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La manomissione delle parole
I fatti di questi giorni ci devono far riflettere sul valore delle parole
La manomissione delle parole admin
admin - giovedì, 31 maggio, 2018
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di Simone D'Avvocato

Se come sosteneva uno dei più originali pensatori del novecento, il filosofo del linguaggio Ludwig Wittgenstein, nel suo Tractatus logico-philosophicus “quanto può dirsi, si può dir chiaro; e su ciò di cui non si può parlare, si deve tacere”, perché sono di uso comune termini come storytelling e jobs act? Oppure, perché usare impeachment per accusare il presidente della Repubblica, se nella Costituzione non è rintracciabile un termine simile? Assoluzione e prescrizione possono essere utilizzati in modo intercambiabile senza che sia alterato, sostanzialmente, il significato di una sentenza?

L’utilizzo del linguaggio potrebbe sembrare un argomento velleitario su cui interrogarsi in tempi complessi e, per certi versi, inquietanti come quelli attuali. Eppure, basterà leggere La manomissione delle parole, un piccolo e travolgente saggio, pubblicato già nel 2010, per cambiare radicalmente idea. L’argomento è tanto urgente e attuale che lo stesso scrittore, Gianrico Carofiglio, già magistrato e parlamentare, da qualche settimana lo ha rispolverato per portarlo in rassegna nei teatri italiani.

La riflessione di fondo che il libro ci sottopone è fino a che punto siamo consapevoli del linguaggio che utilizziamo, di quello che subiamo e delle inesorabili conseguenze. Sarebbe ingenuo e imperdonabile credere che le parole siano innocue, “esse sembrano non avere peso e consistenza, sembrano entità volatili, ma sono in realtà meccanismi complessi e potenti” e Carofiglio lo illustra analizzando in maniera brillante e irresistibile dei vocaboli essenziali come vergogna, giustizia, ribellione, bellezza e scelta. Lo scrittore barese, ci spiega che le parole sono strumenti da maneggiare con cura, perché la narrazione non è uno strumento neutrale. Infatti, la comunicazione, attraverso il racconto degli eventi, da forma alla nostra percezione della realtà che, per il ricevente, costituisce la realtà stessa. Questo punto è dirimente nella società contemporanea della post verità, in cui i fatti rischiano di essere irrilevanti rispetto alla loro rappresentazione. Non è un caso se i politici nel mondo si avvalgono di sapienti spin doctor della comunicazione per contendersi il consenso delle masse, o se le multinazionali utilizzano potenti e implacabili campagne di marketing con cui riescono a condizionare con virulenza le abitudini di consumatori inermi.

Insomma, una parola non vale l’altra, dalla loro qualità dipende la qualità del pensiero, quindi delle nostre azioni e interazioni. Allora, diventa necessario rendersi conto della qualità delle parole, del loro stato di salute, ossia della loro capacità di esprimere con precisione e completezza il significato. Ed ecco che l’argomento velleitario è diventato, improvvisamente, tanto delicato da condizionare concretamente le vite. Qualcosa da considerare profondamente, su cui varrebbe la pena soffermarsi, per diagnosticare i problemi del nostro tempo e provare a porre un argine alla deriva culturale in cui siamo, volenti o nolenti, immersi. Non per niente, Carofiglio riporta una citazione del già menzionato Wittgenstein, “il limite del mio linguaggio significano il limite del mio mondo”. E del resto, lo stesso autore fin dal titolo del libro, ci indica sia il problema che la soluzione, ricordandoci che il temine manomissione, oltre al significato comune di manipolazione, vuol dire anche liberazione, secondo un istituto del diritto romano con cui il padrone (dominus) rendeva libero uno schiavo. Non resta che accogliere l’invito a diventare padroni del nostro linguaggio, a liberarlo dal processo di conversione all’ideologia dominante. Forse, non tutto è perduto.

 

 

                           
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