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LE LASTRE DI ROBERTO CIACCIO - Ricerca sulla conservazione del ferro ossidato DI ALICE PALLADINO
Ritratto concettuale di un'artista attraverso un percorso restaurativo
LE LASTRE DI ROBERTO CIACCIO - Ricerca sulla conservazione del ferro ossidato DI ALICE PALLADINO admin
admin - mercoledì, 23 maggio, 2018
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di Laura Bonelli


Il restauratore è un artista che lavora nell’ombra, deve avere capacità tecniche, manuali e di pensiero. Alice Palladino vive e lavora a Milano come restauratrice. Appassionata di arte contemporanea e da sempre interessata alla scultura e allo studio dei metalli, ha fatto di ricerca, sperimentazione ed analisi dei materiali, gli aspetti fondamentali della sua attività. Ha curato, tra i molti lavori, i restauri della Sala Reale della Stazione Centrale di Milano, gli elementi lapidei della Chiesa S. Zeno al Foro a Brescia, le tarsie marmoree del Duomo di Milano.


Collabora con il Mart, Museo d’arte moderna e contemporanea di Trento e Rovereto.

Il suo libro LE LASTRE DI ROBERTO CIACCIO – Ricerca sulla conservazione del ferro ossidato, pubblicato in ebook da Nardini Editore è senz’altro un testo di nicchia, ma permette di conoscere un artista che ha fatto dell’arte un percorso concettuale e filosofico peculiare e di ampio respiro.

 

Qual è il pensiero che sta dietro alle opere di Roberto Ciaccio?

 Roberto Ciaccio è un artista profondamente legato a filosofia, musica, poesia ed architettura con un percorso artistico concettuale. Fin dagli inizi della sua carriera, sperimenta diversi materiali (lamiere di zinco, legno, tempere, smalti, ossidi e vernici) per produrre dipinti ad olio, incisioni, collage e monoprints. Il suo lavoro presenta un profondo legame tra scultura ed architettura.

Di notevole importanza è il lungo sodalizio con Giorgio Upiglio, stampatore di Milano, conosciuto alla fine degli anni ’70, con cui realizza nei primi anni ’90 Annotazione di luce in otto momenti, dedicato al saggio L’origine dell’opera d’arte di Martin Heidegger, tra il 2003 e il 2006 le edizioni Infinitononfinito e Leçons de Ténèbres/Le Son des Ténèbres. Sempre a partire dai primi anni 2000, la sua ricerca si concentra in particolar modo su superfici in ferro corrose e lastre di rame, specchianti e lucenti, che vengono inchiostrate da Giorgio Upiglio, in un profondo dialogo tra pensiero e materia. L’artista utilizza quindi una lastra seriale, prodotta industrialmente che diventata matrice, genera una infinita varietà di immagini (monoprints), scandite dall’elemento tempo.

Aspetti fondamentali lungo il suo percorso artistico sono: Luce-Oscurità-Riflesso, Presenza-Assenza, Tracce-Tempo-Memoria-Revenance, Spazio-Luogo-Distanza-Divenire/Differire.

Nel mio libro ho infatti realizzato un capitolo per l’esposizione Lichtung tenutasi al Collegio di Cairoli di Pavia nel 2004 e dedicata al poeta Tomaso Kemeny, proprio per evidenziare uno dei temi fondamentali di Roberto Ciaccio, la lichtung (licht-luce e lichten-diradare) ovvero la contemporanea presenza di luce/oscurità, presenza/assenza e quindi il manifestarsi e il celarsi della verità dell’opera per coinvolgere lo spettatore in una interrogazione continua e la possibilità di confrontarsi con l’opera.

 

 Il tuo libro analizza due elementi naturali molto comuni: il ferro e la ruggine. Da dove scaturisce l' idea concettuale e artistica?

Si esattamente, il ferro e la ruggine sono due elementi comuni nell’arte contemporanea ed hanno affascinato molti artisti, come anche Roberto Ciaccio ed Ettore Colla, artista a me molto caro di cui parlo nel mio libro. Entrambi recuperano materiali degradati dal tempo, materiali che hanno subito lavorazioni, abrasioni, graffi  per ascoltarli ed interrogarli nella loro dimensione, in continua metamorfosi. Il ferro perde quindi la sua “utilità pratica” per avere, grazie alla scelta dell’artista, una “nuova funzione”.

Prezioso contributo al libro, il testo della collega Serena Francone, Proteggere la ruggine come patina artistica: una sfida. Il testo illustra l’utilizzo del ferro nell’arte contemporanea e affronta la problematica della conservazione della ruggine intesa come patina artistica. Serena Francone affronta l’argomento del ferro e dell’acciaio CorTen, i processi di corrosione e i sistemi protettivi per poi descrivere l’intervento di restauro sull’opera di Antony Gormley, Fai spazio, prendi posto.

 

 Come hai affrontato la ricerca per questo lavoro?

Ho conosciuto Roberto Ciaccio nel 2004 e subito si è creata sintonia fra noi. L’artista desiderava trovare un protettivo per la parte posteriore delle sue lamiere in ferro che interferisse visivamente il meno possibile con la superficie metallica. Insieme, abbiamo quindi selezionato una serie di prodotti, da testare su tre opere, che poi ho sottoposto a variazioni di umidità e temperatura in camera chiusa per diversi mesi. I risultati dei test sono stati molto interessanti e nel 2013 abbiamo deciso di effettuare il lavoro in occasione dell’esposizione a Genova a cura di Anna Orlando e Remo Bodei, Roberto Ciaccio Lucematrice, a Palazzo Ducale, Salone del Maggior Consiglio, Palazzo Nicolosio Lomellino, Museo di Palazzo Reale  e Museo d’Arte Contemporanea  Villa Croce. Successivamente, con Roberto, abbiamo deciso di progettare una cassa per la conservazione ed il trasporto delle opere, mantenendo la struttura esterna già da lui utilizzata ma apportando modifiche all’interno per quanto riguarda i materiali, leggeri, stabili ed isolanti rispetto ai cambiamenti microclimatici.

Il mio lavoro è stato di sperimentazione e di costante confronto con l’artista; questo aspetto, di confronto con gli artisti, è infatti molto importante nell’arte contemporanea. Bisogna relazionarsi con loro ed ascoltare le loro esigenze.

 

Tu sei una restauratrice e il tuo saggio affronta una parte importante del tuo lavoro: la conservazione. In senso più ampio e simbolico che cosa vuol dire "conservare" secondo te?

La conservazione è sicuramente un aspetto importante nel mio lavoro di restauratrice e richiede un profondo esame. Da una parte devo far si che l’opera d’arte si mantenga e si preservi e dall’altra devo anche valutare la poetica dell’artista, le esigenze dell’opera stessa e fino a che punto sia possibile la conservazione. Mi viene in mente l’arte povera, concettuale, gli happenings e un artista, Joseph Beuys (ad esempio Sedia con grasso, 1964); quindi casi dove il degrado caratteristico dell’opera deve essere accettato ma anche valutare eventuali casi di sostituzioni dell’opera stessa.

Nel mio lavoro è quindi fondamentale, quando possibile, chiedere direttamente all’autore informazioni su come l’opera deve essere presentata e di conseguenza rispettarne le intenzioni e se questo non è possibile, svolgere ricerche e documentarsi in maniera approfondita.

Per quanto riguarda il lavoro sulle lamiere di Roberto Ciaccio, significativa è la dedica che l’artista stesso mi ha fatto nel gennaio 2006 per la tesi del biennio all’Accademia di Brera: la protezione e conservazione delle sue opere e dell’ossido di ferro, diventa per lui un momento in cui le tracce ed il tempo, vengono fissate sulla superficie e sospese tra memoria e l’oblio.

 

 

 

 



 

 

 

                           
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