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I qanat dimenticati di Santa Margherita di Belice
Pare che anche il bandito Giuliano abbia percorso quei cunicoli
I qanat dimenticati di Santa Margherita di Belice admin
admin - martedì, 26 luglio, 2016
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Cultura&Turismo [65]

di Ignazio Sciara

A Santa Margherita di Belìce, accanto alla ex chiesa Sant'Isidoro o del Purgatorio, distrutta dal terremoto del 1968, esistevano tantissimi cunicoli, camminamenti o sotterranei, oramai in parte distrutti per la costruzione delle fondamenta delle nuove case.

L’esistenza di questo reticolato sotterraneo non è mai stato argomentato e catalogato.

Soltanto Bartolomeo Giacone, nel libro del Castello Arabo “Manzil Sindi”, scrive che nel 1742 il principe di Cutò, Girolamo III Filangeri, da una antica sorgiva, con scaturigine sotterranea, vicino al Purgatorio, ordinò che fosse raccolta, chiusa in un canale coperto, e condotta in un pubblico bevaio addossato al suo giardino.

Questi cunicoli avevano la funzione di un grande sistema idraulico che portava l’acqua sia nelle abitazioni per uso potabile, sia per uso irriguo dei giardini, degli agrumeti e degli orti.

Questo sistema fu introdotto dagli Arabi in Sicilia, quando la conquistarono, tra il IX e il X secolo, e che ancor oggi utilizzano nei paesi del Medio Oriente. I Qanat, questo era il nome dato ai cunicoli che costruirono in quel periodo. 

Gli Arabi, a differenza dei Romani che incanalavano l’acqua dalle sorgive, dai fiumi o dai laghi, intercettavano le falde acquifere, e con lo scavo di una galleria, riuscivano a condurre l’acqua a valle nei pozzi, cisterne o in superfice nelle gebbie o abbeveratoi; davano una pendenza lieve che garantiva un flusso d’acqua continua senza causare lo sgretolamento delle pareti scavate nel sottosuolo ed erano a sua volta percorribili dall’uomo.

I cunicoli che partivano dall’area dell’ex chiesa del Purgatorio, oggi incrocio tra via Libertà e via Traina,  attraversavano tutto il paese: una galleria andava all’interno del palazzo Filangeri-Cutò, portava l’acqua nel giardino, scaricava ai “Cannoli” ed infine arrivava in una

vasca dell’”orto Grande”.

Un altro passaggio sotterraneo arrivava al bevaio di “Porta Nuova” e dopo, incanalata, proseguiva per la vasca detta “Lavaturi” del “Canale”, adoperato per il lavaggio degli animali, infine terminava la corsa in una gebbia, per uso irriguo di un altro orto. All’interno di queste due condutture, si trovava un mattone divisorio che regolava la quantità d’acqua, e se qualcuno, intrufolandosi, modificava il separatore, cambiava il flusso.

Un’altra linea attraversava tutto il “Corso Maggiore”, portava l’acqua nella cisterna del giardino del Convento dei Padri Riformati (oggi scuola elementare) e dopo continuava oltre la “porta Monte” (oggi piazzetta Loi).

Da una botola, tra la ex chiesa Madre e il teatro Sant’Alessandro, tramite dei gradini si scendeva in un cunicolo che portava verso piazza Matteotti, passando accanto all’ex chiosco e continuava verso il quartiere di San Vito; da una deviazione dello stesso passaggio sotterraneo si andava per la ex via Roma (oggi via Traina), passava accanto al palazzo Sacco e continuava verso il quartiere Sant’Antonio.

Questa ragnatela di canali d’acqua rappresentava una grande opera d’ingegneria idraulica sotterranea che attraversava tutto il paese, in lungo e in largo, collegando attraverso pozzi e cisterne, il palazzo baronale, alcune abitazioni, chiese e casine di campagne.

Questi cunicoli, oltre ad incanalare l’acqua dalle falde, hanno alimentato tantissimi racconti e dicerie popolari sull’uso degli stessi.

Mentre a Palermo si narra che i qanat e gli ipogei del sottosuolo erano utilizzati dalla leggendaria setta degli incappucciati, i famosi Beati Paoli; a Santa Margherita corre voce che furono attraversati come vie di fuga, rifugio e per raggiungere in segreto abitazioni o altri convitti.

Si racconta, addirittura, che il bandito Salvatore Giuliano, poi ucciso (secondo la versione ufficiale, nda) nella vicina Castelvetrano, ha utilizzato e percorso questi sotterranei.

Questi cunicoli o camminamenti non furono costruiti soltanto all'interno dell’abitato di Santa Margherita, ma tantissimi si scoprono ancor oggi fuori l’agglomerato, nelle varie contrade di campagna.

                           
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