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S. Margherita: giorni contati per palazzo Lombardo. Proprietari ancora non indennizzati
S. Margherita: giorni contati per palazzo Lombardo. Proprietari ancora non indennizzati admin
admin - martedì, 12 aprile, 2016
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E’ da 35 anni che i sindaci del Comune di Santa Margherita di Belice chiedono pareri  a destra e a manca su palazzo Lombardo.
Adesso il sindaco Franco Valenti pare essersi chiarito le idee: lo deve demolire. E per la copertura finanziaria prima ha chiesto un mutuo alla cassa depositi e prestiti, mentre ora ha cambiato idea ed ha chiesto i fondi alla Protezione civile regionale. Si demolisce a ottobre.
Anche se è pendente il dubbio sulla proprietà. Andiamo con ordine.
Il decreto dell’Assessorato regionale di fine 1983 non deve essere sembrato chiaro in merito alla sistemazione del “comparto 44” ed alla destinazione urbanistica attribuita a palazzo Lombardo.
Sta di fatto che nella primavera del 1993 il sindaco di Santa Margherita di Belice ha sentito per primo la necessità di chiedere un parere sulla destinazione urbanistica di palazzo Lombardo.
Eppure gli organi regionali, nel 1983, erano stati chiari: “la lottizzazione del comparto 44 è approvata a condizione che nell’area delimitata dalla via F. Crispi e dalla via Onofrio Abruzzo (palazzo Lombardo, nda), rimanga la destinazione ad edilizia recuperabile”.
Anche il tecnico libero professionista, nel 1993, rispondendo al parere richiestogli, è stato chiaro: “Dallo strumento urbanistico del 1981, successivamente confermato nel 1987, si rileva che il fabbricato (palazzo Lombardo, nda) è individuato come ‘edilizia recuperabile con deroga del limite di altezza’. Tale dizione, nell’intenzione del progettista, costituisce una prescrizione di immediata comprensione e largamente adottata in urbanistica”.
Il decreto regionale di fine 1983 (sindaco Gaspare Valenti, nda) ed il parere tecnico del 1993 (richiesto da una giunta DC-PSI), non sono bastati al sindaco Franco Valenti  che nei mesi scorsi ha chiesto l’ennesimo parere su palazzo Lombardo.
L’unica differenza consiste nel fatto che il decreto regionale del 1983 ed il parere del 1993 sono stati rilasciati da organi tecnici, mentre il sindaco Franco Valenti il parere, che sta alla base della sua decisione di demolizione,  lo ha chiesto ad un legale.
Ed il legale mette le mani avanti: “dalla carte datemi in visione, risulta che la particella del catasto terreni su cui insiste il palazzo è stata espropriata con decreto prefettizio del 1987”.
L’ingegnere libero professionista, nel 1993 spiegò all’allora sindaco che “urbanisticamente” il palazzo Lombardo era destinato a “edilizia recuperabile con deroga dell’altezza”. Cioè il fabbricato doveva essere completato dai legittimi proprietari ai quali era consentito derogare dal limite dell’altezza, che per il resto del territorio era fissato in metri 7,00.
Lo strumento urbanistico, allora come oggi, prevede anche che il palazzo deve essere abbassato di due piani: da 7 a 5.
Tradotto in soldoni questo significa che l’area, sul quale insiste il palazzo, non ha mai avuto una destinazione per opera pubblica, cioè - come si dice tecnicamente - non è stato mai gravato da un vincolo preordinato all’espropriazione.
Ed allora come è stato possibile che il Prefetto di Agrigento, nel 1987, abbia espropriato il palazzo, come risulta al legale libero professionista interpellato dal sindaco Valenti?
Un indizio di dove possa risiedere l’inghippo la fornisce il parere legale: l’esproprio si riferisce alla particella del catasto terreni (il palazzo non doveva essere stato ancora dichiarato in catasto fabbricati) e, quindi, per il principio che tutto ciò che sta sopra e sotto il suolo appartiene al proprietario del suolo (finalmente lo riconosce un legale dell’Amministrazione comunale, nda), anche il palazzo risulta espropriato.
Il sindaco sembra scartare l’ipotesi che si sia in presenza di un errore involontario.
Eppure all’inizio del 2015, il consiglio comunale del paese del Cafè House diede carta bianca al sindaco Franco Valenti per fare mettere in sicurezza l’edifico. Il mandato del consiglio comunale si basava sul presupposto che palazzo Lombardo fosse di proprietà privata.
Il sindaco ha diffidato i proprietari a mettere in sicurezza e completare l’edificio. Anche se uno specifico progetto edilizio risulta presentato e mai approvato dalla speciale commissione edilizia che si occupa degli edifici interessati dal terremoto del gennaio 1968. Ne è seguito un ricorso al TAR.
Dopo il ricorso al Giudice amministrativo, il sindaco ha cambiato idea: la proprietà è pubblica e il palazzo va demolito.
In quattro e quattrotto è stato redatto e approvato il progetto di demolizione. E’ stato anche chiesto un mutuo alla Cassa depositi e prestito, anche se - notizia di qualche giorno - adesso si punta su un finanziamento della Protezione civile regionale.
Intanto due consiglieri comunali di maggioranza: Gaspare Viola e Toni Rosalia, hanno chiesto la revoca della delibera con la quale, lo scorso marzo 2015, il consiglio comunale delegava il sindaco a trovare una soluzione per palazzo Lombardo.
“La carta bianca concessa al sindaco - spiegano i due consiglieri comunali - si basava sul presupposto che la proprietà di palazzo Lombardo fosse privata. Se adesso viene detto che il palazzo Lombardo è proprietà comunale, il presupposto della delibera è errato. Ecco perchè ne chiediamo la revoca”.
Figli contro padri.
Sono lontani i tempi quando due autorevoli esponendi della DC, Andrea Abruzzo e Gaspare Valenti si dichiaravano soddisfatti delle scelte urbanistiche del 1981 “in quanto parte delle osservazioni fatte precedentemente dalla Democrazia Cristiana sono state recepite , evitando in tal modo la demolizione del palazzo Lombardo-Saieva”.
Un altro parere, su palazzo Lombardo, era stato chiesto dal sindaco Giorgio Mangiaracina.
A seguito di tale parere, nel 2003, il consiglio comunale aveva deciso di espropriare il palazzo, abbattere 4-5 piani, e destinare ad uffici comunali i piani rimanenti.
Il decreto di esproprio, questa volta a firma del dirigente comunale, fù pubblicato in gazzetta e su alcuni quotidiani. Poi, inspiegabilmente, l’iter si arenò.
Sembra quasi che si sia in presenza di un interesse ciclico decennale: decreto regionale del 1983, primo parere nel 1993, secondo parere nel 2003 e terzo parere nel 2015.
Il decreto regionale del 1983 ed i due pareri del 1993 e del 2003, tengono conto della destinazione urbanistica e dell’assenza di un “vincolo preordinato all’espropriazione”.
L’ultimo parere dello scorso anno, invece, ha indotto il sindaco a chiedere anche un mutuo per demolire il palazzo che da 50 anni è posto all’incrocio tra via Crispi e via Abruzzo.
Il parere legale dello scorso anno suggerisce anche come risarcire gli ex proprietari: riconoscendo loro i benefici previsti dalle leggi speciali post-terremoto. Cioè assegnando un lotto di terreno alternativo e concedendo i contributi post ricostruzione.
Dopo 48 anni e dopo che il Governo nazionale ha chiuso il rubinetto dei fondi (l’ultimo finanziamento risale al 2010), nel paese della fatalità gattopardiana, si “espropria” un immobile e come risarcimento dopo 30 anni si promette la luna.
Intanto, nel loro ricorso al TAR, i proprietari hanno chiesto il risarcimento dei danni. E questo ha fatto drizzare le orecchie ai consiglieri comunali Gaspare Viola e Toni Rosalia. Anche perchè, se l'opera pubblica o di pubblica utilità non è stata realizzata o cominciata entro il termine di dieci anni, decorrente dalla data in cui è stato eseguito il decreto di esproprio, ovvero se risulta anche in epoca anteriore l'impossibilità della sua esecuzione, l'espropriato può chiedere che sia accertata la decadenza della dichiarazione di pubblica utilità e che siano disposti la restituzione del bene espropriato e il pagamento di una somma a titolo di indennità. Sempre che la pubblica utilità sia stata dichiarata
E sull’area occupata da palazzo Lombardo non è mai stata prevista o realizzata un’opera pubblica o di  pubblica utilità.

                           
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