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Fisionomia dei quartieri scomparsi di S. Margherita di Belìce
Fisionomia dei quartieri scomparsi di S. Margherita di Belìce admin
admin - domenica, 27 agosto, 2017
News [1161]

di Giusy Maggio

Nel medioevo le città erano divise in quattro parti. Ognuna di esse era un quarto e da lì la parola quartiere, parola che appartiene al senso comune, alla conoscenza innata di ciascuno di noi e richiama l’insieme di edifici e infrastrutture che costituisce l’unità minima di urbanizzazione. Il quartiere si contrappone spesso a quello che è il “centro” della città o del paese.

Tutto semplice? Per niente perché noi, di Santa Margherita di Belìce, se parliamo di quartieri abbiamo “un prima ed un dopo”: in mezzo sta il terremoto.

E il termine quartiere assume un significato diverso se ci riferiamo a prima o a dopo.

Chi è nato dopo, conosce il quartiere di allora solo attraverso la narrazione di chi c’era, e si narra di un microcosmo locale in cui erano rintracciabili le condizioni per la condivisione di valori, norme ed esperienze.

Ciascun quartiere a Santa Margherita Belice  non era un microcosmo isolato.  Non c’era una dimensione autonoma e distinta rispetto ai legami interpersonali da un lato e al legame sociale nel suo insieme dall’altro.

Parenti che abitavano o nell’una o nell’altra parte, amici, ceti sociali diversi, li trovavi al “Calvario” come a “la Cruci”.

Quasi tutti gli agglomerati rionali avevano la propria chiesa di riferimento da cui prendevano nome gli abitanti della zona. Poi capitava che le persone manifestassero più o meno scherzosamente, una improbabile rivalità, un accentuato campanilismo nei confronti del proprio rione, chiamandosi reciprocamente “San Michelari” e “Sant’Antonari”, campanilismo molto produttivo nelle gare di chi realizzava le più belle feste religiose.

Nel lessico di allora, “abitare a la punta di l’Orto” oppure alla “Madonna delle Grazie”, ovvero a Santo Vito, San Calogero, stava sì ad indicare una precisa collocazione urbanistica ma non tanto sociale perché risultavano adiacenti i palazzi cosiddetti nobiliari e le casupole magari retaggio della vecchia servitù poi riscattate e privatizzate.

E ora? Con la ricostruzione post terremoto, parallelamente a nuovi insediamenti, abbiamo assistito anche al maldestro tentativo di mantenere  nel tempo denominazioni e ubicazioni pre terremoto e di salvare in alcune  zone la configurazione topografica se non quella, del resto impossibile, socio-ambientale

Il “quartiere San Michele” però non esiste più. La “piazzetta”, allora bellissima, di via Onofrio Abruzzo, malgrado la stessa toponomastica è irriconoscibile. Lo stesso si può dire di via Calvario e di tanti altri ex nuovi quartieri annessi.

Inutile cercare là riscontri nella memoria con quanto si osserva oggi, aspetti anche solo parzialmente  conservativi degli originari nuclei abitativi fanno male alla memoria di chi ricorda bene com’era.

L‘antica fisionomia di quei quartieri, come anche in zona Sant’Antonio, è stata totalmente stravolta.

A distanza di quasi cinquant’anni dal terremoto, si prende atto di quel che è e si cerca difendere la memoria del quartiere.

Del resto il quartiere sembra oggi conoscere una nuova fortuna, una vasta letteratura è tornata di recente ad occuparsi di quartieri. In parte, perché sono diventati oggetto di politiche che, in contrasto con la settorialità degli interventi precedenti, hanno enfatizzato l’aspetto di “arealità” delle iniziative pubbliche.

Un altro motivo di interesse deriva dal fatto che i quartieri rappresentano un terreno comune a soggetti sociali diversi, nonostante la crescente segregazione della popolazione sfavorita. Anche se la perdita di coesione sociale riguarda la società nel suo insieme, e si osservano quartieri ordinariamente coesi e quartieri privi di coesione sia tra quelli ricchi che tra quelli poveri, in qualsiasi caso sono pur sempre il luogo dove gli strumenti basi della convivenza diventano familiari e utilizzabili.

Ma è anche vero che il termine quartiere, non sempre possiede una connotazione positiva, sia nel contesto, che nel vissuto di chi vi abita.

Parliamo dei quartieri ai margini, delle periferie dimenticate, e naturalmente dei quartieri e degli inquilini delle “case popolari” spesso abbandonati a se stessi.

Tanti edifici realizzati dall’Ente Iacp, convivono ancora oggi con insostenibili situazioni di degrado, incuria e igiene a rischio, e spesso non basta la collaborazione e il senso civico dei cittadini per migliorare la situazione.

Da un punto di vista strettamente urbanistico, la pianificazione dei quartieri economici e popolari ha sempre rappresentato un momento di alta produzione culturale e di forte sperimentazione innovativa ma il fatto è che spesso tutto ciò resta solo nelle intenzioni di chi progetta.

Noi, a Santa Margherita di Belice, abbiamo case popolari nel perimetro del centro urbano ed altre in estrema periferia, in cui si concentra un notevole disagio sociale a livello micro-locale. Nei quartieri dove la stragrande maggioranza della popolazione è socialmente svantaggiata, le persone finiscono per trovarsi coinvolti in percorsi di esclusione perché i problemi individuali e strutturali si sommano a specifici effetti del contesto locale.

Nel nostro contesto post terremoto, la relazione tra quartieri “centrali” e quelli “periferici” è ostacolata anche dalle distanze che spesso sono anche chilometriche, eppure è innegabile l’esigenza di una identità unitaria.

Il terremoto e le scelte urbanistiche hanno definitivamente cancellato quello che si imparava da bambini: “Santa Margherita sorge su due colline: San Calogero e Sant’Antonio”. 

Non bastano i ruderi di San Calogero e San Vito, testimoni della storia che fu, a ridarci la solidarietà della gente dei vecchi quartieri se non la rivisitiamo negli aspetti migliori nell’attualità sociale.

E poi, non tutti possono permettersi di scegliere il quartiere dove vivere, ma si può contribuire a far sì che il quartiere sia luogo della solidarietà e della resistenza, della disponibilità ad utilizzare le proprie capacità per mobilitare risorse aggiuntive, senza le quali non è possibile avere accesso alle opportunità sociali.

L’obiettivo è quello di riportare i quartieri alla funzione originaria di comunità tra cittadini rilanciando il ruolo di raccolta di problematiche e bisogni socio affettivi e contemporaneamente capaci di relazionarsi con le istituzioni.

                           
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