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Al circolo margheritese di New York si parla di letteratura
Al circolo margheritese di New York si parla di letteratura admin
admin - lunedì, 22 giugno, 2015
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“Non dobbiamo mai dimenticare dove siamo nati, dove ci siamo formati come uomini e cittadini”.

Con queste parole Liborio Montalbano, sambucese in visita al Circolo Margheritese di New York, ha abbracciato la comunità italo-americana.

“La comunità margheritese di New York, - ha detto Montalbano - è famosa anche per avere dato i natali a decine di giudici, avvocati, medici e professionisti di ogni genere. Il Circolo Margheritese è una delle più rispettate e valide associazioni di New York”.

Una visita, uno scambio di doni ed un discorso che si è trasformato in un evento letterario,

“Quando ho organizzato il viaggio in America per partecipare al Columbus Day - ha detto Montalbano - una delle cose che mi sono chiesto, era quella di cosa portare in dono al Circolo Margheritese?

Ho pensato a pergamene, a targhe, ad altro. I soliti doni, che comunque ho fatto. Ho riflettuto però, che la cosa più significativa che  potevo portare in dono, forse potevano essere delle emozioni. Certamente senza alcun valore economico, ma di certo importanti per chi come loro, emigrati dalla lontana Sicilia, sono legati alla tradizione ed alla nostra terra, forse anche più di noi stessi.  Ho deciso quindi di donare il libro “Camicette bianche - Oltre l’8 marzo”, di Ester Rizzo (Navarra Editore)”.

E così l’incontro tra il rappresentante di un sodalizio sambucese ed il Circolo Margheritese è stata l’occasione per ripercorrere la storia dell’emigrazione e per fare il punto sulla ricorrenza della “giornata della donna”.

“Quelle del libro sono pagine commoventi di una storia che ci appartiene - ha chiarito Liborio Montalbano ai soci del Circolo - fatta di sofferenze e umiliazioni nella ricorrente ricerca di una vita migliore, ieri come oggi. Un invito  a recuperare la memoria di chi come voi, come Circolo Margheritese, di certo nei primi del ‘900 avrete vissuto sulla vostra pelle.

Le origini  della Giornata Internazionale della donna sono controverse e per tanti anni si è attribuita la ricorrenza ad un incendio scoppiato nel 1908 nella fabbrica “Cotton” di New York dove il proprietario, Mr. Johnson, avrebbe rinchiuso più di cento operaie che morirono bruciate. Oggi è stato provato che non è mai esistita né la fabbrica né di conseguenza quell’incendio.

L’8 marzo è in realtà una data convenzionale che ricorda vari eventi tutti collegati alle lotte per l’emancipazione delle donne e per l’acquisizione dei loro diritti di lavoratrici in varie parti del mondo, dagli Stati Uniti alla Russia, all’incirca dal 1907 in poi.

Tra questi eventi, vera e documentata è la storia che questo libro racconta. Il 25 marzo 1911 centoventisei operaie rimasero uccise nell’incendio della Triangle Waist di New York, la “fabbrica delle camicette bianche”. Trentotto italiane (di cui ventiquattro di origine siciliana), ottantotto tra russe, americane, ungheresi e austriache. Delle americane dieci erano figlie di emigrati italiani. A titolo di cronaca delle siciliane due erano originarie del mio paese. Erano di Sambuca di Sicilia le sorelle Rosa Bona Bassino e Caterina Bona Giannattasio, rispettivamente nata il 19 giugno 1877 ed il 10 gennaio 1879. Erano inoltre, di Licata, di Marsala, di Casteldaccia, di Marineo, di Bisacquino, di Sciacca, di Salemi, di Celda, di Mazara del Vallo, di Noto, di Cerami, di Enna e di Palermo.

Vite che per decine e decine di anni sono rimaste nell’oblio, alcune addirittura non identificate e riunite in un unico monumento funebre: un bassorilievo raffigurante una donna inginocchiata con il capo chino.

Per alcune delle ragazze decedute nell’incendio del 1911, solo negli ultimi anni e dopo innumerevoli ricerche si è potuto dare una identità e un luogo di nascita. Alcune avevano soltanto tredici o quattordici anni. Quella mattina erano entrate in fabbrica più di cinquecento donne, ognuna si era seduta al proprio posto di lavoro lungo la fila di macchine da cucire e a terra ancora giacevano gli scarti di tessuto e di cotone. Era sabato e mancava poco al termine della giornata di lavoro, quando all’ottavo piano si sentì odore di bruciato. Diciotto minuti dopo si sarebbero contate solo le vittime.

L’Asch Building è ancora lì, all’angolo di Washington Place e Green Street, ed è oggi la sede della Facoltà di Scienze della N.Y. University.

Il 25 marzo di ogni anno i discendenti delle vittime e i rappresentanti sindacali sfilano in corteo, ognuno ha con sé una canna di bambù a cui è attaccata una shirtwaist con il nome di una vittima.

Delle siciliane, 3 erano di Marsala: Caterina, Rosaria e Lucia Maltese. Madre e figlie, abitavano sulla Second Avenue nel Greenwich.

Quando scoppiò l’incendio si trovavano all’ottavo piano. Caterina aveva quaranta anni, Lucia venti e Rosaria quattordici. I discendenti della famiglia Maltese risiedono tutt’oggi a New York. Un nipote, Serphin, figlio di Paolo, è stato senatore dello Stato di New York in rappresentanza del Queens, mentre l’altro, Vincent, è Presidente della “Triangle Shirtwaist Fire Memorial Society” che ha proprio il fine di alimentare il ricordo delle vittime e di mantenere viva la memoria.

Comunque queste donne non morirono invano. Il 14 ottobre 1911 venne istituita la “Società Americana degli Ingegneri per la Sicurezza”.

Nei quattro anni successivi si approvarono otto nuove leggi che furono inserite nel codice del lavoro, poi altre venticinque ed infine altre tre nel 1914: leggi che finalmente obbligarono i proprietari a realizzare nei luoghi di lavoro idonee entrate ed uscite dagli edifici, a dotare le strutture lavorative di estintori, sistemi di allarme e spruzzatori automatici. Inoltre tali leggi stabilirono orari limitati di lavoro per donne e bambini.”    s.p.

                           
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