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E' Sambuca di Sicilia la Villamaura de La Nana, di Emanuele Navarro
E' Sambuca di Sicilia la Villamaura de La Nana, di Emanuele Navarro admin
admin - lunedì, 28 novembre, 2016
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di Michele Vaccaro

Emanuele Navarro della Miraglia (Sambuca, 1838-1919) giunse in Francia forse nella primavera del 1864 al seguito di Alexandre Dumas.

Dell’esperienza più interessante della sua vita, quella parigina, che durò fino al 1873, abbiamo alcuni “periodi vuoti”. Per il resto, ci aiutano lettere e testimonianze varie.

Collaborò con riviste e giornali usando vari pseudonimi e inviò le sue corrispondenze in Italia.

Sappiamo che svolse un’alacre attività letteraria riuscendo - secondo un oculato giudizio del critico Natale Tedesco - a “intrecciare la dialettica agrigentina con le più avanzate istanze della narrativa europea”. Solo coloro che si spinsero fuori dei confini geografici della Sicilia, come il Navarro appunto, riuscirono a esprimere una cultura di più ampio respiro, evitando l’accusa di provincialismo.

Vivace figura d’intellettuale, lo scrittore sambucese fu uno dei più rappresentativi elementi di collegamento tra naturalisti e veristi; fu forse il primo a diffondere in Italia il pensiero positivista e naturalista, a portarne “il seme in patria”.

Stimare, però, con precisione il grado della sua conoscenza della letteratura transalpina è impossibile perché tanti suoi libri e documenti non si trovano più.

L’importante funzione che il Navarro svolse all’interno del dibattito sulla letteratura francese è stata ignorata perfino da quegli studiosi che si sono soffermati sul successo della cultura transalpina all’interno di quella italiana. Il Navarro ben conosceva i romanzieri francesi a lui coevi avendoli frequentati (Stendhal, de Musset, Hugo, Baudelaire, Flaubert, Daudet, Sand e altri). Li descrisse in Macchiette parigine, componendo indimenticabili, veloci e realistici ritratti, e delineandone, magari con ironia e sarcasmo, il carattere. I profili, alcuni interessanti e riusciti, rivelano, pur in uno stile solo in apparenza trascurato, giudizi critici taglienti che ci aiutano a percepire la visione del Navarro sul dibattito intorno al realismo e all’arte.

I naturalisti, stimolati da esigenze di rinnovamento, esercitarono una forte ascendenza sulla letteratura italiana di quegli anni, che aveva bisogno di un’opera di sprovincializzazione: le elucubrazioni, le vacue esercitazioni retoriche, le insignificanti farneticazioni intellettuali, l’accademismo, l’esibizionismo parolaio, i vecchi schemi culturali sarebbero stati banditi! Occorreva, insomma, liberarsi dalle remore di una certa tradizione letteraria, anche perché i naturalisti avevano elaborato una nuova concezione del mondo e dell’individuo e, attraverso la letteratura, riverberavano le nuove tendenze di tutta una società, proprio mentre andava scemando l’interesse per l’idealismo romantico, ormai in crisi, e aumentava, di contro, l’attrazione verso la letteratura “sociale” che si nutriva di quelle nuove forme di espressione capaci di rendere conto dei problemi esistenziali e delle preoccupazioni sociali del tempo.

Nel periodo in cui operò Navarro, la letteratura non fu più intesa come pura creazione artistica: la sua nozione era tutt’altro che scontata, mentre andava acquistando rilevante importanza il dibattito sulla sua funzione, le sue potenzialità di azione, i fattori che ne alimentavano la vita e il rapporto con il lettore.

Stimolato e orientato dalle istanze di questo dibattito, il Navarro pubblicò il romanzo (che chiamò racconto) La Nana (Milano, Brigola, 1879). Composta da ventisette capitoli ambientati a Villamaura, un piccolo centro agricolo dell’agrigentino facilmente identificabile con Sambuca, l’opera fu presto dimenticata: la “riscoperta” di Leonardo Sciascia, che la fece ristampare nel 1963 dall’Editore Cappelli, non portò a una seria rivalutazione da parte della grande critica.

La Nana, però, è un piccolo capolavoro, uno dei primi romanzi che descrivono la vita della provincia siciliana campestre: “Esso è stato variamente considerato come un incunabolo del verismo e come un’anticipazione di alcune modalità del pensare pirandelliano” (Tedesco).

Notevole il suo valore descrittivo, documentario, giacché viene tratteggiata una realtà da tempo ormai scomparsa. Semplice la storia narrata, che si conclude evitando di cadere in un “pretto convenzionalismo”, ponendosi agli antipodi del finale della Cavalleria rusticana di Verga. L’opera uscì poco prima della pubblicazione degli scritti teorici sul Roman expérimental di Émile Zola e lo stesso anno di Giacinta di Luigi Capuana, che sostenne che chi vuol conoscere i veri siciliani e la vita dei paesetti della Sicilia deve leggere La Nana: “gli varrà proprio come l’esserci vissuto un intero anno”.

Fu, però, il letterato e critico Felice Cameroni a salutare per primo la nascita del romanzo: “Ecco finalmente un racconto che si scosta dalla solita falsariga” presentando “scene rurali, poveri contadini, quadretti di genere veramente siciliani anche nei minimi particolari”. Pure lo scrittore Carlo Del Balzo accostò La Nana ad altre opere definite più tardi di “matrice verista”, con le quali aveva in comune la rappresentazione della “vita di provincia”.

La capacità del Navarro, al pari di altri narratori, di riprodurre con “fedeltà di fotografia e abilità di artista” il “colorito locale” e il paesaggio era apprezzata dal Del Balzo.

Alla fine, quasi unanime il giudizio dei critici su La Nana: una timida prova di adesione ai canoni del verismo, sebbene con evidenti limiti artistici. Anche La Fronda, che uscì in sette numeri (gennaio-febbraio 1880), avrebbe dovuto prestare interesse per il “vero”, ma l’ambizioso programma non trovò concreta attuazione.

Che ci fosse nel Navarro un’attenzione per il vero è innegabile, ma gli esiti furono per certi versi originali e problematici se si parla di collocarli in ambito naturalista. Egli pensava al fatto artistico come autonomo e aveva rivelato al Capuana: “Secondo me, tutta la morale di un libro, come di ogni altra opera d’arte, si compendia nella sua bellezza”. Al narratore etneo che prediligeva la forma del racconto impersonale di Zola a quella di Balzac, in cui lo scrittore interveniva e giudicava, Navarro stimava superiore quella dell’autore de Il rosso e il nero. E, in effetti, le sue pagine “veriste” rivelano qualche pennellata suggestiva e, in definitiva, lontana dalle forme più materialiste dell’esistenza.

Nell’Introduzione a La Nana (1963), Sciascia elaborò l’ipotesi che forse fu il Navarro il promotore della “rivelazione, per il Capuana e per l’ambiente letterario catanese decisiva, della letteratura verista francese”. Ipotesi, questa, mai dimostrata né sconfessata, ma ripresa, più prudentemente, dal Tedesco, che ritenne il Navarro “uno dei tanti tramiti, a volte quasi ignorati, per i quali le cose letterarie di Francia furono conosciute e studiate da noi”.

Catalogato come esponente del verismo minore, è giusto rilevare come nessuno, né Verga né Capuana, fece un’esperienza comparabile alla sua: Navarro visse, scrivendo, per circa un decennio a Parigi, patria dei romanzieri naturalisti che frequentò; conobbe personalmente Zola, teorico del Naturalismo; fu in diretto contatto epistolare con Verga e Capuana, rispettivamente massimo esponente e teorico del verismo; strinse amicizia con Cameroni che, in un clima fino allora ancorato alle eredità delle idee romantiche, si mostrava attento alle riflessioni sul naturalismo; dimorò a Milano, dove c’era una “colonia” di scrittori siciliani che alimentarono nuovi orientamenti narrativi passando da contenuti d’ispirazione tardo-romantica alla narrazione regionale; stabilì contatti con Giuseppe Pipitone Federico, fondatore e direttore della rivista Il Momento, che ebbe il merito di far conoscere nelle nostre zone quell’Émile Zola che però rimase fuori da Macchiette parigine.

Ma è anche vero che la sua sensibilità estetica non gli permise di farsi fautore del nuovo credo naturalistico, di una poetica che, La Nana a parte, in fondo disdegnava. Non aderì, pertanto, in toto ai modelli e ai canoni del naturalismo: “La scrittura di Navarro è caratterizzata da un gusto tutt’altro che naturalista.

Il suo realismo è perlopiù descrittivo; il suo milieu ideale è mondano; c’è indifferenza, disinteresse per le classi popolari e per i loro problemi” (Anna B. Pasqualetto). Non fece, dunque, della sua penna un’arma con la quale sostenere le idee naturalistiche: se fecondissima fu la sua attività giornalistica, manca la produzione di saggi teorici sulla nuova poetica. Un vero peccato!

                           
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