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Il sambucese Navarro è il vero padre del verismo. Laura Bonelli intervista Piero Meli
Il sambucese Navarro è il vero padre del verismo. Laura Bonelli intervista Piero Meli admin
admin - sabato, 5 novembre, 2016
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di Laura Bonelli
Nato nel 1838 a Sambuca di Sicilia, Emanuele Navarro della Miraglia fu uno degli intellettuali più versatili e particolari del suo tempo. 
Parte attiva della vita letteraria di Parigi, Milano e Firenze, nella sua lunga esistenza fondò un giornale, fu traduttore, insegnante, scrisse racconti e novelle.
Fu autore di versi di due composizioni musicali di Giuseppe Perrotta, convinto dall’editore Ricordi. Alla soglia dei sessant’anni si innamorò di una sua allieva di trentasette anni più giovane e la sposò.
Semisconosciuto fino agli anni ‘60, si ricominciò a parlare di lui grazie a Leonardo Sciascia.
Un passo successivo è di questi giorni. Lo studioso Piero Meli, dopo anni di ricerche, pubblica un catalogo delle opere dell’autore edito dalla Banca di Credito Cooperativo di Sambuca di Sicilia e cura l’introduzione del  libro “Il ventaglio chinese e altre novelle” (Salvatore Sciascia Editore).
La tesi di Meli è che non solo Navarro fosse un personaggio eclettico dell’epoca, ma che si possa pensare a lui come al vero padre del verismo.
Piero Meli collabora con la rivista letteraria Otto/Novecento e con il quotidiano La Sicilia, ha pubblicato diversi studi letterari su giornali e riviste ed è autore del libro “Luigi Pirandello. Pagine ritrovate” (Salvatore Sciascia Editore)
Come è nato il suo interesse per lo scrittore Emanuele Navarro della Miraglia?
Si era alla fine degli  Anni ’70 e Gino Raya,  grande e insuperato studioso del Verga e del verismo,  del quale sono stato allievo e poi assitente  al Magistero di Catania,  pubblicava a puntate sulla sua  rivista “Biologia culturale” la Vita di Giovanni Verga che poi sarebbe uscita postuma in volume. A quel tempo un medico di Ribera, Tommaso Riggio, che  pubblicava su un giornale  di provincia  interessanti articoli su Navarro della Miraglia, mandò qualcosa di suo a Raya.  Era un estratto dove si parlava della rivista  “La Fronda”, fondata a Firenze da Navarro e alla  quale collaborò anche Verga con la novella Jeli il pastore. Bastava il nome di Verga per catturare la curiosità di  Raya. Sicché Tommaso Riggio  si guadagnò meritatamente una segnalazione per il suo estratto negli Appunti  di “Biologia culturale” e mi mise nei guai. Perché subito dopo   Raya mi scrisse da Roma, chiedendomi come mai io, della provincia di Agrigento, non conoscessi questo Navarro della Miraglia di Sambuca. Mi fornì l’indirizzo del Riggio, consigliandomi di andarlo a trovare. Cosa che feci. Fu l’inizio della mia avventura critica.
In che modo ha affrontato la ricerca delle fonti?
Non è stata facile la ricerca, se si pensa che anche per Leonardo Sciascia molte opere del Navarro erano “introvabili”. Ma l’impulso lo ebbi nel 1982 quando mi rivolsi alla Biblioteca Nazionale di Firenze. Fui sfacciatamente fortunato, perché allora la Nazionale stava catalogando il fondo De Gubernatis, dove c’erano ben 3 lettere autografe del Navarro da Parigi  dirette al De Gubernatis. Nel maggio di quell’anno il fotografo fiorentino Pineyder mi mandò le lettere in parola nelle quali Navarro diceva di collaborare al “Corriere di Milano” e ai fogli parigini che poi rintracciai. Ne feci un articolo nel 1991  su “Civiltà Mediterranea”, una rivista di Sambuca, dove anticipavo tante notizie inedite, arrivando prima di tutti gli altri studiosi del Navarro.
Durante l’approfondimento dello studio sull’autore ha avuto modo di scoprire aspetti che non erano stati individuati prima.
Posso dire soltanto una cosa che fa la differenza  tra il mio saggio introduttivo a Il ventaglio chinese e quello di tutti gli altri  critici di Navarro della Miraglia, compreso Leonardo Sciascia che ne fu il geniale scopritore. Nessuno si è mai sognato di  inquadrare Navarro della Miraglia nella storia della letteratura, in quel particolare frangente che va dalla scapigliatura al verismo. Nessuno ha fino adesso  affrontato  il ruolo ch’ebbe  Navarro nella genesi del verismo. Credo, poi saranno altri a confermarlo, di avere dimostrato  con apporti rigorosamente inediti che fu Navarro il padre e l’iniziatore del verismo, suggellando quella che era una semplice  ipotesi di Sciascia.
Quali sono le caratteristiche di Navarro dal punto di vista narrativo?
Una grande capacità di osservazione, qualità indispensabile per i “realisti” francesi e “veristi” italiani. La sua penna è una macchina da presa intenta a fotografare i minuti particolari, dal piedino o dalla caviglia d’una dama agli addobbi, ai ninnoli, alle stoffe dell’interno d’una casa. Poi il gusto   dei  chiaroscuri, appreso  dalla lunga frequentazione con Teofilo Gautier. E il finale. Le frisson de la fin. Ovvero  il brivido della fine col quale chiude inaspettatamente, “a sorpresa”,  ogni suo racconto; una tecnica narrativa ben nota ai collaboratori della “Vie Parisienne”.
Uno scrittore praticamente sconosciuto fino agli anni ’60. Secondo lei che traccia letteraria ha lasciato per chi è venuto dopo di lui?
Le idee, i  movimenti, i periodi letterari non nascono d’improvviso, ma sono il risultato di tanti apporti, di tanti umori che si uniscono e si trasformano. Vero è che prima di Sciascia nessuno conosceva Navarro. Epperò mi chiedo: possibile che uno scrittore che secondo lo stesso Verga era nel 1880 il più  conteso e il più pagato dai giornali del tempo, non abbia lasciato alcuna traccia?
Io penso a Federico De Roberto. Quanto c’è in comune tra le novelline di Donnine del Navarro  e le novelle ideali dell’Albero della scienza di De Roberto o tra la novella San Placido  della raccolta derobertiana  La Sorte e alcune di Storielle siciliane del Navarro? E perché De Roberto che scrisse sul “Fanfulla della domenica”, dove scriveva lo stesso Navarro non cita mai nemmeno di sfuggita il Navarro che pure ricorre frequentemente negli epistolari di Verga e di Capuana?  Qualcosa da rimuovere nel subconscio? Ecco un argomento da approfondire.
In che cosa si differenzia e si accomuna rispetto ad altri autori italiani suoi contemporanei?
Navarro scrittore italiano esordisce a Milano nel 1872 con la pubblicazione di alcune novelline “ardite” sulla falsariga di quelle pubblicate  in Francia   su “La Vie parisienne” proprio  quando il romanzo in Italia era  in crisi, ancorato a schemi risorgimentali.  N’erano gli epigoni Anton Giulio Barrili e Luigi Capranica, autori di polpettoni storici. A fronte dei languorosi e beneducati  bozzetti militari che dispensava un giovane ufficialetto di nome  De Amicis, per i quali andava in solluchero Milano, le novelle di Navarro, garbate, eleganti e trasgressive, fanno arricciare il naso ai buoni borghesi, ma piacciono. Nuovo appare, e libero dal romanticismo italiano, ai critici del tempo un suo romanzetto  intitolato Le fisime di Flaviana del 1873. Alla produzione  del Navarro  si possono accostare soltanto i primi lavori  del Verga di chiara derivazione francese (Eva, Eros, Tigre reale). Tant’è vero che ambedue nel 1876  verranno accusati di far parte di quella “letteratura disonesta” che allora appestava l’Italia con la rappresentazione del demi-monde. Ma, contrariamente a quel che scrisse la critica del tempo,  niente accomuna   i due  scrittori siciliani al  pamphlettista  e scapigliato Cesare Tronconi di Passione maledetta .
Da Sambuca di Sicilia, alla Francia, a Milano. Molti e diversi i luoghi e i climi intellettuali frequentati da questo scrittore. Che idea si è fatto dell’uomo Navarro?
Spirito irrequieto, ancora prima della rivoluzione garibaldina Navarro  anelava – così scriveva al suo amico Luigi Capuana nel ‘58 -  andare «più lungi; andare e non tornare, perché sento che questa non è  terra per me».  Aveva un’innata curiosità. Era  più avanti del suo tempo.
Traduceva Puskin quando tutti in Sicilia declamavano  Byron.
Nel 1864 si avventura in Francia, finché provato dalle restrizioni e alle privazioni della Comune e dalla guerra franco-prussiana, farà ritorno in Italia nel 1871, stabilendosi a Milano e poi a Firenze e a Roma. Capuana lo chiama in una lettera a Verga “l’ebreo errante”.  La sua esperienza parigina, unita alla sua estrema curiosità intellettuale  e ad un pizzico di eccentricità lo portano ad essere uno scrittore- personaggio invidiato e ammirato dalle lettrici di quel tempo.
Non a caso Marc Monnier, parlando della imminente uscita del libro Donnine, scriveva che le mamme sconsigliavano le proprie  figliole a leggere i libri provocanti di Navarro.
Che dire? Un uomo affascinante e straordinario.

                           
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