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Ecco il testo integrale del discorso tenuto dal prof. Salvatore Sangiorgi
Ecco il testo integrale del discorso tenuto dal prof. Salvatore Sangiorgi
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admin - lunedì, 7 novembre, 2011
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Discorso celebrativo del centenario dell’Unità d’Italia, pronunziato il 27 marzo 1961 dal Prof. Salvatore  Sangiorgi  nel Teatro S. Alessandro, per espresso incarico del Sindaco  pro  tempore  Dott. Gaetano Gulotta.

Signori,

Con trepidante gioia adempio l’onorifico  incarico  di  celebrare   in  questa  ridente  cittadina  la  gloriosa ricorrenza  del  centenario dell’Unità ed  indipendenza  della  nostra  amata  Patria. Arduo è  il  tema  sul  quale  devo  parlare, ma  esso risponde  ai  sentimenti  innati  dell’animo  mio di  educatore. Ed  è  per  questo che  mi accingo a trattarlo con  vero amore, quantunque il  brevissimo tempo  accordatomi per la  preparazione non mi  consente  di  lumeggiarlo per come si deve. Quindi  chiedo  a  voi  benevolo compatimento.  

Dopo lunghi  secoli  di  smembramento  e  di  soggezione  straniera,  l’Italia  si  è  costituita  a  nazione unita  e  indipendente,  nel  corso  del  secolo  diciannovesimo, per  effetto  di  rivolgimenti  interni  e  di  eventi  internazionali,  che  in  parte  si  spiegano  come  maturazione  di  tendenze  remote  e  spontanee,  in  parte  rappresentano  circostanze  in  tutto  straordinarie,  che  hanno  quasi  del  prodigio.

L’Italia, così  nettamente  differenziata  nel  suo  territorio  nazionale  tra  la  cerchia  delle  Alpi  e  i  tre  mari,  già, molto avanti  la  fine  del Medioevo,  pur  tra   le  divisioni  profonde  delle  sue  repubbliche  e  dei  suoi  regni,  delle  sue signorie  e  dei  suoi  principati,  aveva  rivelato  la  perfetta  maturità  dei suoi  fattori  nazionali : razza,  lingua,  tradizioni,  costumi,  leggi,  religione,  e  in  parte  coscienza nazionale; ma  per  un  errore  non  nuovo  nella  storia  della  penisola,  fattasi  impotente  ad  ogni  difesa  militare,  mentre  intorno  si  erano  formate  le  grandi  nazioni  accentrate  dell’Europa  occidentale : Spagna, Francia,  Austria,  Inghilterra, allora  meno  civili,  ma  militarmente  ordinate  e  forti,  aveva  subito  l’invasione  straniera,  era  diventata  il  campo  delle  competizioni  europee, aveva  sofferto  nel  proprio  territorio  i  danni  terribili  delle  guerre  altrui  e  dello  sfruttamento. I rivolgimenti  dell’età  napoleonica, rovesciando  gli  antichi  governi  e  creando  nella  penisola  più  vasti nuclei   territoriali, pur  sostituendo  alle  antiche  una  nuova  denominazione  straniera,  erano  valsi  tuttavia a ridestare  in  Italia   il  desiderio  delle  libertà  politiche,  a  rianimare  le  energie  sopite  della  razza,        a  rinnovare  ed  estendere  i  benefici  della  istruzione  pubblica, e  soprattutto  a  far  conoscere  ed  apprezzare  le  virtù  militari. Ma, con  la  caduta  del  dispotismo  napoleonico, che  aveva  minacciato  l’esistenza  e  la  libertà  di  tutte  le  nazioni  di Europa,  l’Italia  era  stata  ricacciata  nella  divisione degli  antichi  governi, sotto  la  rigorosa  tutela  della  Santa  Alleanza  diretta  dall’Austria; né  sarebbe  forse  riuscita  a  riguadagnare  l’indipendenza  e  l’unità,  se  la  rivoluzione  nazionale,  preparata  dai  pensatori  e  dai  martiri, e  le  guerre  fortunate  d’indipendenza,  giovandosi  abilmente  di  alcune  contingenze  favorevoli  degli  avvenimenti  di Europa, non  avessero  d’un  tratto  scosso  e  rovinato  l’edificio  sapiente  e  multi latente  della Santa  Alleanza,  e  creato  così  un  nuovo  e  potente  elemento  dell’equilibrio  europeo, che  in  una  occasione  non  lontana  doveva  contribuire  a  salvare  l’Europa  dalla  minaccia  di  un  nuovo  e  più  terribile  dispotismo.

La  storia  del  Risorgimento  italiano, che  è  la  storia  della  formazione  unitaria  della  più  antica, e  forse  idealmente  più  nobile  tra  le  nazioni  d’Europa, non  è  soltanto  la  narrazione  degli  eventi  meravigliosi  che  hanno  condotto  alla  nostra  unità  e  alla  nostra  libertà  nazionale, ma  è  l’esempio  tipico  delle  cause  per  cui  una  nazione  può  perdere  e  guadagnare  la  libertà, ed  è  insieme  l’affermazione  più  solenne  e  più  persuasiva dei  diritti  delle  nazionalità  nel  sistema  di  equilibrio  degli  Stati  europei; sicchè ha un altissimo  valore  educativo, per  far  sentire  il pregio  delle  libertà  civili  e  per  formare  la  coscienza  della  necessità  di  una  giustizia  fra  le  nazioni.  Il  problema  del Risorgimento  fu  quindi  innanzi tutto un problema di educazione  nazionale, poiché  bisognava  ridestare  il  popolo  italiano, assopito dalle dominazioni straniere  e  dal  dispotismo,  per  ridargli  piena  consapevolezza  di sé  e  dei  suoi destini e farne  il  creatore  della  sua  storia. D’una  tale  esigenza  si  fece  prima  vigile  assertore lo spiritualismo  che  accompagnò e sorresse il moto d’indipendenza e d’unificazione nazionale. Ma l’unificazione  politica, che  era stata energicamente  voluta  dalla  fede  invitta  e  dall’azione  generosa  di  pochi e  resa  possibile da felici combinazioni  diplomatiche, fece  risorgere  più  urgentemente  il  problema  della  educazione nazionale, come  quello  che  doveva  portare a  compimento  l’unificazione  politica, inserendo attivamente  nella  vita  del  nuovo Stato il  popolo, che  in  gran  parte  era  rimasto  ad  esso  ostile od  estraneo. Gli  esordi    della  nuova  Italia  non  sono  stati  lieti, appunto  perché  alcune  potenze  ne  avversarono  l’unità, perché  le  passioni  politiche  impedivano  sicure  direttive  di Governo;     ma  la  coscienza  viva  negli  italiani  di  volere  e  di  poter  essere  un’altra  volta  maestri  di  civiltà  nel  mondo, incamminò  l’Italia  verso  nuovi  destini, a  prender parte  alla  politica  internazionale  e  coloniale, alla  potenza  militare  marinara  e  terrestre, alle  rivendicazioni  delle  classi  lavoratrici, ad  una  legislazione  sociale  e  all’incremento della  cultura. Paese  povero, l’Italia, impiegò  molta  fatica ad  imporsi, ma  alla fine  entrò  nel  novero  delle  grandi  potenze  e  partecipò  e  partecipa  alla  missione  di civiltà e di progresso in tutti i campi dell’attività umana.  Il  congresso  di  Vienna  e  la  Santa  Alleanza avevano  affermato  i  diritti  dei  principi  e  la  fine  dell’era  rivoluzionaria, ma non  avevano  potuto sopprimere  le  idee, che  erano  state  l’anima  degli  avvenimenti, cioè  la  nuova  concezione  della  vita  politica,  sociale,  culturale,  quale   si  era  venuta  sviluppando  in  Europa  nella  seconda  metà  del  secolo  XVIII.  Bisognava  ritrovare  i  contatti  con  la  propria  tradizione  interrotta: problema   che  per  l’Italia  era  più  difficile  che  per  le  altre  nazioni, data  la  caratteristica  tutta  particolare  della  sua  storia.   L’Italia   non  poteva  parlare  di  tradizione  nazionale, se  non  nel  campo  della  cultura:        in  politica  era  mancato un centro unitario di coordinamento, a cui si  poteva  guardare  per  la  riscossa  nazionale. Questa  specialissima situazione italiana  imponeva  alle  classi  colte            il  dovere  di  dare  un’anima  politica  al  popolo, per  cui  possiamo  affermare che la  faticosa  costruzione  della coscienza italiana è la storia stessa del  nostro Risorgimento.  Dopo  il  Congresso di Vienna in Italia  fecero  ritorno  i  sovrani  dei  vari  Stati  e  subito  si  affrettarono  ad  abolire  tutte  le  libertà  di  cui  gli  Stati  avevano  goduto  durante  il  periodo  napoleonico. Essi  facevano assegnamento sull’Austria, la loro grande  alleata. In caso di  bisogno, l’aiuto  del  suo  potente  esercito  non  sarebbe  certamente  venuto  meno. Ma  un  ritorno  al  passato  era  ormai  impossibile.                                                                                                                                                  

Ai  primi  segni  d’insofferenza  dei  sudditi, i  sovrani dei vari Stati, in  cui era  divisa l’Italia,  risposero  con  le  violenze  poliziesche, con  le prigioni  e  con  le  forche. A  loro  volta, i  sudditi  risposero  con  le  congiure  e  le  rivolte. Nacquero  così  le  società  segrete, tra le  quali  primeggiò  la  Carboneria, che si  diffuse  rapidamente  in  tutta  l’Italia. E  incominciarono  le  insurrezioni. I primi  moti carbonari scoppiarono nel Regno  delle  Due  Sicilie. Nel  luglio 1820, due  giovani  ufficiali  carbonari, Michele Morelli e Giuseppe  Silvati,  insorsero con le  loro  truppe  a Nola e  marciarono verso Napoli, sotto il  comando  del  generale  Guglielmo  Pepe, allo scopo  d’imporre  la Costituzione  al  re Ferdinando I di Borbone. Questi, spaventato, la  concedette, ma la  ritirò  poco  dopo  quando  un  esercito  austriaco  intervenne  in  suo  favore  e  mandò  a  morte, insieme  a  tanti  altri,  anche  Morelli  e  Silvati.

Il  tentativo dei  Carbonari  napoletani  rese l’Austria più vigile che  mai. Nell’ottobre  del  1820  vennero scoperti ed  arrestati  in  Lombardia  i  patrioti  carbonari Silvio Pellico e Pietro  Maroncelli, e pochi  mesi dopo i conti  Federico  Confalonieri e Carlo Antonio Oroboni. Nel  marzo  1821, un altro moto scoppiò  in  Piemonte, sotto la guida di Santorre   di  Santarosa, ma  dopo  alcune  vicende, fu  soffocato. Così  pure  fu  domata  la  rivolta  capeggiata  da  Ciro  Menotti  nel  ducato  di  Modena  nel  febbraio 1831. Dopo  tale  anno, il  movimento verso l’unità  e  l’indipendenza d’Italia  continuò  apparentemente  sporadico  per  una  quindicina  di  anni, e  quindi  proruppe  generale  e  vigoroso  tanto  da  provocare  la  prima  guerra  ufficiale del  Risorgimento e da  generare  altresì  profondi  mutamenti   interni. Durante  il  quindicennio  si  accelera  la  preparazione  nazionale  iniziata  da  un  pezzo, si  scartano i programmi di dettagli, si ricercano  i  mezzi  più  idonei  per  conseguire  lo  scopo  desiderato, ed anche  in  questa  ricerca si ottengono risultati  notevoli  in  discussioni  teoriche  ed  in  esperimenti  pratici  che  talora  generano  malumori  fra i  patrioti.                  Posto  preminente  e,  in  certi  casi, preponderante  nelle  discussioni  e  negli  esperimenti, occupa  Giuseppe Mazzini, l’apostolo  dell’italianità.                        

Egli  a  Marsiglia, nel  luglio  del  1831, fondava  la  << Giovine  Italia>>  con  l’intento  di  raccogliere  in  una  società  nazionale  quanti, memori  delle  azioni  compiute  e  delle  tendenze  mostrate  dai  sovrani  fino a  quel  punto,  volessero  lavorare  per  costituire  l’Italia  in  uno  Stato  unitario  ed  indipendente con  un governo  sorto  dalla  Nazione. Come  segno  del  programma  italiano, considerato anche in rapporto con  l’estero,  adottava  la  bandiera  tricolore: bianco, rosso  e  verde, e scriveva da un  lato le  parole : << libertà, uguaglianza, umanità>>, e  dall’altro :<< unità, indipendenza >>. E  nello  statuto  della  società  e  in  una  serie  di  scritti, animati  da  vivo  spiritualismo, cercava  di  coordinare  l’azione  propria  e  dei  propri  amici con  quella dei novatori stranieri e di organizzare, mediante una solida educazione  nazionale, le  forze  del  popolo, tanto  da  poter tutto riassumere nelle  formule: <<Dio  e  umanità>>, << Dio  e  popolo >>.   Nel  1834, dalla Svizzera  dove  in  quel  tempo  si  trovava, Mazzini  organizzò  un  moto  per  invadere  la Savoia, allora  appartenente  al  Regno  di  Sardegna, ma  il  moto  fallì  ed  egli  dovette  riparare  a  Londra.  Da  lì  continuò  ad  alimentare  le  speranze  degli  italiani. I  suoi  scritti  arrivarono  dovunque, con  i  mezzi  più  sorprendenti.                                       

Nel  1849, insieme  a  Carlo  Armellini  e  ad  Aurelio  Saffi,  fu  a  capo  della  Repubblica  romana, eroicamente  difesa  da  Giuseppe  Garibaldi.  Caduta  la  Repubblica  romana,  Mazzini  riparò  ancora  a  Londra  e  prese  ad  organizzare  altri  moti, che  non  ebbero  mai  fortuna.  Ma  si può  dire  che  egli  avesse  ormai  adempiuta  la sua  missione  poiché   finalmente  tutto  il  popolo  credeva  nell’unità  d’Italia  e  per  essa  era  pronto  a  combattere ed  a  morire. E venne  l’anno  1848  che  segna  nella  nostra  storia  la  primavera della Patria. Alla  notizia  che  in Vienna,  capitale  dell’Austria, era  scoppiata  una  rivolta  per ottenere la Costituzione, Venezia  e  Milano  insorsero. Tutta  Italia  ne  fu  commossa. E il 23 marzo Carlo Alberto  dichiarò  guerra  all’Austria  e, alla  testa  del  suo  esercito,  mise  piede  in  terra  lombarda, inalberando  il  tricolore. Gli  altri  sovrani  della  penisola  furono  costretti  da  minacciose  dimostrazioni  di  popolo  ad  inviare  anch’essi   truppe. Ma questa  prima  guerra  per  l’indipendenza, dopo  le  prime  vittoriose  battaglie, ebbe  esito  infelice. Ripresa,  nel  marzo  1849, subì la dolorosa sconfitta di Novara, alla  quale  fece  seguito l’abdicazione del re Carlo Alberto in favore del figlio primogenito  Vittorio  Emanuele.                                  

Ne   seguì  un  decennio  di  preparazione  per  la  riscossa. Di  esso  l’artefice  ne  fu  Camillo  Benso  conte  di  Cavour. Egli,  divenuto  nel  1852  presidente  del  Consiglio  dei  ministri  del  Regno  di  Sardegna, fece  costruire  ferrovie, strade  e  canali;  aprì  scuole,  incrementò  l’agricoltura, riorganizzò  ed  accrebbe   l’esercito, migliorò  le  finanze  dello  Stato. Ma  non  basta. Cavour  seppe  guadagnarsi  le  simpatie  della  Francia  e  dell’Inghilterra,  allora  in  lotta  contro  la  Russia, inviando  in  Crimea  una  spedizione  di  15.000 valorosi  bersaglieri. Così, nel  1856, al  Congresso  di  Parigi, egli  potè  esporre, davanti  ai  potenti  d’Europa, le  tristi  condizioni  dell’Italia, in  cui  l’Austria  spadroneggiava. Nel  1858, Cavour  s’incontrò  a  Plombières  con  Napoleone  III, imperatore   dei  francesi,  e  strinse  con  lui  una  preziosa  alleanza  difensiva.  In  tal  modo, quando  l’Austria  attaccò  il  Regno  di  Sardegna  nel  1859, la  Francia  unì  il  proprio  esercito  a  quello  di  Vittorio  Emanuele  II,  facilitando  l’esito  vittorioso  della  seconda  guerra  per l’indipendenza.    Cavour  seppe  inoltre  provocare  le  annessioni  dell’Emilia  e  della  Toscana  e  la  liberazione  delle  Marche  e  dell’Umbria;  né  mancò  di  porgere  aiuto  a  Garibaldi  nella  leggendaria  impresa  dei  Mille. Fu  detto  il  tessitore  dell’unità  italiana. E  vengo  ora  a  parlare  di  fatti  che  più  riguardano  la  nostra  Sicilia,  cioè  della  spedizione  dei  Mille  e  del  suo  eroico  Duce:  Giuseppe  Garibaldi. Figlio  del  popolo, nutrì  nel  suo  cuore  indomito  un  immenso  amore  per  la  Patria.      Amico   e  seguace  di  Mazzini,  prese  parte  alla  prima  guerra  d’indipendenza, alla  difesa  della  Repubblica  romana  ed  alla  vittoriosa  seconda  guerra  del  1859  con  i  suoi  Cacciatori  delle  Alpi. Ma  era  venuta  l’ora  della  liberazione  della  nostra  isola, oppressa dal tirannico  governo  borbonico. Fin  dal  settembre 1859, si  erano  fatti  numerosi  nelle  città  siciliane i comitati  rivoluzionari e  dalla  Liguria  e  da  Malta,  per  mezzo  degli  esuli,  erano  state  introdotte  in  gran  copia  le  armi. I  moti  incominciarono  ad  opera  specialmente dei mazziniani siciliani  Francesco  Crispi  e  Rosolino  Pilo  e  prima  a  Palermo.

Raccoltosi  nel  convento della Gancia, i  ribelli il 4 aprile 1860 tentarono di sollevare la città  contro  il  governo; fu  per  breve  ora, perché i soldati borbonici intervennero decisamente ed infransero le deboli forze degli insorti; ma bande di << picciotti>> si erano organizzate un po’ dappertutto.

Della notizia della sommossa della Gancia si valse il Crispi  per stimolare Garibaldi all’impresa,  presentandogli  la  situazione  siciliana  più  favorevole  di  quanto  non  fosse. Ma  Garibaldi, che  all’audacia  congiungeva  la  prudenza  di  un  gran  capitano, dopo  alcune  giustificate  incertezze  dovute  al  timore  di  ricadere  negli  errori  dei  fratelli  Bandiera e del Pisacane, accettò.  Alla  chetichella  convennero  a  Genova, da  ogni  parte  d’Italia, un  migliaio  di  volontari,  molti  dei  quali  avevano  militato  con  Garibaldi  e  nell’esercito  regio  nella  passata  guerra  d’indipendenza. Vennero  ad  arruolarsi  coi  garibaldini  anche  alcuni  stranieri, tra  i  quali  l’ungherese  colonnello  Turr.  A  suoi  collaboratori  diretti Garibaldi  scelse Nino Bixio quale  luogotenente, Giuseppe  Sirtori, capo di Stato maggiore, Agostino Bertani, proposto all’intendenza  del  Corpo. Con  costoro  erano  altri  patrioti  ben  noti: i  fratelli  Ganoli,  il  Crispi, Francesco Vullo,  il Missori, Ippolito Nievo, Giuseppe La Masa, Cesare Abba, che stese poi la storia dell’impresa. Con  finta  aggressione Nino  Bixio  ed  alcuni  compagni  s’impossessarono  di due  navi  ancorate  nel  porto  di Genova: <<Piemonte>> e << Lombardo>> della Società  armatrice Rubattino e le  condussero verso  Quarto,  da  dove  i  garibaldini  salparono, nella  notte  tra  il  5 e il 6 maggio  1860, alla  volta  della  Sicilia, dove  sbarcarono  l’11  maggio  a  Marsala.

Il  14 maggio  a  Salemi  il  generale  Garibaldi  manifestò  la  sua  lealtà, dichiarando  di  assumere  la  dittatura  dell’isola  in  nome  di  Vittorio  Emanuele  II; tagliò  corto  così  alle   mire  dei  repubblicani, dei  mazziniani, che  tra  i  Mille  e  in  tutta  la  penisola  facevano  passare  Garibaldi  come  l’araldo  della  repubblica, naturalmente  l’eroe  si  conciliò  il  favore  non  solo  del  re, che  si  era  fidato  di  lui, ma  anche,  se  non del  Cavour, di  quanti  altri   alla  corte   di Torino  e  fuori  avevano  sospettato  di  lui.

Il  primo  scontro  con  l’esercito  borbonico  avvenne  a  Calatafimi  ( 15 Maggio ) ed  ebbe  felice  esito.  Questa  vittoria  ebbe  importanza  soprattutto  di  carattere  psicologico  e  fu  decisiva  per  la  spedizione:  infatti  affermò  il  prestigio  militare  dei  garibaldini,  sia  dinanzi  ai  siciliani,  che  accorsero  numerosi  a  rinforzare  il  corpo  di  spedizione,  sia  di  fronte  ai  borbonici. Fu  così  possibile  dirigersi  su  Palermo  che  venne  occupata  il  27 maggio. Dopo la battaglia vittoriosa  di  Milazzo  (20 luglio), le  truppe  garibaldine, eludendo  la  vigilanza  delle  navi  borboniche, passavano  lo  stretto  e  sbarcavano  in  Calabria. La  marcia  diveniva  ormai  fulminea, e le  popolazioni  accoglievano  Garibaldi  come  un  liberatore . Le  truppe  borboniche, sorprese  dalle  mosse  ardite  di  Garibaldi  e  di  Cosenz,  si  sfasciavano  e  si  arrendevano. Francesco  II  fugge  da  Napoli  la  sera  del  6  settembre   e  il  giorno  seguente  vi  entra  Garibaldi  tra  le  acclamazioni  entusiastiche  di  tutta  la  cittadinanza. Alla  fine  di  ottobre,  a Teano , Garibaldi   consegnò   il  Regno  delle  Due  Sicilie,  che  egli  aveva  liberato  in  cinque  mesi, a  Vittorio  Emanuele  che  era  ancora  re  del  Piemonte  ma  che  presto  sarebbe  stato  re  di  tutta  l’Italia  unita.  Questi  fu  d’animo  buono , di  carattere  aperto  e  leale, generoso, schivo  di  qualsiasi  etichetta,  valoroso  sui  campi  di  battaglia,  fidente  nei  destini  della  Patria.  Poco  dopo  furono  indette  le  votazioni  o  plebisciti:  l’Umbria  e  le  Marche, liberate dall’esercito  piemontese;  tutta  l’Italia  meridionale  e  la  Sicilia, liberate  dalle Camicie rosse, si unirono al Piemonte. Garibaldi, senza  onori, senza  ricompense, si  ritirò  come  privato  cittadino  nella  sua isola  delle  capre: a Caprera, pago del grande servizio reso alla Patria.   Intanto  si erano  compiute  le  elezioni   generali  in  tutte  le  provincie  antiche  e  nuove.,  e  il    18  febbraio  1861,inaugurando  la  nuova  legislatura,Vittorio  Emanuele  salutava  nel  Parlamento   adunato  in   Torino  il  primo  Parlamento   d’ Italia .Nel  più  grande  entusiasmo  fu  proclamato  il  regno  d’Italia: il  relativo  decreto  fu  sanzionato  dal  re  il  17  marzo: questa  pertanto  è  la  data  ufficiale. L’unità  della  nazione, per  la  quale  si  era  tanto  lottato  e  sofferto , era  ormai   un  fatto  compiuto. Il  re  avrebbe  potuto  assumere  il  titolo  di  Vittorio  Emanuele  I  re  d’Italia; ma  per  deferenza  al  predecessore  omonimo, che  abdicò  nel  1821,  mantenne  il  numero  d’ordine  che  già  aveva, cioè Vittorio  Emanuele  II. Presidente  del  Consiglio  era  il  conte  di  Cavour.   Il  discorso  alla  corona  fu  un  inno  alle  gloriose  gesta  recenti  della  Patria, un  voto  per  l’immancabile  lieta  sorte  futura,  un  memore  pensiero  ai  gloriosi  Caduti, un  ringraziamento  alle  Potenze  amiche ; Francia  e   Inghilterra, che  avevano  collaborato  ai  destini  d’Italia.  La  meta  dell’Unità  era  dunque  felicemente  raggiunta. Soltanto  pochi  anni  prima  essa  pareva  un  sogno  o, tutt‘al  più, una  speranza  lontana; ma  per  questo  sogno  e  con  questa  speranza  nel  cuore  i  patrioti  avevano  lottato  tenacemente  senza  scoraggiarsi  mai  di  fronte  alle  difficoltà, che  sembravano  talvolta  rendere  inutile  ogni  sforzo. Dal  1859 in  poi, il  cammino, già lento e  faticoso, si era  fatto  rapidissimo  e, in  brevissimo  tempo, il  sogno  era  divenuto  gloriosa  realtà. E’  inutile  domandarsi chi  contribuì maggiormente  al  felice  compimento  della  grande  impresa: se  Cavour  o Mazzini,  se Vittorio  Emanuele  o  Garibaldi.  L’unità  d’Italia  è  certamente  frutto  della  genialità  politica  del  grande  Ministro  come  dell’apostolato  infaticabile  del  Pensatore  genovese; è  opera  dell’intelligente  e  coraggioso  comportamento  del  Re  Galantuomo, come  della  miracolosa  impresa  dell’Eroe  dei  due  mondi; ma  soprattutto  essa  è  il  coronamento  delle  lotte  e  dei  sacrifici di  tanti che, per  quarant’anni, noti  ed  oscuri,  dimenticarono  se  stessi e vissero  solo  per  l’ideale  della  Patria. Le  generazioni, che  avevano  visto  formarsi, in  meno  di  due  anni,  da  tanti  Stati  secolarmente  divisi, un  forte  Stato  unitario, che  abbracciava  quasi  tutta  l’Italia  e  comprendeva  circa  22  milioni  di  abitanti, potevano  guardare   l’opera, ormai  quasi  compiuta  dell’unità  italiana, con  un  senso  misto  di  meraviglia  e  di  soddisfazione. Restava  ancora  esclusa  la  Venezia, ma  tutti  sapevano  che  la  partita, sospesa  a Villafranca, sarebbe  stata   presto   ripresa;  e  quanto  a  Roma  che, nella  necessità  logica  delle  cose, nella  tradizione  e  nell’aspirazione  universale, era  idealmente  il  centro  essenziale  e  l’apice  della  nuova  formazione  unitaria, sola  capace  di  deviare  e  di  fondere  ogni  formazione  di  interessi ed  ogni  rivalità  municipale, un  voto  della  Camera, proprio  cent’anni  fa,  come  oggi  27  marzo, in  seguito  ad  un  elevato, robusto  discorso  del  Cavour,  intorno  a  questo  concetto: << Roma  dev’essere   la  capitale  d’Italia  ed  insieme  del  mondo  cattolico>>, non  aveva  tardato  a  proclamarla  con  geniale  ardimento,<< capitale  d’Italia>>, nell’attesa  di  ricongiungerla  di  fatto  alle  membra  ormai  quasi   tutte  raccolte  della  Patria, a  cui  per  tanti  secoli  aveva  gloriosamente sovrinteso.

Signori,

ho  finito. L’Italia  odierna, ormai  dopo  le  vicende  or  liete  or tristi  delle  due  guerre  mondiali, si  è  ricostituita  a  Nazione  libera, democratica  e  repubblicana. Gl’italiani  si  sono  già  risollevati  dall’avvilimento  e  si  sono  rimessi  al  lavoro, come  già  tante  altre  volte  avevano  fatto  nel  corso  della loro   storia  millenaria. Sono  stati  ricostruiti  gli  impianti  portuali, le  fabbriche, le  case, le  scuole,  i porti,  le  strade  e  le  ferrovie.

A poco  a  poco  la  nostra  Italia  ha  assunto  l’aspetto  che  ha  ora: quello  di  un  Paese  civile  che  vuol  diventare  prospero  e  vivere  in  pace.

Il  popolo  italiano  ha, difatti, sete  di  pace.  Essa è  la  bianca  messaggera  che, riaprendo  le  frontiere ,riaffratella i  popoli  nell’industria  e  nell’arte, è  la  pia  pellegrina che  annunzia  alle  case  il  ritorno  dei  soldati  ed  ai  solchi  l’opera  dei  braccianti;  per  essa il  bronzo dei  cannoni  riecheggia  nelle  mistiche  campane  di  valle  in  valle  invitando  alla  fede  ed  alla  preghiera; per essa l’acciaio delle spade luccica  nelle  falci mietendo il grano sudato nella tranquillità piena dei campi; per  essa  i  cittadini  ritornano  allo  studio, al  lavoro, all’amore; per  essa  torna  la  gaiezza  ai  focolari, il  traffico  sulle  strade, l’idillio  fra  i  giovani, e  l’umanità, liberata  dall’assillo  della  morte, nel  ritmo  delle  incudini  sonanti, tra  il  sibilo  gioioso  delle  sirene  e  il  tramestio  dei  carri  innalza  il  suo  canto  alla  vita  tra  impulsi  di  bontà  e  sogni di  bellezza.  E  l’Italia  nostra, oltre  tutto  il  suo  patrimonio  storico- spirituale,  è  un  miracoloso  paese  dove  i  fiori  odorano  di  più, dove  il  cielo  e  il  mare  sono  più  azzurri, dove  il  clima  è  più  mite, i  frutti  più  saporiti, le  donne  più  belle, il  genio  più  grande, la  parola  più  armoniosa  che  in  tutti  gli  altri  paesi  del  mondo. Paese  che  ha  visto  la  più  grande  Repubblica, il  più  grande  Impero  dell’antichità;       paese  che  Nostro  Signore  Gesù  Cristo  ha  scelto  come  sede  eterna  della  Sua  Chiesa;   paese  che  ha  dato  la  più  bella  poesia  con  Virgilio  e  Dante; la  più  classica  prosa  con  Cicerone,Boccaccio  e  Manzoni; la  più  perfetta  pittura  con  Giotto,  Raffaello,  Leonardo  e  Tiziano;  la  più  forte  scultura  ed  architettura  con  Michelangelo, Canova,  Bernini  e  Gagini; la  più  melodiosa  musica  con  Rossini,  Bellini,  Verdi,  Puccini  e  Mascagni;       le  più  grandi  scoperte  ed  invenzioni  con  Colombo, Vespuccci, Volta, Galileo,  Marconi, Meucci, Pacinotti  e  Fermi; i  più  grandi  pensatori  con  Machiavelli,  Tommaso  d’Aquino, Vico,  Gioberti,  Mazzini   e  Rosmini ; i  più  grandi  condottieri  con Cesare,  Napoleone, Garibaldi  e  Diaz; i  più  intrepidi  eroi  in  terra  con  Micca, Vittorio  Emanuele II,Battisti,  Toti,  Cascino;  in  mare  con  Cappellini,  Millo, Sauro, Rizzo; in  aria  con Baracca,  De Bernardi, De  Pinedo,  Balbo;  i  più  grandi  politici  con  Cavour,  Crispi,  Vittorio  Emanuele  Orlando,Alcide  De  Gasperi.                                                                             Rendiamoci, quindi, degni d’appartenere  a  tale  illustrissima  Nazione;  manteniamoci  sempre  fedeli  al  sacro  retaggio  d’unità, di  libertà  e  d’indipendenza  lasciatoci  dai  nostri  avi;  amiamola  questa  nostra  adorata  Patria, serviamola  uniti  in  un  sol  cuore, senza  distinzione  di  partiti, con  dedizione  assoluta  e  disinteressata, con  ardore  e  zelo  indomiti, con  legittimo  orgoglio di  figli.

Viva  l’Italia

                           
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