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OSSERVAZIONI SULLA SCRITTURA DEI BAMBINI DI ELENA MANETTI
La grafologia applicata all'infanzia
OSSERVAZIONI SULLA SCRITTURA DEI BAMBINI DI ELENA MANETTI admin
admin - venerdì, 10 giugno, 2016
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 di Laura Bonelli


 La grafologia si inserisce tra gli strumenti che completano ed approfondiscono gli studi neuroscientifici e psicologici.


Elena Manetti, diplomata a Parigi presso la Société Française de Graphologie, è vicepresidente Arigraf Nazionale  (Associazione di Ricerca Grafologica), direttore responsabile della rivista scientifica specializzata Stilus ed anche condirettore didattico del Master in grafocounseling della scuola di psicoterapia ASPIC. Ha scritto  diversi saggi sull’argomento e nel suo ultimo libro si occupa dell’infanzia.  


Osservazioni sulla scrittura dei bambini (Epsylon Editrice) è un interessante lavoro in cui l’autrice prende in esame il tratto grafico infantile e delinea un’analisi della famiglia odierna, dal punto di vista psicologico e sociale.

Pochi giorni fa è stata relatrice a Catania del convegno La rilevanza del segno grafico nell’era digitale

 

Che cosa studia la grafologia e come si applica sui bambini?

 

La grafologia studia il gesto grafico, e in particolare la scrittura, non solo come attività psicomotoria specializzata, diretta dal cervello e rivolta alla riproduzione di un insieme di segni codificati traduttori di un linguaggio, ma anche come espressione personale, proiezione di un comportamento e di un’evoluzione soggettiva. Le scoperte delle neuroscienze hanno sottolineato la grande importanza delle emozioni, stati mentali delle cui motivazioni possiamo non essere del tutto consapevoli, ma che  strutturano e guidano verso un certo tipo di personalità, e tutti quelli che si occupano di scrittura sono ben consapevoli di quanto lo stato emotivo possa riflettersi sulla scrittura stessa. In particolare nella scrittura dei bambini e, precedentemente, nei primi tentativi di attività grafica, gli scarabocchi, si possono già vedere la gioia o il dispiacere del risultato della loro traccia visibile e sono molto significative, per capire le difficoltà, le insicurezze o l’adattamento dei piccoli, le caratteristiche di questo gesto, un’eccessiva pressione sul foglio o al contrario, una pressione troppo leggera,  il tracciato elastico,  flessibile, o troppo rigido, frazionato o continuo, curvo o angoloso e infine, trattandosi della scrittura, è importante osservare se  la forma sia chiara, comunicativa e sappia riprodurre il modello proposto. La scrittura infine rappresenta la complessa interazione di diverse capacità, non solo di astrazione, di coordinamento motorio, di corretta ed esatta capacità di modulare i corrispondenti gruppi muscolari, di capacità associativa, di percezione visiva integrale, di organizzazione e orientamento spaziale e in questo senso è un’ottima rappresentazione di quanto tutto questo sia stato raggiunto dai piccoli allievi che si cimentano in questa difficile attività. Ma lo scrivere dimostra anche la capacità espressiva, di controllo e il grado di adattamento del bambino e quali potrebbero essere i motivi del suo disadattamento, senso di inadeguatezza, ansia, aspettative troppo grandi sulla sua prestazione, esclusione dal gruppo della classe, senso di isolamento, timidezza ecc. In questo senso l’osservazione della scrittura dei bambini  può essere un validissimo aiuto per i docenti di scuola primaria.

 

In un’epoca “computerizzata” quanto è importante per i bambini scrivere a mano?

 

E’ in corso da alcuni anni un importante dibattito sul ruolo della scrittura a mano e  soprattutto del corsivo, che sta lentamente scomparendo, sostituito non solo dall’uso dello stampatello, ma anche dall’uso sempre più diffuso e accettato anche in alcune scuole, dei mezzi digitali. E’ ormai evidente che per “i nativi digitali”, ragazzi nati dal 1995 in poi, la scrittura a mano ha un ruolo del tutto diverso da quello che poteva essere quello delle generazioni precedenti. In particolare il corsivo era, nelle scuole del secolo scorso, un esercizio di concentrazione, di abilità motoria, di capacità di copiare nel miglior modo possibile un modello e contemporaneamente la possibilità, nell’elaborazione personale dello stesso, di rappresentare se stessi con espressività. Nella maggior parte delle scuole primarie attuali invece, l’esercizio della scrittura a mano non sembra essere più così importante e gli stessi maestri e maestre non hanno più la cura e l’attenzione, che dovrebbero essere di fondamentale importanza nell’apprendimento della scrittura, di osservare e di correggere la prensione della penna, la postura, l’occupazione dello spazio secondo regole precise, la forma delle lettere, che vengono spesso fatte senza cura e con poco riferimento a un modello. Si preferisce lasciare il bambino nella libertà di scegliere spontaneamente la propria modalità di scrittura.  Ne consegue, nella maggior parte dei casi, una demotivazione da parte dei bambini a scrivere a mano e una sempre maggiore diffusione della disgrafia e della difficoltà di concentrazione. La scrittura a mano invece, secondo alcune filosofie orientali, è un esercizio di concentrazione, di disciplina e di coordinamento non solo senso-motorio, ma anche cognitivo. Tornare all'insegnamento della scrittura in corsivo è una battaglia fondamentale:  se è  chiaro che il computer è oggi una nostra indispensabile appendice, deve essere altrettanto chiaro che la scrittura a mano è ricca, diversa, individuale, ci rende uno differente dall'altro e che bisognerebbe educare i bambini fin dalla prima infanzia ad annotare i propri pensieri, a capire che la scrittura è una voce di dentro, un esercizio irrinunciabile, mentre il computer è un mezzo, utilissimo per molti aspetti, ma pur sempre uno strumento di cui servirsi in base alle esigenze e non a cui asservirsi. Secondo altri studi recentissimi fatti in tutto il mondo, il corsivo è in realtà un importante mezzo di sviluppo di molte aree cerebrali, oltre che di quelle percettive e di motricità fine e tutte le più recenti teorie pedagogiche  mettono in guardia sull’uso massiccio ed eventualmente sostitutivo della tastiera del computer, che impedisce la rappresentazione e la memorizzazione dei caratteri e quindi danneggia il riconoscimento dell’unità stessa della parola.

 

Dallo studio riportato nel suo libro, quali sono le differenze tra le famiglie di una volta e quelle attuali?

 

Nella trattazione di didattica e di apprendimento attraverso regole e norme educative, è facile capire che  i bambini attuali, dal punto di vista dell’acquisizione delle regole, sono enormemente diversi dai bambini di cinquanta anni fa e non solo per una normale evoluzione generazionale, ma per un profondo cambiamento socio-antropologico che ha modificato  le relazioni familiari: vale a dire il passaggio dalla famiglia etica alla famiglia relazionale, dalla famiglia delle regole alla famiglia degli affetti.

Ma cosa si intende quando si parla del passaggio dalla famiglia delle regole alla famiglia degli affetti? Ci si riferisce ad un cambiamento profondo, che riguarda gli scopi stessi della famiglia e le funzioni che le vengono attribuite.

Le famiglie di cinquanta anni fa erano caratterizzate da un regime educativo tendenzialmente normativo, governate da precise distinzioni di ruolo, con relazioni genitori/figli più formali delle attuali, orientate ad una responsabilizzazione precoce dei figli. Famiglie cioè il cui polo normativo prevaleva su quello affettivo, esprimendosi in una cultura educativa basata più sulla capacità di sostenere la frustrazione che sulla soddisfazione dei bisogni.

La gerarchia che caratterizzava la famiglia, governata da un’autorità paterna ancora solida, forniva ai bambini la motivazione a introiettare regole e comportamenti adattati a una società anch’essa condizionata da regole. Le famiglie attuali assegnano un ruolo centrale all’esperienza genitoriale, che diventa il perno della vita affettiva. Per effetto del controllo delle nascite il figlio voluto, quasi scelto, diventa l’oggetto di un superinvestimento da parte dei genitori. La nuova famiglia tende a rappresentare se stessa come luogo privilegiato di accudimento e protezione e suo scopo fondamentale è quello di fornire amore e sicurezza ai figli, soddisfacendo ogni bisogno affettivo, economico e sociale.

A questo aspetto se ne deve aggiungere un altro che riguarda proprio il senso etico e normativo, la crisi del padre come depositario dell’autorità e delle regole morali e sociali: l’attuale figura paterna si affianca a quella materna quale responsabile e garante del comune progetto generativo e non disdegna di svolgere un ruolo affettivo un tempo di esclusivo appannaggio materno. La crisi dell’autorità paterna, che aveva per la famiglia la funzione del  passaggio di norme sociali e valori etici e morali, ha portato sicuramente  ad una maggiore democrazia affettiva nelle relazioni familiari, ma può avere come conseguenza una più faticosa assunzione di responsabilità da parte dei figli che rischia di prolungare indefinitamente il passaggio dall’età infantile all’età adulta. I nuovi genitori ritengono che l’importante sia dialogare e costruire insieme rappresentazioni del mondo convincenti. Si trasferisce questa qualità di relazioni anche sulla scuola e nell’ambito della società e questo fa considerare, da parte dei bambini, il mondo degli adulti e le loro istituzioni non come avversari  con cui confrontarsi, ma come interlocutori con cui contrattare, negoziare tutto, dal voto, alle norme, alle regole, in una situazione che diventa un complesso impasto di affetti, emozioni, attese, aspettative. Tutto questo consente da una parte relazioni basate sull’ascolto e la condivisione reciproca, dall’altra alla mancanza di confini, di norme inderogabili e regole etiche profondamente sentite. Il ruolo dei docenti delle scuole primarie è divenuto quindi particolarmente difficile e di grande responsabilità, dovendo necessariamente dare regole e limiti a bambini non abituati ad averne.



                           
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