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Oltre la scomparsa di Ettore Majorana, le riflessioni sull'uomo e sugli scienziati nel "giallo" di Sciascia
Oltre la scomparsa di Ettore Majorana, le riflessioni sull'uomo e sugli scienziati nel "giallo" di Sciascia admin
admin - giovedì, 10 marzo, 2016
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di Simone D’Avvocato

All’alba del secondo conflitto mondiale, un evento enigmatico procurava un brivido al regime fascista e, quantomeno, avrebbe dovuto scuotere la comunità scientifica dell’epoca. Quello che lo scrittore Leonardo Sciascia narra nella forma del giallo decostruito intitolato “La scomparsa di Majorana”. Si tratta del presunto suicidio, ovvero dell’ipotizzata scomparsa, del genio adamantino prestato alla fisica che il Nobel Enrico Fermi riteneva della caratura di Newton e Galileo. Fu proprio il trasferimento dalla facoltà di Ingegneria a quella di Fisica in seguito all’opera di persuasione di Fermi, il quale curò anche la sua tesi di laurea, il momento in cui la vita del prodigio catanese prese una piega irreversibile. Un percorso che lo avrebbe condotto a scelte tanto imprevedibili quanto drastiche, che Sciascia ha il merito di riportare a galla con estrema intelligenza letteraria per suscitare riflessioni su questioni rilevanti e insondate.

Probabilmente, furono le sue intuizioni nel campo della fisica nucleare il motivo della sua renitenza, oltre che quello per cui i vertici del regime fascista, nelle persone del ministro Gentile prima e Mussolini poi, se ne preoccuparono dopo quel 27 marzo del 1938 dalla quale se ne persero -fece perdere- le sue tracce.

Lo scrittore però, raggiunge un obiettivo più ambizioso e profondo che non si esaurisce nel mistero della scomparsa di un predestinato, trascinandoci su un sentiero delicato, da affrontare necessariamente con profondità e urgenza. Lo fa raccogliendo testimonianze preziose, ripercorrendo la parabola di Majorana attraverso episodi chiave e, soprattutto, tratteggiandone i caratteri tipici della sprezzatura attraverso aneddoti eccezionali. Uno su tutti, quello dell’incontro con Fermi ventiquattro ore dopo che quest’ultimo gli aveva illustrato il modello Thomas-Fermi. In pratica, Majorana aveva trasformato l’equazione principale del modello -di secondo grado non lineare- in un’equazione di Riccati integrata, riproducendo la tabella del cosiddetto potenziale universale di Fermi, per poi presentarsi dallo stesso Fermi a confermare la correttezza dei calcoli. Paradossalmente, lo studente approvava il lavoro dell’eminente professore, rielaborando nell’arco di un giorno il lavoro prodotto in un lasso di tempo decisamente più lungo. O ancora, l’aneddoto raccontato da Laura Fermi secondo cui il marito e Majorana si sfidavano in gare di calcolo dove il professore si muniva di carta, matita e regolo calcolatore mentre Majorana faceva tutto a mente.

Il fascino del suo racconto trasuda dagli eventi ripercorsi grazie all’abilità con cui Sciascia seduce il lettore inconsapevole per introdurlo a questioni universali che riguardano il genere umano nella sua integrità, annullando, curiosamente, le dimensioni spazio-temporali che per la fisica sono elementi essenziali, se non proprio ragion d’essere. Quasi a prendersi gioco della scienza, per ridimensionarla come dovrebbe fare la satira con il potere, proprio come faceva Majorana quando cestinava le sue teorie abbozzate sui pacchi di sigarette etichettandole come “roba da bambini” all’Istituto di Fisica di via Panisperna. Solo per rendere l’idea, tra queste teorie vi era quella del nucleo atomico composto di protoni e neutroni grazie alla quale il fisico tedesco Heisenberg sarebbe stato insignito del premio Nobel.

L’abilità e il merito dello scrittore consistono nel far emergere il tema latente dell’allontanamento dell’umanità da se stessa, dai sentimenti e dai princìpi che la rendono tale, fonte del malessere esistenziale dell’introverso, schivo e introspettivo Majorana. Lo fa attraverso quanto non detto ma sondabile tra le righe, rendendo il messaggio tanto più potente ed esplosivo quanto covato e ricercato; proprio come la fissione nucleare oggetto di particolare interesse nel periodo in cui prende forma la vicenda.

Ciò che non deve sfuggire è che questo tema non è di nicchia ma universale, perché se il progresso crea un solco tra gli uomini, li allontana quotidianamente dalla loro umanità, è allora evidente che ci coinvolga tutti indistintamente, tutti insieme e allo stesso tempo. Le implicazioni sociali di un progresso non governato nell’interesse del genere umano, scevro dalle caratterizzazioni spazio-temporali, dovrebbero metterci in guardia, dovrebbero costringerci a prendere consapevolezza delle nostre responsabilità individuali, quotidianamente.  Del resto, se la vita moderna della società post-industriale risulta più artificiosa, alienante, sfilacciata, confusa e soggiogata da manie e fobie un tempo sconosciute, non sembra essere un caso e impone un’analisi non solo di sistema ma individuale, che non può prescindere dal progresso.

Ora, gli interrogativi sulla scomparsa di Majorana non solo restano insoluti ma addirittura più fondati e intriganti in seguito alla chiusura di un fascicolo della procura di Roma dello scorso anno, la quale ha accertato che lo stesso Majorana ha vissuto dal ’55 al ’59, volontariamente, nella città venezuelana di Valencia. In questo caso, il gesto clamoroso del nostro genio, che si allontana dall’uomo per rifiutare il fisico, scampando rocambolescamente al suo destino di scienziato, assume un significato ancora più netto, che rafforza l’attualità del racconto di Sciascia e il suo intento. Evidentemente, la soluzione non può consistere in una sbrigativa archiviazione d’ufficio per la quale ognuno dovrebbe rendere conto alla propria coscienza, forse come quegli scienziati che consegnarono la bomba atomica al buon senso dei governanti.

 

 

 

 

 

 

                           
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