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La città di mezzo, di Sante Cutecchia. Uno spunto di riflessione urbanistica
La città di mezzo, di Sante Cutecchia. Uno spunto di riflessione urbanistica admin
admin - domenica, 16 aprile, 2017
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di Laura Bonelli



Abbandonare a se stesso un luogo significa creare un limbo, uno spazio sospeso in cui le memorie e il senso vengono gradualmente dimenticati, fino a farlo diventare un non-luogo.

E’ il caso delle abitazioni contadine della splendida cittadina pugliese di Altamura, nel progetto fotografico (e filosofico) di Sante Cutecchia “La città di mezzo” (Edizioni Esperidi).


Saggio pregevolissimo che spinge ad una riflessione sui significati del territorio e sull’impatto che hanno sulle generazioni, nuove e vecchie. Le immagini parlano da sole: ciò che non è abitato da persone e pensiero si sgretola ed aumenta il senso di solitudine della rovina.

E’ un esempio piccolo quello preso in analisi dall’autore, ma solo in apparenza. I temi della trascuratezza delle strutture architettoniche di una volta, assieme a quelli del recupero e della ricostruzione sono quanto mai importanti e necessari in questo periodo storico.

Sante Cutecchia vive a Venezia. Si occupa di fotografia e architettura ed è docente al Liceo artistico.

Tra le sue pubblicazioni: Il tratturo e la via Appia antica (2013), CRP – Centro raccolta profughi, fotoreportage per la rivista In Pensiero n.9 (2015), Alianello, borgo fantasma devastato da due terremoti, con testi di Mauro F. Minervino per Il Reportage nr. 26 (2016). Attualmente espone nella mostra L’Appia ritrovata. In cammino da Roma a Brindisi di Paolo Rumiz e compagni.


Come nasce il progetto La città di mezzo?


Le basi di alcuni progetti fotografici su cui ho lavorato stanno nei luoghi che ho abitato sin dall’adolescenza. Ho vissuto nella periferia della città di Altamura. Uscivo spesso in bicicletta e a poche pedalate dal mio quartiere c’erano i campi coltivati, i frutteti e le aree incolte. I miei nonni, Sante e Carmela, vivevano nella città vecchia, invece Pietro e Palma in uno dei numerosi rioni contadini, parte di una “città di mezzo”, che sta tra il centro antico e la moderna espansione. Spesso an-davo a trovarli. Ho avuto, quindi, la fortuna di conoscere i diversi volti di una città, vivere tra il centro e la periferia, abitare una casa medie-vale, una abitazione contadina e un edificio moderno.


I rioni contadini di Altamura, nati tra XIX e XX secolo, non sono mai stati riconosciuti come una architettura di valore con tutte le conseguenze che questo ha comportato, tra le quali la mancanza di una normativa di salvaguardia e riqualificazione. Il valore di questo esteso pezzo di città è storico e architettonico e quindi, nel momento in cui mi accorsi che le demolizioni aumentavano sotto la spinta della forte speculazione edilizia, decisi di provare a fare qualcosa per far conoscere un patrimonio culturale che rischiava di scomparire in pochi anni. Iniziai ad approfondire la conoscenza dell’architettura dei rioni grazie anche agli studi che Ferdinando Mirizzi, antropologo, aveva fatto nel 1989. Quando gli parlai del progetto fu subito entusiasta tanto da sostenermi e accettare di curare la postfazione al volume. Nel 2009 cominciai a fotografare ogni singola abitazione per finire nel dicembre del 2015.

L’obiettivo, sin dall’inizio, era realizzare un catalogo fotografico di architetture dimenticate già prima di scomparire, un invito a guardare quello che per abitudine diventa invisibile e quindi trascurato. Sul guardare mi piace citare spesso Gianni Celati che ha scritto: […] un’intensa osservazione del mondo esterno ci rende meno apatici, più pazzi o più savi, più allegri o più disperati.


La scelta fotografica proposta trasmette "la mancanza". Che cosa è andato perduto?


Le fotografie mostrano frammenti di architetture in alcuni casi ancora abitate ma il più delle volte in abbandono e, come mostrano le immagini di copertina del volume, in fase di demolizione. Le abitazioni superstiti testimoniano l’assenza della vita e delle relazioni sociali che fino a qualche decennio fa le animavano.

Quello che è andato perduto per sempre è l’immenso patrimonio di saperi della cultura contadina, velocemente liquidato e svenduto per poco.


La società cambia, ma cosa andrebbe recuperato secondo te?


Il cambiamento c’è sempre, in tutto. Quello che andrebbe recuperato è il patrimonio di saperi. Esistono professioni e lavori che si basano sul nulla, che non nascono per rispondere alla reale esigenza di una comunità (anche globale). Penso ai call-center, al mondo che gira intorno ai politicanti o ai manager di multinazionali il cui lavoro è cercare strategie per fregare al meglio la gente. Di contro ci sono mestieri, sempre più creativi, che molte persone stanno cercando di recuperare. Potrei elencarne molti: dal saper costruire edifici con proporzione e materiali non nocivi, all’artigianato, all’agricoltura rispettosa dell’ambiente in cui viviamo, saperi che guardano alle tradizioni per poter essere all’avanguardia, con l’obbiettivo di migliorare la qualità della vita di tutti.


E' un progetto fotografico e letterario che porta ad altre riflessioni. Cosa c'è nel concetto di abbandonare, cosa nel demolire?


L’abbandono è il sintomo dell’inutilità di qualcosa o della dimenticanza di qualcuno. In questo caso le abitazioni dei rioni contadini di Altamura sono state dimenticate perché non si vedono più, o meglio, non le vogliamo vedere, poiché rappresentano le origini umili dell’intero paese, ed essere umili contadini significava (mi illudo forse di poter parlare al passato) essere poveri: nella nostra epoca la povertà è una condizione di cui vergognarsi.

Le demolizioni sono strettamente legate all’abbandono ma anche all’idea di buttare via tutto ciò che è vecchio anche se utile, o di trasformarlo forzatamente in qualcosa di nuovo. Non è un caso che i lavori di restauro spesso si definiscano operazioni di “restyling”. Su questo modo di fare John Berger, gran pensatore scomparso pochi giorni fa, ha detto: “Data l’idea corrente della vita pubblica, cioè della vita intesa come un fatto spettacolare, c’è da aspettarsi che tutto quello che non vada d’accordo con questa parata, con questa idea di vita come spettacolo, dovrà essere cancellato, spazzato via, oppure restaurato, rinnovato con qualche tipo di chirurgia cosmetica”.


Ricostruire e recuperare sono concetti urbanistici che danno nuova vita ad una città. Cosa ne pensi?


Credo che sia fondamentale, per migliorare la qualità della vita in ogni città, recuperare il patrimonio edilizio esistente. Riducendo allo stretto necessario le nuove edificazioni si riduce il consumo di suolo e lo sperpero di risorse per la creazione di servizi alle nuove aree edificate. Le case contadine di Altamura, se recuperate e riutilizzate, potrebbero favorire la rigenerazione del centro cittadino, soffocato, a causa del vertiginoso aumento di volumetrie, dal traffico automobilistico, dalla mancanza di aree pedonali e di parcheggi.

Contemporaneamente si dovrebbe investire sulla creazione di aree pubbliche al servizio di tutti, per poter favorire l’aggregazione e combattere la segregazione sociale.

Un invito a riflettere sul concetto di consapevolezza nella scelta di una abitazione, sui modi di costruire e ricostruire le case, le cose e il mondo stesso, ce l’ha offerta Joseph Beuys con l’opera Grassello, nel 1978, in cui l’artista rivolge il suo sguardo verso un materiale molto utilizzato in passato nella costruzione di case: il grassello di calce.

Beuyslo fa importare da Foggia per il restauro della sua casa/atelier a Dusseldorf e lo utilizza nella sua opera insieme a dieci copie del libro fotografico in cui è documentato il trasporto del materiale dalla Puglia alla Germania. L’opera faceva parte del progetto “In difesa della natura”.





                           
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