogno dei prosatori di scrivere in modo sempre più frammentario, rapsodico, rapido, facendo diventare, talvolta, le loro opere delle “novelle lunghe” (si pensi a La Nana).

2) Porta sulla scena l’Escluso. Le storie, raccontate da Emanuele Navarro, sia quelle ambientate nei salotti parigini sia quelle ambientate nelle campagne siciliane, seppure in modo diverso, perché diverso è il mondo di cui fanno parte, mettono al centro della pagina uomini e donne, vittime più o meno consapevoli, del progresso e della modernità. I valori di un tempo potrebbero essere riproposti solo se essi facessero un passo indietro: ma ciò non è più possibile.

3) Adotta l’ironia, ops, l’umorismo. Emanuele Navarro (Filosofia paterna), quando racconta “documenti umani”, approda a soluzione esistenziali che escono fuori dagli schemi del mondo borghese, in particolare dell’istituto familiare.  Per cui il lettore sente che la verità morale è altra da quella enunciata dal narratore (il quale, in quanto si identifica con la coralità del paese, è portavoce di un’ottica unicamente economica, che implica uno stravolgimento profondo dei rapporti umani, sottoposti alla legge dell’utile e della sopraffazione). Emanuele Navarro, pur volendo fare della sua scrittura un documento umano, rifiuta l’idea di un’opera che possa sembrare farsi da sé e per questo dissemina nelle Novelle siciliane diversi punti di vista sulla dramma umano che nasce da ragioni economiche, ma che non si esaurisce in soluzioni di ordine economico. Il dramma della vita spinge Emanuele Navarro ad approdare ad un Umorismo ante litteram.

4) La donna. Nei suoi racconti, espressione di una cultura maschilistica, comune ad un’epoca, prevale la contrapposizione amante-madre. Come dimenticare la Nana, il cui nome è una riscrittura di Nanà (protagonista dell’omonimo romanzo di Zola). Come dimenticare che il sentire e il pensare della Nana sono quelli di una donna irregolare, che non possiede le qualità morali di una madre?

5) Si rifugia nell’arte per vivere. Condizione comune all’artista che ha perso l’aureola.

Nelle sue storie sono rintracciabili due linee: una epicizzante, l’altra decadente. La prima linea è rintracciabile nel momento in cui narra i temi del lavoro, dell’attaccamento alla famiglia, della casa, dell’onestà, della dignità, dell’onore; la seconda nell’ammissione del fallimento della famiglia, della casa, della dignità, dell’onore in barba alla cultura romantica prima, ed a quella positivistica, poi.

Ultima considerazione, ma non per importanza, Emanuele Navarro si confronta con il passato e adotta la scrittura per disseminare il senso perduto del vivere.

A questo punto, sembra lecito chiedersi perché è soprattutto in questi ultimi anni che i riflettori si siano posati su Emanuele Navarro.

Tante e complesse le motivazioni che si potrebbero addurre, da quelle di ordine accademico a quelle di ordine scolastico, ma a noi piace provare a ragionare utilizzando i termini della critica letteraria. Nel 1968, quando Sciascia parlò di Navarro e individuò in lui un intellettuale che ebbe il merito di sprovincializzare la cultura italiana di fine Ottocento, il postmoderno, teorizzando la “leggerezza” e concentrandosi su temi leggeri, secondo la lezione di Italo Calvino, comportando il declino del realismo di fine Ottocento e del neorealismo. E, perciò anche di Emanuele Navarro, la cui adesione al vero e non al reale sembrava una lezione d’altri tempi!

In Navarro il fatto estetico ha proprie leggi, non confrontabili con quella della politica/ ideologia. Rapporto tanto caro al postmoderno!

Il pregio della Novelle Siciliane e de La Nana è il volere regredire alle fonti originarie della storia. Un viaggio fantastico compiuto all’indietro verso le origini del mondo. Ma, differentemente da Verga, con un sentimento antipolulista. Egli vede la realtà senza lenti deformanti e riesce a dare una rappresentazione convincente del mondo popolare. La sua poetica è la sua ideologia: descrivere la realtà così com’è vuol dire rinunciare a moralismi (indignazione, protesta) e a speranze (progressive): moralismi e speranze che invece compie a Serao.

Emanuele Navarro rifiuta la tazza del consòlo che la borghesia è sempre pronta ad apprestarsi quando s’avvicina al cosiddetto problema sociale: alla protesta e alla speranza, categorie molto dubbie sul piano ideologico e letterario, perché presuppongono fatalmente una posizione subalterna in chi le esprime, egli preferisce la conoscenza e la consapevolezza. Il rifiuto di un’ideologia progressista costituisce la fonte, non il limite, della riuscita navarriana.

Quello di Emanuele Navarro, adottando l’idea di Riccardo Castellana, potremmo definirlo un realismo modernista, che non è una contraddizione in termini, né implica una presunta arretratezza della novella italiana rispetto a quella europea. Un modernismo che rifiuta il realismo convenzionale e prende pretesto e materia dalla realtà, proponendo una prospettiva rivolta all’interiorità.

Oggi, in un momento di grande tensione, di modernità multiple, per dirla con le parole del sociologo israeliano Eisenstadt, in un momento in cui le ideologie del Novecento si sono eclissate, almeno in Occidente, in cui prevale l’individualismo e in cui, in nome  del razionalismo, l’uomo giustifica tutto e il contrario di tutto, la letteratura riscopre  la novella, l’umana partecipazione dell’autore per i vinti, la sensibilità per il rovescio oscuro del progresso che sta per sommergere tutto, la consapevolezza di una svolta storica che produce egoismo e alienazione., senza rimpianto o nostalgia per il mondo arcaico-rurale, ma con la lucida e tragica consapevolezza di un trauma storico che conduce allo sradicamento e alla modernità in quanto categoria sociologica.

Il lettore moderno si appassiona alle storie di Navarro perché egli rappresenta, senza pietismi e senza speranze consolatorie, la verità della condizione popolare; il lettore non può non pensare alla responsabilità degli uomini (Pietro Gigelli sa che non potrà sposare la Nana! malgrado sia analfabeta, è Rosolino Cacioppo il più "intellettuale" dei personaggi navarriani: è lui che svela la verità di quel mondo, rifiutando il colpo di lupara, più d’effetto sicuramente, ma meno epico!)

E’ forse il momento di superare le opposizione binarie e l’utilizzo di schemi tanto rigidi da essere destinati al fallimento.

Ci dà l’occasione, oggi, questo III Convegno di studi navarriani, che attraverso il rapporto tra Emanuele Navarro e gli altri offre lo spunto di riflettere sulla letteratura di ieri e di oggi e sul rapporto con quello che Charles Margrave Taylor chiama disagio della Modernità, che scaturisce da gravi problematiche e conflittualità interne economico-sociali, ma anche da tensioni insite nel rapporto stesso tra l’individuo moderno e la sua comunità di appartenenza. Questo “disagio”, che colpisce in maniera particolare le società occidentali contemporanee, non è altro che il risultato di una serie di squilibri avviatisi con l’emergere di quel processo politico, sociale, economico, religioso e filosofico che prende il nome di “Modernità”, processo, avviatosi sin dal Seicento, che si dispiega in tutti i campi dell’esistente con esiti variegati, ma mantenendo tuttavia alcuni caratteri costanti:

1. l’emergere di un individualismo privatistico che tende all’indifferenza rispetto al destino della collettività di cui si fa parte;

2. l’atomizzazione della vita delle persone, sempre più indipendenti tra loro e prive di valori comuni;

3. la secolarizzazione e l’eliminazione di qualsiasi trascendenza dall’etica collettiva.

                           
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