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"Volevo il pistolino": quello che le donne non dicono
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admin - mercoledì, 18 gennaio, 2017
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di Alberto Chiarle

L'apparizione in TV della ragazza cui uno sconosciuto ha tentato di dare fuoco (e in parte pare riuscendoci; è stato il suo amante ??? non si sa) ha mostrato il volto che assume la passione incontrollabile per i propri inconsci ma profondi desideri di cui sono “schiave” molte persone – specie giovani donne. E chiedo scusa se tocco un argomento che a molti e molte parrà tabù, anche se dopo 150 anni circa di psicanalisi la cosa non dovrebbe risultare così impressionante.

Si sa infatti che nei primissimi anni di vita l'essere umano è soggetto a due "complessi" fondamentali. Uno, comune a entrambi i sessi,  è il "complesso di Edipo". L’altro, riservato alle donne, è noto come il "complesso di castrazione".

Le donne per diventare “adulte” devono quindi fare due salti psicologici: superare il complesso comune con i maschietti e poi quello loro proprio, il famigerato "complesso di castrazione".

Esso consiste essenzialmente nel considerarsi prive, per natura, del "pistolino" che esse possono vedere pendere tra le gambette dei maschietti. Ciò è sbagliato, si sa, ma la bimbetta è colpita da ciò che vede e non sa darsene ragione se non ritenendosene privata per un qualche insondabile motivo a lei del tutto sconosciuto; vedendo inoltre un bel taglietto tra le proprie gambe la sua immaginazione le chiarisce esaurientemente ogni mistero sul "fattaccio".

In sostanza ella pensa: perché non ho anch'io quel "pistolino"? Perché ne sono stata privata dalla natura?

Spesso questo “complesso di castrazione” dura fino all'età adulta senza mai diventare conscio. Soltanto partorendo un maschietto moltissime donne lo superano, diciamo lo "archiviano" come "passato", e lo dimenticano, dal momento che il maschietto cui hanno dato vita rappresenta ai loro occhi - inconsciamente - il “loro pistolino" lungamente desiderato.

Ma occorre ricordare che, se questa è la strada psicologica seguita da moltissime ragazze, spesso càpita che il "complesso di castrazione" trovi sfogo e si annulli - almeno in un primo momento e superficialmente – quando la giovane trova un uomo che mostri grande interesse per lei. Legandosi a quel “maschio”, la ragazza trova subito e inconsapevolmente – ma soddisfacentemente -  una soluzione a quel “complesso” col riversarsi completamente sulla figura maschile trovata ed “appropriandosi” interiormente ma completamente di quell’intimo particolare maschile da cui ella si è sempre inconsapevolmente sentita privata. Da quel momento egli diventa il “suo” uomo, diventa il “suo pistolino” da cui niente e nessuno potrà ormai privarla in futuro.

Tuttavia quando accade che - per una qualche ragione, spesso occasionale - gli altri, ovverosia la società e tutti quanti gli “estranei” a quel particolare rapporto dell’animo della ragazza - con il suo segreto e inconsapevole “desiderio del pistolino” - entrano in conflitto aperto con l’uomo che per lei rappresenta, anzi è, la realizzazione concreta, tangibile di quell’intimo desiderio inconsapevole, la ragazza non esita un istante a prendere le più estreme difese di colui che – non dimentichiamolo – rappresenta per lei molto di più di quello che appare agli “altri”, “all’esterno”.

Ella non dice, né può dire, a nessuno – neanche a se stessa – ciò che l’uomo rappresenta  per lei. Essendo una realtà interiore di natura inconscia. Ma dall’esterno quella realtà interiore si vede in azione nella strenua difesa del “suo uomo”.

Essa difende in realtà se stessa, difende la sua inconfessabile, inconsapevole e interiore realizzazione messa in grave pericolo dagli “altri” (in questo caso la società) i quali chiedono conto all’uomo dei suoi atti violenti contro un membro della società stessa, mentre la ragazza vi scorge il tentativo messo in atto “dagli altri” di privarla – di nuovo - di ciò di cui essa è andata in cerca dalla nascita: il “suo pistolino”.

In tutta questa serie di avvenimenti concatenati l’uno con l’altro c’è anche molto di estraneo alla verità psicologica di fondo degli attori che sono fondamentalmente tre, ma con diversi ruoli: la ragazza – che campeggia solitaria con il suo inconfessato e inconsapevole segreto psichico – l’uomo che ha tentato di incendiarla e che al momento non si sa bene chi sia, e la società che non tollera, molto giustamente, atti del genere.                                                    

Estraneità che complica l’analisi delle cose e confonde un po’ tutto in un “pot pourri”, come si dice, assai difficoltoso da separare nei suoi componenti.    

Per esempio non è totalmente da escludere la ricerca di notorietà e protagonismo da parte della ragazza, che si vede proiettata sulle prime pagine di giornali e TV senza suo merito alcuno, e forse – sotto sotto – messasi alla ricerca di qualche cosa d’altro.

C’è d’altra parte la pressione dell’opinione pubblica che vuole rapidità di soluzione di questo caso, abbastanza chiaro, di violenza. Rapidità accompagnata da un giudizio altrettanto veloce e che non si riduca a decidere, sul nasicchiare di tanti e tra qualche anno, in qualche dimenticata aula di tribunale di provincia, ciò che ora appare evidente a tutti.

Quale sarà l’esito del tutto ora non si sa. Ma che la ragazza combatta solo per sé è fuori di dubbio: ne conoscesse la ragione, il tutto si risolverebbe – per lei come per tutti gli altri – in poco tempo e penso serenamente.

 

                           
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