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Arrivano i poliziotti robot. Si chiama K5, sembra un suppostone e ha tutto quello che serve ad un poliziotto moderno.
Arrivano i poliziotti robot. Si chiama K5, sembra un suppostone e ha tutto quello che serve ad un poliziotto moderno. admin
admin - mercoledì, 6 aprile, 2016
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di Paolo Magrì

A guardarlo potrebbe essere scambiato per una trovata pubblicitaria legata ad un film della Pixar o per il robottino R2-D2 di Star Wars, invece è semplicemente (si fa per dire) il progetto più ambizioso della Knightscope, un’azienda americana fermamente decisa a rivoluzionare il mercato della vigilanza grazie ai suoi robot.

Il Knightscope K5 Autonomous Data Machine (questo il nome completo) è alto circa un metro e mezzo, pesa 136 kg e dispone delle più sofisticate tecnologie necessarie ad affiancare le forze dell’ordine nell’attività di vigilanza. Il suo compito è quello di perlustrare una zona, passando in rassegna veicoli, fonti di calore, odori, composti chimici nell’aria e nel terreno e controllare il comportamento umano cercando di prevenirne i crimini. L’automa non è in grado (almeno per il momento) di intervenire operativamente in maniera diretta (quindi nessun ladro ammanettato o rivolta sedata), ma è capace di fornire (anche di notte e in ogni condizione meteo) importanti informazioni ai poliziotti veri allo scopo di controllare ed ottenere dati su determinate situazioni e fungere, così, da deterrente per i malintenzionati.

K5 riesce (secondo le dichiarazioni della Knightscope) ad interpretare cosa accade, valutare i rischi, raccogliere dati su ogni minaccia per la sicurezza, ha la capacità di abbinare le informazioni incamerate con i contenuti dei social media e incrociarle con quelle del registro della polizia.

Anche la creatura della Knightscope alimenta il dibattito, mai assopito, sulla rotta che dovrebbe seguire l’evoluzione dell’Intelligenza Artificiale e sui rischi collegati al suo uso.

«Più potente è il robot, maggiore è il rischio che qualcuno possa modificare la sua programmazione e trasformarlo in un pericoloso criminale», ha commentato Patrick Lin (direttore del Ethics+Emerging Sciences Group alla California Polytechnic State University).

Ovviamente, come succede per ogni tecnologia, tutto dipende e dipenderà dall’uso che l’uomo ne farà e sicuramente sarà necessaria fin da subito un’attività di controllo e regolamentazione.

A questo scopo mira OpenAI, una società di ricerca non-profit che si occuperà di studiare e monitorare l'evoluzione delle tecnologie che puntano ad imitare il cervello umano.

È una società creata dal miliardario sudafricano Elon Musk che in diverse occasioni non ha mancato di esternare la sua catastrofica visione del futuro tecnologico.

Convinto più che mai che il progresso sul fronte dell’intelligenza artificiale debba avvantaggiare l’intera umanità nel modo migliore, grazie al contributo di ricercatori e investitori (si parla di un miliardo di dollari di finanziamenti privati dietro l'operazione), Musk è seriamente intenzionato con la sua nuova creatura a mettere le mani sul fenomeno allo scopo di prevenirne possibili derivazioni pericolose e di favorirne un controllo regolatorio a livello sia nazionale che internazionale.

In questa ottica, la missione dichiarata di OpenAI è quella di offrire il collegamento necessario tra ricerca scientifica e istituzioni, con l’obiettivo di far avanzare l’intelligenza artificiale anche rendendo pubblici tutti gli studi dei ricercatori, condividendo le ricerche brevettabili e creando valore per tutti.

È doveroso precisare che Musk non è l’unico filantropo illuminato che si sta muovendo in questo campo. Anche Zuckerberg di Facebook sta mettendo a disposizione degli studiosi di tutto il mondo la versione open source (cioè modificabile da terzi) del suo software Big Sur (il cervellone che regola Facebook e che decide quali post farci vedere quando accediamo al famoso social).

Anche Google non vuole essere da meno e già da tempo si sta muovendo seriamente per rendere disponibili ad accademici e ingegneri le sue  tecnologie di machine learning (letteralmente può essere tradotto come “apprendimento delle macchine” o reso meglio come “apprendimento automatico”, intendendo quei software che sono capaci di analizzare dei dati, ottenendo informazioni e capacità necessarie per adottare decisioni).

Riflessione: per quanto tempo ancora manterremo la supremazia sulle macchine?

 

 

                           
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