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Speciale convegno: Navarro, Capuana e La Fronda
Speciale convegno: Navarro, Capuana e La Fronda admin
admin - mercoledì, 13 giugno, 2018
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Cultura&Turismo [64]

di Daniela Balsano


Navarro e Capuana stringono amicizia nel 1857 (Giuseppe Macherione di Giarre presenta Capuana a Navarro per lettera indicandolo come possibile collaboratore per l’Arpetta, periodico letterario che Vincenzo Navarro con il figlio diede alle stampe a Palermo nel periodo 16 aprile 1856 - 30 marzo 1857, espressione genuina del salotto sambucese del tempo) e tra i due inizia una fitta corrispondenza epistolare in quegli anni definiti da Capuana “Illusioni sublimi”.

Iscritti entrambi alla facoltà di giurisprudenza e a tal proposito Capuana scriveva “Si studiacchiava qua e là, se se ne aveva un po’ di voglia, ma si diventava medici, avvocati, ingegneri e farmacisti egualmente. I professori universitari erano di manica larga ... il pubblico avrebbe anch’esso distinto, alla prova, i buoni dai cattivi medici, i buoni dai cattivi avvocati”.

Certo qualcosa deve aver imparato dai suoi studi di legge, scriveva il Vetro a pag. 35 della sua opera su Capuana, tant’è che a proposito della sindacatura del Capuana riferisce: “Amministrò così bene il paese che la maggior parte degli abitanti di Mineo lo ricordano ora più come sindaco provvido e intelligente che come scrittore e fu veramente straordinaria la sua attività nel risanare le finanze dell’erario e nell’intentare con coraggio e con grandi noie, numerosi processi contro i debitori del comune”.

Il legame con la terra d’origine sarà imprescindibile per entrambi anche se Navarro nel ‘58 in una lettera a Capuana scriverà “più lungi, andare e non tornare perché sento che questa non è terra per me; all’uopo mi martirizzo a studiare profondamente il francese” (e sappiamo l’importanza che la Francia riveste in Navarro). Capuana lo definisce “ebreo errante” in una lettera a Verga.

In “La voce di Sambuca” Tommaso Riggio, medico di Ribera, ci racconta del rapporto legato alla Fronda (su cui Verga pubblica Jeli il pastore) tra Capuana e Navarro, e delinea le caratteristiche dello stile di Navarro definendolo verista, paragonando la sua penna a una macchina da presa per fotografare.

Navarro di ritorno in Italia dal suo soggiorno decennale a Parigi al Caffè Biffi lancia l’idea di un giornale letterario che egli stesso avrebbe potuto fondare e dirigere, forte della sua esperienza con l’Arpetta. L’idea di Navarro era dare vita a una rivista esclusivamente letteraria chiamando a raccolta personalità di spicco da tutta Italia per dare testimonianza della questione sociale raccogliendo il maggior numero possibile di “documenti umani”.

A proposito della “Fronda” Navarro scriverà: “Essa toccherà il problema sociale nei punti più trascurati e diciamo non più attraenti, eco e specchio della vita moderna”, mostra l’attenzione per il vero ma è lontana dal Naturalismo. Tant’è che a proposito di “Giacinta” in una lettera a Capuana del 2 luglio 1879 scriverà “Sono dell’avviso che un uomo per bene non deve mai scrivere ciò che all’occasione non oserebbe dire in un salotto”.

Capuana in “Come io divenni novelliere” alle pagine da XXVII a XXXI, affrontando l’argomento relativo al rapporto della sua generazione con la tradizione letteraria scrive: “Naturalista o Verista? Il nome mi preoccupa poco. Dicendo: naturalista o verista tanto per farmi intendere dagli altri, volevo significare che, secondo me, nel mettersi a scrivere delle novelle o dei romanzi, bisognava badare a forgiar quest’opera d’arte giusta la sua ultima forma, provvisoria anch’essa, ne convenivo, tanto che cercavo anch’io, nella misura delle mie deboli forze, di svolgerla, d’ampliarla o per lo meno, di ripulirla togliendone via quanto ancora rimaneva in essa di fronde inutili, di rami morti ... penoso lavorio diretto ad ottenere il risultato di rendere la novella, dirò così autonoma, qualcosa d’indipendente, di fuori del tutto dal suo autore ... l’attenta osservazione della natura, lo studio minuzioso delle verità ritenevo che non sarebbe bastato. Insomma essendo l’opera d’arte principalmente anzi unicamente forma, occorreva che la sua rinnovazione accadesse appunto lì, o era inutile lo spendervi intorno lavoro, tempo ed ingegno”.

Consapevole che far nascere un giornale era impresa ardua, dopo inutili tentativi a Milano Navarro si recò a Firenze dove prese contatti con Pancrazi per un supplemento a La Gazzetta d’Italia e invitò il Capuana a raggiungerlo.

Capuana si rallegra e, in una lettera a Navarro del 21 ottobre 1877, scrive: “Dunque vi fate un giornale? Benissimo, nessuno ne goda più di me perché nessuno più di me rimpiangeva quella specie di inerzia troppo intima in cui vi vedevo caduto”.

Dall’espressione “inerzia intima” si intuisce il legame profondo, confidenziale, che certamente se non da un rapporto diretto doveva essere alimentato da un fitto scambio epistolare. Capuana si era ormai imposto come critico letterario e letterato ma impegnato nella sua sindacatura risponde a Navarro e al suo invito di collaborazione: “Mi sforzerò di scrivervi sebbene mi riconosca troppo disadattato al genere di scrittura che il Vostro giornale richiede”.

Trascorsi due anni dalla proposta del suo progetto editoriale Emanuele Navarro pubblica “La Nana” che, come scrive Natale Tedesco: “Segnò una rottura col convenzionalismo persistente dando della Sicilia e dei siciliani un’immagine inedita”. La stessa recensione di Capuana a La Nana lascia Navarro senza parole tant’è che gli attribuisce il merito di avergli letto dentro meglio di quanto egli stesso sapesse fare: “Vi confesso ingenuamente ch’io sono rimasto a bocca aperta, per la meraviglia, leggendolo. Nulla delle mie intenzioni, delle mie idee e perfino dei miei sottintesi vi è sfuggito. Voi avete in certi punti, rivelato me a me stesso. Voi avete scoperchiato la mia mente e ci avete letto dentro come me, anzi meglio di me. Tutte le Vostre osservazioni sono di esattezza sorprendente, tutte, sapevo che siete un uomo di ingegno, ora comincio quasi a sospettare che abbiate il dono della doppia vista”.

Capuana a proposito de La Nana scrive: “I veri siciliani chi li vuole conoscere li troverà nel racconto del Navarro della Miraglia “Quelli lì? (fingendo degli interlocutori) ma somigliano proprio a noi, non hanno nulla di speciale. Non so che farvi ma vi assicuro che essi sono autentici nei più minimi particolari. Chi vuol conoscere la vita dei paesetti di Sicilia legga la Nana gli varrà come l’esserci vissuto un anno intero”.

Riggio partendo da questo commento di Capuana identifica perfettamente i luoghi di quel paesino remoto con Sambuca di Zabut che aveva dato i natali al Navarro e dove tutto parla ancora di lui, “dalla casa natale sull’arco sghembo della Piazza San Giorgio alla magnifica terrazza del Belvedere dove la gente andava a sera a prendere il fresco, dei tanti cortili (in cui egli pose la casa di Rosaria Passalacqua, la protagonista de “La Nana”) alla chiesa della Bambina dove immaginò che si recasse a piedi Rosaria, insieme con la madre per adempiere a un voto”. “Non tutti questi luoghi - scrive sempre il Riggio - ci sono pervenuti nella loro integrità originaria, alcuni purtroppo sono stati danneggiati dal terremoto del 68 o dalla mano dell’uomo”.

Sempre il Capuana, invece, scrive: “in Navarro le circostanze esteriori si impongono e sopraffanno l’individuo che si muove dentro di esse. Il cortile, la vendemmia, il temporale, la notte di Natale, il Carnevale, tutti i più minuti particolari della monotona vita del villaggio regolata come un ordigno o, se più vi piace, come una funzione animale che non ha coscienza di se stessa”. E riferendosi allo stile Navarriano: “quel suo stile vivo, spigliato a periodini staccati che a molti non piace a me lo confesso piace moltissimo ... se pecca per qualche cosa è per troppa evidenza: un bel difetto. Questa trasparenza, questa limpidezza di forma è nel caso presente in perfetta armonia col soggetto: il cielo della Sicilia e i suoi paesaggi non possono essere trattati altrimenti”.

Capuana decide di collaborare con “La Gazzetta d’Italia” ed esorta il Navarro affinché cambi titolo al suo giornale in una lettera del 6 dicembre 1879: “Perché quel titolo sembra un’imitazione del Fanfulla e divenne La Fronda”. Collaborazione che si concretizza l’8 febbraio 1880 quando sul n. 4 de La Fronda appare pubblicata la novella intitolata “La Signora Brusetti”. La Fronda ha vita breve appena sette numeri.

Capuana definisce la Fronda “giornale letterario mondano della società elevata” in una lettera del 24 febbraio 1880, avvalorando la dichiarazione contenuta in una lettera scritta da Navarro a Capuana del 2 luglio 1879 “Secondo me tutta la morale di un libro, come di ogni altra opera d’arte, si compendia nella sua bellezza”.

I due parlano anche di compensi, richieste di soldi, anticipi e usano toni un pò più seri quando anziché “Il Bacio” Capuana vede pubblicato “Jeli il pastore”.

Che i letterati non avessero disponibilità di denaro Capuana lo fa comprendere quando dirà “L’Illusione che in Italia le lettere potessero fare il miracolo di non lasciare morire di fame è svanita” ed è testimoniato sempre da Riggio il cui ultimo lavoro è un saggio dal titolo “Pirandello, Capuana e Navarro docenti al Magistero Femminile di Roma” pubblicato su “La Voce” e nel quale ricostruisce la carriera scolastica dei tre illustri autori perché come diceva Sciascia “dove c’è un siciliano ne arriva subito un altro e poi un altro ancora”.

 

                           
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