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Ludovico Corrao ed il milazzismo in Sicilia
Ludovico Corrao ed il milazzismo in Sicilia
Ludovico Corrao ed il milazzismo in Sicilia admin
admin - sabato, 8 ottobre, 2011
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di Michele Vaccaro
Il 7 agosto 2011, a Gibellina, l’on. Ludovico Corrao veniva assassinato da un suo dipendente, originario del Bangladesh. Nel 1975 aveva subito un attentato intimidatorio da parte di un giovane tunisino nella sua villa nei pressi di Alcamo, il paese dov’era nato il 26 giugno 1927. 
Avvocato, pubblicista, personaggio straordinario ed eccentrico, Corrao iniziò l’attività politica nelle file della Democrazia Cristiana e fece parte delle Associazioni Cristiane dei Lavoratori Italiani (A.C.L.I.). 
Eletto deputato all’Assemblea Regionale Siciliana (1955), fu protagonista, nella ‘calda’ estate del 1958, di quell’esperienza politica, definita da più parti anomala, passata alla storia come ‘milazzismo’, ‘operazione Milazzo’, ‘operazione Sicilia’: un esperimento politico complesso che ebbe rilevanti ripercussioni nel mondo politico regionale e nazionale.
Spieghiamo, in modo sintetico e per i più giovani, quello che accadde: Silvio Milazzo, esponente di rilievo della DC isolana, avversario di Amintore Fanfani e autonomista intransigente, sul finire degli anni Cinquanta non solo rifiutò gli orientamenti che il suo partito voleva imporgli da Roma, ma con altri dissidenti si batté per la ‘moralizzazione’ della politica, non esitando a denunciare l’‘affarismo’ di esponenti di primo piano dello scudocrociato, che, ineluttabilmente, lo espulsero dal partito. 
Eletto alla presidenza della Regione Siciliana il 23 ottobre 1958 dopo la lunga crisi del governo dell’on. Giuseppe La Loggia, un irriducibile fanfaniano, Milazzo raccolse attorno all’Unione Siciliana Cristiano Sociale (U.S.C.S.), nata l’8 novembre 1958 e della quale Corrao fu l’ideatore e l’anima con Francesco Pignatone, il PLI, il PRI, il PSDI, il MSI (che entrò solo nel primo governo) ed ebbe l’appoggio del PSI, ma anche del PCI benché Li Causi avesse manifestato una palese ritrosia. Partiti fino a quel momento ‘inconciliabili’, ma che non obbedirono alle direttive provenienti da Roma. 
Milazzo formò in questo modo, negli anni della ‘guerra fredda’, un governo definito da più commendatori ‘eretico’ perché amalgamava il diavolo e l’acqua santa, rompendo l’unità dei cattolici.
In uno dei suoi memorabili comizi, Corrao distinse tout court i cristiani dai democristiani: i primi credevano nel Dio Uno e Trino, mentre i secondi credevano nel Dio ‘quattrino’. Attaccò, inoltre, il connubio tra DC e mafia, e consolidò il rapporto tra i dissidenti scudocrociati e i comunisti guidati da Emanuele Macaluso: operazione, questa, non ben vista da Luigi Sturzo. I democristiani furono spinti all’opposizione con rilevanti effetti sulla politica italiana.
L’on. Corrao, della corrente di Rossetti e di La Pira, dissidente della DC, fu considerato il teorico del ‘milazzismo’, che ebbe alla base l’autonomismo di una regione, quella siciliana, che si vagheggiava libera dai ganci dalle industrie settentrionali e delle multinazionali. Corrao diresse l’Assessorato ai lavori pubblici, all’edilizia popolare e a quella sovvenzionata nel primo e secondo governo Milazzo e, nel terzo, l’Assessorato industria e commercio. Proprio nelle vesti di assessore ebbe un colloquio (durato due ore) con il leader russo Nikita Sergeevič Chruščëv che destò l’interesse di osservatori e dei servizi segreti per paura che potesse ‘svendere’ la Sicilia ai sovietici. In realtà Corrao, come raccontò nel suo libro-intervista scritto con la collaborazione di Baldo Carollo e intitolato ‘Un sogno mediterraneo’, ebbe affidato da Chruščëv solo un messaggio di disgelo con l’Occidente e con la Chiesa.
L’‘operazione Milazzo’, pur intensa di avvenimenti di alto significato culturale e politico, durò poco: contro di essa si mosse l’apparato nazionale democristiano, che agitò lo spauracchio dei comunisti pronti a impadronirsi della Sicilia (e dire che i ‘rossi’, pur sostenendo Milazzo, non ebbero neanche un assessorato!). Per riappropriarsi della direzione del governo regionale, la DC promosse uno ‘schieramento antimarxista’, appoggiandosi all’estrema destra ed eleggendo presidente della Regione addirittura il monarchico Benedetto Majorana della Nicchiara, che era stato un membro della maggioranza. Per l’U.S.C.S. la situazione precipitò. 
Ma a decretare la fine del governo Milazzo fu uno soprattutto uno scandalo politico che vide Corrao protagonista. Andiamo per ordine. Iniziata la nuova la legislatura, i missini conclusero un accordo di centrodestra con i democristiani e abbandonarono la maggioranza. Il gruppo milazziano aveva così gli stessi numeri dell’opposizione e si convinse un deputato del MSI a passare dalla parte del governo in cambio di un assessorato. Una fase, questa, a dir poco precaria, che presto presentò il conto. Nel dicembre 1959, infatti, si votò segretamente per approvare il bilancio preventivo 1960: spuntarono due franchi tiratori che mandarono a gambe all’aria il secondo governo Milazzo. La maggioranza strinse le fila e si ritrovò, permettendo che nascesse il terzo governo. 
Ma non si poteva continuare così, occorreva trovare nell’altro schieramento qualche politico ‘compiacente’ disposto a saltare il fosso. Nel gennaio del 1960 toccò a Corrao, fatto rientrare in fretta e furia da Mosca dove si trovava per motivi diplomatici, e al comunista Enzo Marrano individuare nei democristiani Nino Intrigliolo, Mario Zappalà e, in particolar modo, Carmelo Santalco, sindaco di Barcellona e capostazione di mestiere, gli uomini che, per una ragione o per un’altra, potessero passare dall’altra parte della barricata e rafforzare la maggioranza. Fu tutto inutile proprio per il maldestro tentativo di corruzione tentato, con molta leggerezza, dal Corrao e dal Marraro nelle stanze liberty dell’Hotel delle Palme, in Via Roma, dove alloggiava Santalco, che fece il doppio gioco: finse d’essere disponibile a farsi corrompere e, nello stesso tempo, mise a conoscenza della negoziazione il segretario regionale dello scudocrociato Giuseppe D’Angelo. Fu quest’ultimo a organizzare ad arte la trappola facendo collocare sotto il letto del Santalco microfoni e un registratore che si disse forniti addirittura dal Servizio Segreto delle Forze Armate (SIFAR). 
Pare che la trattativa, perché i tre deputati democristiani ‘compiacenti’ si trasferissero nella coalizione milazziana, prevedesse: un compenso di cento milioni; un assessorato regionale per Santalco; la nomina di Signorino Sgarlata, analfabeta di Calascibetta e mezzagro del D’Angelo, a membro della commissione provinciale di controllo di Messina. L’accordo sembrava essere andato in porto. Era il 15 febbraio 1960. L’indomani, nella Sala d’Ercole, chiese la parola Santalco e denunziò il tentativo di corruzione, passato alla storia come ‘beffa delle Palme’ o ‘scandalo Corrao-Santalco’, che segnò la fine di quell’atipico esperimento politico. 
Corrao si dimise e cercò in ogni modo di difendersi. Fu nominata una Commissione parlamentare d’inchiesta, presieduta dal penalista Antonino Varvaro, che accertò la veridicità dei fatti pur senza appurare precise responsabilità. Ma una volta che il governo Milazzo si dimise in blocco, per l’abbandono di socialisti e senza affrontare il voto dell’Assemblea il 16 febbraio 1960, finì a tarallucci e vino. 
Esauritasi ‘l’operazione Milazzo’, i protagonisti si sparpagliarono: alcuni ritornarono sotto l’insegna dello scudocrociato, altri tra le file socialiste. Nonostante le allettanti promesse di Fanfani e Aldo Moro, Corrao dopo la rottura con Milazzo e Pignatone e la conseguente scissione dell’U.S.C.S. rimase indipendente pur spostandosi a sinistra. 
Costituì il Partito Autonomista Cristiano Sociale (P.A.C.S.).
Sindaco di Alcamo dal 1960, fu eletto come indipendente nella lista del PCI deputato alla Camera dei Deputati (1963) e, cinque anni dopo, senatore della Repubblica, aderendo al gruppo degli Indipendenti di Sinistra: «Non sono mai stato comunista, ma è stato un partito di cui condividevo le idee che portava avanti» rivelò più tardi. 
Fece parte di alcune commissione parlamentari, tra le quali quella “per il parere al Governo sulla destinazione dei fondi per la ricostruzione del Belìce”, di cui fu uno degli artefici. Eletto più volte sindaco di Gibellina, Corrao si prodigò per la ricostruzione e l’abbellimento della cittadina chiamando anche famosi artisti. Nel 1981 inaugurò le Orestiadi, una sorta di Festival internazionale con manifestazioni artistiche varie, divenendone presidente. Ancora senatore nel 1994, nelle file del PDS, tentò un ultimo colpo di coda nel 2001, quando sperò, invano, di tornare ancora a Palazzo Madama sotto l’insegna di Rifondazione Comunista. L’ultimo incarico di prestigio quattro anni dopo: il presidente della Regione Siciliana ‘Totò’ Cuffaro lo incaricò di gestire la Casa Sicilia a Tunisi, il cui scopo precipuo era quello di allargare il dialogo tra culture mediterranee. Di Corrao occorre ricordare anche il cordiale colloquio che ebbe con Giovanni XXIII, che gli confessò come la madre giudicasse il suo anello di cardinale meno prezioso della sua vera da sposa, e l’appoggio legale, in qualità di difensore di parte civile, che fornì a Franca Viola, la prima donna in Sicilia a ribellarsi alla consuetudine siciliana del matrimonio riparatore (1965-1966). Anche in quest’ultimo incarico anticipò i tempi.

                           
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