Online il nuovo sito de "L'Araldo"
Il Gattopardo: "testamento ideologico" o "vendetta" di un intellettuale illuso?
Stasera, 8 agosto, a S. Margherita consegna del premio a Fleur Jaeggy
Il Gattopardo: "testamento ideologico" o "vendetta" di un intellettuale illuso? admin
admin - sabato, 8 agosto, 2015
Visualizzazioni: 150
News [1238]

Piero Meli

     Nelle sue “Lezioni su Stendhal” Tomasi di Lampedusa si dichiarava convinto assertore del metodo biografico del Saint-Beuve, secondo il quale è nella vita degli scrittori il segreto delle loro opere.  C’é un segreto anche nel “Gattopardo”?

    Nessuno se l’è mai chiesto. Eppure le lettere  a Guido Lajolo e al barone Merlo di Tagliavia dovrebbero far drizzare le orecchie perché in esse Lampedusa  rivela come il suo romanzo sfacciatamente autobiografico (“il protagonista sono, in fondo, io stesso”), ironico e “non privo di cattiveria”, contiene addirittura “ in ogni episodio un senso nascosto”; che molte cose sono soltanto accennate e simboleggiate e che il cane Bendicò  “è quasi la chiave del romanzo”.

     Se c’è una chiave, significa che nel romanzo c’è qualcosa di inespresso, di non scritto che rimanda all’intelligenza del lettore. Il che non dovrebbe affatto stupire. Perché al di là  della smisurata ammirazione per  il genio di Stendhal,  che scriveva per  “the happy few” dotati d’intuito, è a tutti arcinoto che il principe di Lampedusa nutrisse il culto maniacale dell’implicito,delle allusioni, dei sottintesi. È dunque  impensabile che di ciò non abbia lasciato alcuna traccia nel “Gattopardo”. Quale può essere allora il quid  biografico che  spiegherebbe il “Gattopardo”?

    Il romanzo descrive – come dice  lo stesso Lampedusa al barone Merlo di Tagliavia – un nobile siciliano “in un momento di crisi”, affrettandosi però ad aggiungere tra parentesi “ che non è detto sia quella del 1860 soltanto”. Un’aggiunta che decriptata dal consueto linguaggio implicito del principe-scrittore vuol dire che non è  una crisi soltanto storica ma verosimilmente esistenziale al punto da far scivolare il protagonista del romanzo in un pessimismo tragico senza scampo e senza Dio.  “Disagio”, “fantasie”, “mostri”, “depressione” sono le parole che aleggiano  nel “Gattopardo”. Sono questi mostri  “rintanati in zone non coscienti” a far soffrire acutamente Don Fabrizio e che, proprio per la natura  autobiografica dell’opera, portano direttamente all’autore.  Era lui infatti  l’ultimo dei gattopardi al quale era toccato in sorte di assistere all’epilogo della propria casata e alla rovina del patrimonio; una rovina sempre più inarrestabile. Alla fine della guerra s’era difatti scoperto povero, i bombardamenti alleati gli avevano distrutto la casa che amava con “assoluto abbandono”. Qualche volta trovava persino la forza di scherzarci su, come quando  –  così dichiara Gioacchino Lanza in una recente intervista per un quotidiano torinese -  diceva di Palermo: “dove c’è un’altra città con cinque prìncipi mendicanti?”.  Lui era uno dei cinque.

    Vero è che la guerra aveva inferto un colpo non indifferente al suo pur magro patrimonio, ma i suoi guai  così  come il suo disagio avevano origini più lontane,  precisamente da quel bisnonno astronomo, personaggio che si rivelerà cruciale per i destini di casa Lampedusa.  Il vero Gattopardo era infatti morto senza lasciare testamento. Ma, come racconta Gioacchino Lanza, i figli maschi sospettarono subito che la madre  lo avesse fatto sparire per favorire le figlie. Di qui una guerra fratricida per la divisione del patrimonio che sfocerà in interminabili e dispendiose vertenze giudiziarie che si tramanderanno, giungendo fino all’autore del “Gattopardo”. Tant’è che nel primo decennio del Novecento la famiglia dello scrittore  - preziosa è in questo senso la testimonianza di Gioacchino Lanza nel suo libro “I luoghi del Gattopardo” -   aveva definitivamente “ rotto i ponti col mondo bigotto dei Tomasi”. Di quel mondo paterno erano presenti al loro ultimo discendente diretto soprattutto le beghe ereditarie e la decadenza che  lo avevano  afflitto   e lo avevano respinto ai margini della società.

    Tutto ciò lo segnerà profondamente,  provocando in lui un senso di viscerale rifiuto, di astiosa ripulsa del ramo paterno. Ecco la molla segreta del “Gattopardo”: il risentimento  rancoroso dello scrittore nei confronti dei Tomasi, la famiglia del padre. Insomma quel romanzo è il testamento ideologico di Tomasi di Lampedusa. Anzi è qualcosa di più. È la vendetta dell’angelo scacciato dal paradiso, la vendetta di un disilluso intellettuale contro il suo stesso mondo nobiliare dal quale vicende avverse lo hanno fatto precipitare e che per lui è diventato angoscia, tormento esistenziale che assume via via un significato universale per erompere in un disperato grido contro tutto l’ordinamento del creato.

    Questa,  a poco meno di sessant’anni dalla pubblicazione del “Gattopardo”, la nostra clamorosa e rivoluzionaria interpretazione del romanzo in un saggio che apparirà a breve  sulla rivista “Otto/Novecento”.  Di qui il suo irriverente sarcasmo sul bigottismo dei suoi “antenati santi” e del suo stesso ceto nobiliare del quale offre una sprezzante immagine durante il ballo a palazzo Ponteleone.  Bigotta è pure  la moglie del Principone, Maria Stella, buona a farsi una caterva di segni di croce e invocare a letto sacrileghi “Gesummaria” nei momenti di maggiore emozione; bigotte le figlie che sognano un oltretomba identico a questa vita. Ma è nell’ultimo capitolo del romanzo, nella “funebre comicità” delle false reliquie che l’impeto rabbioso, la vis dissolutrice dello scrittore rovescerà con una zampata la sua stessa storia familiare, per secoli faro di luce sul laicato siciliano, svuotandola della sua peculiarità religiosa, mettendone in dubbio addirittura l’autenticità. Dopo la morte del Gattopardo, il disfacimento è completo. Quel mondo di ragnatele e di ricordi risulta ormai estraneo allo scrittore così come diventerà estraneo a Concetta.  Toccherà a lei, nella quale si allunga l’ombra dello scrittore, riconoscere e accettare la fine dei gattopardi, liberandosi una volta per sempre di quell’ “inferno di memorie mummificate”, simboleggiato dalle reliquie e dalla carcassa di Bendicò, ormai senza “valore alcuno”.

    Maggio 1910. Questa la data in epigrafe all’ultimo capitolo. È il 14 maggio, quando il cardinale di Palermo lascia la villa Salina e don Pacchiotti continua l’esame delle reliquie che finirà tre ore dopo. Pesante è il responso. Concetta, affranta, si ritira nella sua stanza. Il sipario sul “Gattopardo” sta per chiudersi. Perché quella data a distanza di ventisette anni dalla morte del Gattopardo? Né basta a giustificarla la ricorrenza del cinquantenario dello sbarco garibaldino che nel capitolo assume un aspetto marginale. Qual è il senso allora di questa data?

    Anche qui c’è un significato nascosto che nessuno ha colto. Sfogliamo i giornali dell’epoca. Una notizia primeggia su tutte. Nel 1910 l’umanità è col fiato sospeso. Si paventa la fine del mondo, prevista per il 19 maggio, quando la terra sarebbe entrata nella lunghissima coda della cometa di Halley. La morte di Edoardo VII,  il 6 di maggio, n’era un inequivocabile presagio. Anche Maria Stella credeva che le comete fossero messaggere di catastrofi. Don Fabrizio, l’astronomo, l’aveva prevista da tempo e ne aveva calcolato la traiettoria. Proprio per l’esattezza dei suoi calcoli sulla “cometa di Huxley”, evidente allusione  alla cometa di Halley, aveva ricevuto una lettera di complimenti di Arago. La cometa di Halley, il cui passaggio sulla terra coincide press’a poco con la definitiva rottura della famiglia dello scrittore  con i Tomasi e con tutti gli altri parenti coi quali aveva litigato per ragioni ereditarie, si collega idealmente – ecco svelato il senso nascosto -  con la catastrofe finale del romanzo e  incarna il “cupio dissolvi” dello scrittore, la segreta voglia di annientamento di tutto, di tutti e di sé stesso.

   “Fine di tutto” è il titolo dato da Lampedusa all’ultimo paragrafo del capitolo ottavo. Concetta è sola nella sua stanza. Non prova alcuna sensazione. Il suo vuoto interiore è assoluto. Soltanto dal mucchietto di pelliccia tarlata “esalava una nebbia di malessere”. Era la carcassa imbalsamata di Bendicò, simbolo d’un mondo che consisteva ormai di pure forme.  Anche Bendicò, come le reliquie, finirà tra le “cose che si scartano, che si vogliono annullare”. Già, “annullare”, ecco la parola giusta che, col suo pregnante significato, rivela l’acrimonia dell’autore e l’ossessiva operazione di rimozione nell’inconscio della “bestiaccia” del Gattopardo.

    Scaraventato dalla finestra, Bendicò  finirà nell’immondizia e con lui l’emblema araldico, la storia familiare, la presunta gloria dei Tomasi. Una scena carica di rabbia, di disperazione, sulla quale cala subito dopo  un’incomparabile calma silenziosa, agognata da sempre: “Poi tutto trovò pace in un mucchietto di polvere livida”.

                           
Articoli Correlati
Per iniziativa dell'Associazione giovanile Atlantide, si svolgerà a S. Margherita il 1° rtorneo "PES 2012". Le iscrizioni sono aperte fino al 4 dicembre. Il torneo.... "Ricordi di luce". Questo il titolo della performance di teatro-danza ispirata al racconto "I ricordi d'infanzia" di Giuseppe Tomasi di Lampedusa che si terrà stasera,.... Anna Di MArco è la seconda classificata del concorso letterario promosso da Sciaccart 2014. L'Araldo, per gentile concessione dell'autrice, pubblica.... Si parlerà di scuola e di teoria del “gender” al primo di una serie di incontri pubblici promossi dall’Associazione “Atlantide” di Santa.... Riceviamo e pubblichiamo Egregio Direttore del mensile l'Araldo Joseph Cacioppo tramite il Suo giornale desidero fortemente ringraziare il Signor Sindaco di Santa Margherita....