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Dai Gattopardi alle Iene: quell’affronto a Don “Pepè” Tomasi, nonno dell’autore de Il Gattopardo. In esclusiva la lettera del 1888.
Ecco la lettera scritta da Don "Pepè" Tomasi al sindaco di Palma
Dai Gattopardi alle Iene: quell’affronto a Don “Pepè” Tomasi, nonno dell’autore de Il Gattopardo. In esclusiva la lettera del 1888.  admin
admin - martedì, 19 giugno, 2018
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di Piero Meli

La storia dei Gattopardi ha inizio in quel remoto paese di Donnafugata, così la chiamerà nel romanzo Giuseppe Tomasi di Lampedusa l’odierna Palma di Montechiaro. La fondarono nel 1637 i gemelli ragusani Carlo e Giulio Tomasi, facendone una città-monastero con l’istituzione di tante “memorie” e tante “divozioni” alla foggia dei luoghi santi. Tuttavia, non soltanto chiese, conventi, reliquiari e monasteri eressero i primi duchi di Palma, ma, con un governo illuminato, si adopereranno in favore dei poveri, creando asili, reclusori, congregazioni e opere pie.  

La devozione del popolo palmese per i loro religiosissimi governanti sarà grande. Soprattutto per Giulio Tomasi, “il duca santo”, il cui ricordo si perpetua in una cantilena, “Il testamento del duca di Palma”, raccolta dal Pitré come “una delle più popolari di Sicilia”.

Nel Settecento la famiglia si trasferirà a Palermo tra la nobiltà che conta.

Ultimo dei Tomasi ad avere i natali a Palma nel 1697 fu Don Ferdinando II, padre di quell’eccentrico e stravagante letterato Don Giuseppe Maria, al quale Carlo Goldoni dedicò il suo “Oronte”.

Ma anche dal capoluogo siciliano Palma per i Tomasi sarà sempre e comunque un punto di riferimento imprescindibile non foss’altro per i feudi, i fitti, le esazioni, i privilegi, ch’erano l’essenza stessa della loro nobiltà. Basti pensare che eserciteranno per secoli, fino all’autore del “Gattopardo”, il diritto di patronato di nominare l’arciprete del paese.

Nel 1860, lo sbarco dei garibaldini e i nuovi ceti emergenti daranno l’ultimo scossone al prestigio della casata.

Il vento della rivoluzione non risparmierà nemmeno Donnafugata. Tutto non sarà più come prima. I nuovi Sedara non perderanno tempo a dare un netto segnale che a comandare ora sono loro. Il 25 luglio 1862 il Comune di Palma sarà uno dei primi in Sicilia a chiedere a Vittorio Emanuele II di mutare abito in Palma di Montechiaro per dare un colpo di spugna al passato regime borbonico, di cui i Tomasi erano stati fedeli servitori.  E qualcuno oserà di più.

Nell’estate del 1888, il 28 luglio, l’allora sindaco di Palma di Montechiaro, forse a corto di iniziative, non trova di meglio che concedere la cittadinanza palmese nientemeno che a Don Giuseppe Tomasi, detto “Pepè”, nonno dell’autore del “Gattopardo” e ultimo discendente dei fondatori della città.

Inutile dire che l’iniziativa era palesemente imprudente e inopportuna. Bruciava ancora all’aristocrazia siciliana la ferita del plebiscito antiborbonico. Tant’è che lo stesso sindaco, nel comunicare al duca la decisione della giunta municipale, aveva avuto cura di scegliere le parole giuste per camuffare il significato politico della deliberazione, spacciandola come manifestazione di affetto e di riconoscenza dell’intero paese: “sull’unanime sentimento della popolazione”.

Ma per Don “Pepè”, decimo duca di Palma, Principe di Lampedusa e Grande di Spagna, che la tradizione voleva fosse accolto al suono delle campane e dalle autorità del paese in piedi sulla scalinata della Chiesa Madre, quella “onorificenza” rappresentava esattamente il suo rovescio: la beffarda rivalsa d’un minuscolo rappresentante del nuovo Regno nei confronti dei fondatori del paese.

E Don “Pepè”, per quanto lo chiamassero “’u prìncipi babbiùni”, era quello che più d’ogni altro aveva preso del carattere di quella bestiaccia superba del Gattopardo. Di qui la graffiante risposta del primogenito di Don Giulio Fabrizio, il vero Gattopardo,  all’incauto sindaco in una lettera inedita, da Palermo,  il giorno di ferragosto del 1888: “Illustrissimo Signor Sindaco, Ho ricevuto il riverito foglio del 28 Luglio ora scorso col quale la S. V. Ill.ma si è compiaciuta rimettermi la copia della deliberazione di cotest’Onorevole Giunta Municipale di pari data con cui mi si è voluta conferire la cittadinanza Palmese sull’unanime sentimento della popolazione. Oltremodo grato dell’onore speciale concessomi, manifesto alla S.V. Ill.ma di avere accettato con piacere la detta cittadinanza; e la prego di porgere i miei più distinti ringraziamenti a tutti i componenti la Giunta Municipale ed all’intiero paese. E con ogni riguardo mi pregio di raffermarmi di V. S. Ill.ma DUCA di PALMA”.

La lettera è un capolavoro di buone creanze. Ma dall’alto della propria inespugnabile cortesia, l’altero duca fa rilevare, con la consueta implicitezza dovuta al suo rango (si badi all’uso impersonale “si è voluta conferire”), come quella cittadinanza non fosse assolutamente richiesta né tantomeno desiderata. E dopo una sfilza di convenevoli, ecco l’affondo finale: “e con ogni riguardo mi pregio di raffermarmi di S. V. Ill.ma Duca di Palma” col predicato nobiliare a caratteri vistosamente più grandi e rimarcati. Lasciando con ciò chiaramente intendere che, al di là delle mutate condizioni politiche e del decreto del dittatore Garibaldi che aveva soppresso i titoli nobiliari, in fondo il vero padrone del paese era ancora lui. Sembra quasi di udire le parole di Don Fabrizio, il Principone, dalle pagine del romanzo: “Grazie. Diventerei il signor Corbera”.                                                    

 

                           
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