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L'erotismo aiuta la letteratura a scrivere storie. Gisella Mondino legge Emanuele Navarro
L'erotismo aiuta la letteratura a scrivere storie. Gisella Mondino legge Emanuele Navarro admin
admin - mercoledì, 16 novembre, 2016
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di Gisella Mondino

Correva l’anno 1885, quando Emanuele Navarro della Miraglia pubblicava “Storielle Siciliane”, una raccolta di 16 novelle, documenti umani e letterari di grande valore, in cui predomina il gusto per un paesaggio animato di uomini e cose intrisi di quel vitalismo che Pirandello celebrerà in “Liolà”.

Tra le novelle, i cui scenari non solo non sono mai privi di vita, ma palesano un’intima connessione al mondo dello scrittore, che vuole cogliere l’anima intima di un villaggio, una salta subito agli occhi del lettore per il suo insolito quanto programmatico titolo, dal sapore tutto francese: “Un romanzo naturalista”.

Ne è protagonista un tale Raimondo Martorana, che “si mette in testa” di scrivere un romanzo, “e per soprammercato” un romanzo naturalista, perciò si reca in campagna, nei pressi di Ficarazzi e Ficarazzelli, vicino a Palermo, in una sua villetta.

Dopo quindici giorni di permanenza, non avendo ancora scritto nulla, come se avessero ragione gli scrittori di un tempo antico a pensare che la scrittura fosse ispirata dalla divina scintilla, non trovava l’argomento. Intanto sentiva crescere sempre di più la solitudine di cui soffriva da quando la moglie lo aveva abbandonato per un giovane ufficiale di marina.

Da giorni, ogni qual volta si sedeva alla scrivania per scrivere (sic!), sentiva una voce di donna che cantava un canto siciliano sulle pene d’amore: “Quannu ti viu…”

Raimondo Martorana, che si struggeva e si innervosiva per quella melodia, si affacciava al balcone e gridava: Brutta strega!

Dal balcone, in verità, Raimondo Martorana non era in grado di vedere se fosse brutta; a mala pena riusciva vedere il tetto di quella modesta casa da cui giungeva il canto.

Un giorno, Raimondo Martorana prese il fucile e i cani. Fingendo di andare a caccia, entrò nel podere confinante: il dolce e suadente profumo di fiori di aloe era dappertutto, rendendo magico il luogo.

Improvvisamente i cani si misero a correre: una fanciulla era sbucata da un gelso nero. Era scalza e correva all’impazzata. Poi uno odei cani le morse la caviglia, costringendola a fermarsi piangente, per il sangue che le gocciolava dalle ferite.

Raimondo la raggiunse e provò a consolarla, senza risultato.

Era bruna, con il naso schiacciato, i capelli cresputi e folti, gli occhi grandi vellutati e bramosi come quelli di una tigre. Era vestita di cenci, una gonna e una camicia, sporcata dalle more da cui si intravedeva un parte del seno. Dai suoi occhi pareva sprizzare un fluido che suscitava uno strano languore in Raimondo Martorana, che cominciò a sentire la gola molto arida e il cuore battere forte. La giovane donna si chiamava Giovanna ed era la mezzadra di comare Luisa.

Improvvisamente, Raimondo Martorana allungò il braccio e le accarezzò la guancia. La donna si portò la mano ai capelli e cominciò a rigirare le dita. Poi, con fare brusco, Raimondo le gridò: Vattene!

La donna si allontanò illuminata dai raggi del sole con in mano le 5 lire che Raimondo poco prima le aveva dato come ricompensa per le ferite. Non appena scomparve tra gli alberi, riprese a cantare “Quannu ti viu…”

Ecco chi era la brutta strega, che sentiva dalla sua camera e che gli impediva di scrivere un romanzo naturalista.

A questo punto del racconto il lettore avrà già avuto modo di ricostruire i fatti, rilevando le ragioni affettive e sentimentali che facevano di Raimondo un uomo solo. Al lettore, a questo punto, non sarà neanche sfuggita la moresca bellezza femminile di Giovanna, che si ritrova nella “Lupa” di Giovanni Verga e nella “Giacinta” di Luigi Capuana.

Ma torniamo alla storia.

Da quell’incontro, Raimondo non faceva altro che pensare a Giovanna, fino al punto da convincersi che quella donna non poteva che essere un tipo eccellente per un romanzo naturalista. Voleva conoscerla e “studiarla ad ogni costo”.

Non poteva e non può certo arricciare il naso il lettore appassionato di Naturalismo e Verismo, né trovare strano che il Raimondo avesse preso la determinazione di studiarla, secondo il metodo sperimentale: osservarla, raccogliere i dati dell’osservazione, formulare un’ipotesi e darne prova scientifica.

Una mattina, infatti, Raimondo andò da comare Luisa, che quella stessa sera, in segreto, condusse Giovanna nella villa. Ma non pareva più la stessa donna: aveva fatto un bagno ed era pettinata. Indossava goffamente un bel vestito. Da lì a poco Giovanna si abbandonò al piacere di una vita comoda, non era mai stanca, mai sazia, ma sempre annoiata e, alla vista di Raimondo, pallido e delicato, le sovveniva il ricordo dei robusti contadini.

Raimondo, dal canto suo, la osservava e la studiava. Ma non riusciva a scrivere il romanzo naturalista.

Una sera, dopo il tramonto, mentre era seduta accanto a Raimondo, gli confessò, emesso un sospiro profondo, il desiderio di andare da comare Luisa. Raimondo acconsentì.

Da quella sera in poi, Giovanna andò sempre più spesso da comare Luisa, dicendo che si tratteneva a lungo perché scherzavano.

Una volta, Raimondo volle vedere di che scherzi si trattasse e la raggiunse: in casa di comare Luisa la luce era spenta e non si sentiva alcuna voce o risata.

Raimondo salì su un muretto e fu da lì che vide Giovanna abbracciata fra le braccia di un contadino.

Non disse nulla e non fece rumore. Tornò in casa sua lieto di avere trovato l’argomento del suo romanzo naturalista. Cosa altro è questo racconto se non la teoria del “documento umano”, di cui parlano i fratelli Goncourt e Zola come base per la creazione letteraria?

In accordo con il Naturalismo dei suoi modelli francesi, Emanuele Navarro della Miraglia si propone di far scomparire la lente autoriale nella narrazione, proponendo ai lettori un documento umano.

Il lettore di oggi, che spero intanto abbia anche letto la molteplice narrativa e gli articoli giornalistici di Emanuele Navarro della Miraglia, non dovrebbe, a questo punto, faticare a rovesciare la vulgata secondo cui, per così dire, Verga era il braccio, mentre Capuana la mente del Verismo italiano, escludendo tutto il dibattitto sui giornali milanesi di quel tempo e le vivaci conversazioni, la sera, al caffè Biffi di Milano tra Matilde Serao, Giovanni Verga, Luigi Capuana, Emanuele Navarro della Miraglia e tanti altri che non hanno avuto la fortuna di finire nei testi scolastici di storia della letteratura italiana o di non avere avuto un fan tra gli accademici.

Come va annullato il luogo comune, riconoscendo l’importanza delle riflessioni teoriche e critiche dell’autore de “I Malavoglia” e le qualità narrative di Capuana, così va ripreso e analizzato il carteggio tra Emanuele Navarro della Miraglia e gli scrittori del tempo che come lui pubblicavano a puntate racconti sul Corriere e sulla Fanfulla, dando spesso vita a querelle sulla letteratura italiana ancora fortemente legata al Romanticismo e le istanze del Naturalismo francese.

Ora, vale la pena ricordare che Emanuele Navarro della Miraglia durante il suo lungo soggiorno parigino ha avuto modo di fare amicizia con Zola, Dumas, Debussy e con la bella, quanto enigmatica, George Sand; nonché di scrivere per i giornali francesi.

Lo fa, senza alcuna remora, Leonardo Sciascia che, nel 1960, nel suo saggio “La corda pazza” riconosce a Emanuele Navarro della Miraglia il merito non solo di avere fatto conoscere agli scrittori italiani di quel tempo il Naturalismo, ma anche di avere dato loro prova di come si scrivesse in un modo nuovo e lontano dal modello romantico.

Al contempo, come Sciascia per primo ha avuto modo di dimostrare, in Lui c’è una scrittura moderna: oltre ad analizzare le leggi economico-sociali alla base dell’agire umano, riconosce l’importanza e la forza delle passioni, raccontando le contraddizioni del vivere e le strane soluzioni che i protagonisti dei suoi racconti adottano per vivere.

Emanuele Navarro della Miraglia non è testimone, ma coprotagonista del dibattito sul Verismo come testimoniano i paesaggi del suo romanzo “La Nana”: come in diverse occasioni Enzo Randazzo ha avuto modo di scrivere “Non sono mai freddi, costruiti con lo sguardo rigido della ragione, e rivelano una stretta inerenza al mondo dello scrittore, alla sua fanciullezza, facendo trasparire quasi il ricordo delle sensazioni, della fusione tra l’artista e l’ambiente della sofferta realtà siciliana”

Appare opportuna dunque una riflessione critica su Emanuele Navarro della Miraglia, per riaprire un dibattito, che ne ridefinisca il suo ruolo di “suggeritore” del Verismo italiano agli amici del Caffè Biffi e di apripista ad un’altra Sicilia, alternativa alla tragica grecità verghiana e precorritrice della sofferta e umoristica problematicità pirandelliana.

                           
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