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S. Margherita: le pietre parlanti dei vecchi quartieri quartieri S. Vito e S. Calogero
S. Margherita: le pietre parlanti dei vecchi quartieri quartieri S. Vito e S. Calogero
S. Margherita: le pietre parlanti dei vecchi quartieri quartieri S. Vito e S. Calogero admin
admin - lunedì, 21 novembre, 2011
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di Margò Cacioppo*


Il quartiere Calvario, identificato dalla storica croce che svetta sul vertice dell’asse viario principale-via Calvario, segna la confluenza e il confine tra la sezione di San Vito e quella di San Calogero. Largamente considerata nel P.R.G. in vigore e nel piano paesaggistico della provincia di Agrigento, può diventare un elemento attivo anche dal punto di vista artistico cineteatrale e turistico ricettivo. Collina di “case di pietre parlanti” delle quali ancora si ode il pulsare profondo, il quartiere, è, per la sua suggestiva posizione arroccata e per avere, per tanto tempo, mantenuto, la sua fisionomia di teatro dei ruderi, il luogo vocato a “parco interattivo ecosostenibile, della cultura della memoria e della comunicazione,” un luogo in cui foto, cinema e teatro interagiscono, dove nulla va disperso, come più volte enunciato da chi scrive.
Il quartiere è divenuto nel tempo, meta facilmente accessibile di appassionati visitatori: poeti, scrittori, fotografi, registi che vi ritrovano la bellezza trasformata dal tempo, come se la catastrofe avesse innescato un processo rigenerativo che stabilendo altre leggi, riportano armonia ed equilibrio favoriti dalla luce, dal calore e dal colore delle pietre.
Location amata e preferita che ha incantato registi contemporanei di fama mondiale. È il luogo che ben si presta a preservare la memoria storica della Valle del Belìce e quindi la propria, mantenendo la “preesistenza come valore” di una città che si proietta a ritroso per porgersi in avanti; lontana da ripristini e creazioni di estenuati musei delle pietre. Musei sì, ma di vita, dove si attiva uno scambio reciproco: attingere dal luogo e restituire al luogo. L’isolato recuperato è qualificato come organismo autonomo della cultura delle arti della comunicazione, di cui il cinema è il luogo nel luogo, ove si sviluppano, in sinergia con gli altri isolati, vari laboratori tematici autogovernati in strutture ecosostenibili, sfruttando tutte le energie di cui la zona è fornita. Vere e proprie “isole di case dell’arte” sommariamente potrei descriverle come: l’isola della poesia, dell’arte figurativa e applicata, della scenografia, dei costumi, della scrittura, della regia.
Isole laboratori che, pur nell’indipendenza, sono l’indotto dell’intero parco della comunicazione. Le pareti sgretolate delle case che si affacciano sui cortili, le scale sospese, la vegetazione che vi riaffiora, lo spazio delle corti sulle quali si stagliano ombre e luci, diventano: quinte teatrali, palcoscenici, fonti ispiratrici di versi indelebili, schermi sui quali proiettare il lavoro all’uopo prodotto.
Le finestre e le porte lasciate aperte verso il cielo (anche dall’urgenza di mettersi al sicuro) mai debbano chiudersi dalle quali è anche possibile scorgere quinte fotografiche, prodotto dei laboratori tematici, dove nessuna pietra deve essere buttata perché ognuna è protagonista e testimone di sofferenza, ma anche di ricchezza culturale, cosi come alcune di esse valorizzate dai registi Ciprì e Maresco sono state trasportate, per uno spettacolo, alla biennale di Venezia.
Il parco del quartiere Calvario è l’input all’unitario sviluppo urbano e territoriale in linea con le direttive europee che danno valore e credito incentivante agli interventi ecostenibili.
Gli spazi ‘emersi’ dal crollo, quali aree libere afferenti ai fabbricati recuperati, rimarcano la perimetrazione della particella catastale e confluiscono (con il loro disegno pavimentale che riesuma l’acciottolato listato dalle pietre riemerse) sul vecchio tracciato viario principale che scende ortogonalmente alla piazza Matteotti e su quello, certo non secondario, che contorna (a raggera e in senso parallelo alla via Collegio), gli isolati ricostruiti. Un osservatorio della comunicazione a largo raggio; che diventa una casa dentro un’altra casa, come le matriosche russe, dove i segni della storia sono a tutti visibili e vivibili: la ricostruzione tipologica dell’unità abitativa dell’antico nucleo, l’istallazione della tenda e della baracca, simboli dell’emergenza post-sisma, la nuova cellula abitativa di tipo a schiera e quella recuperata nel comparto di via Collegio a confine con la casa diroccata e con la storica palazzata.
Una città del cinema e del teatro sperimentale, anche all’aperto, con le sue scuole dell’arte della comunicazione che forma le nuove tendenze, tra l’altro, numerosissime del luogo, in rapporto con le esperienze internazionali. Sede delle scuole: quella del cinema, nella chiesa di San Vito, quella del teatro nella chiesa di San Calogero, le cui attività entrano in relazione sia con le strutture esistenti quali il piccolo teatro Sant’Alessandro e lo spazio all’aperto del III cortile del complesso Filangeri-Cutò, sia con quelle previste nel piano di riqualificazione del centro storico che vede la realizzazione di un teatro all’aperto nell’area dell’ex casa Di Giuseppe, che si affaccia sul parco del Gattopardo, ispirata al progetto redatto dalla scrivente per la tesi di laurea: ”il teatro prende corpo così nel pendio naturale che scende verso il parco, schermato in alto dalla palazzata e godendo tra quei ruderi l’atmosfera gattopardiana.”
*Archiregista

                           
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