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Chi è il fratello più famoso di Gesù? E perchè il cristianesimo è nato a Roma? Scalfari su L'Espresso stimola la curiosità ad approfondire
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admin - martedì, 16 giugno, 2015
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Tratto dalla rubrica "Il vetro soffiato" che Eugenio Scalfari tiene su L'Espresso (n. 21 del 28.05.2015).

 

Sto scrivendo un libro e l'ultimo capitolo sarà dedicato al rapporto tra la specie umana (la nostra) e la divinità, come quel rapporto si sia evoluto e come è ai tempi nostri. Naturalmente il cristianesimo è parte rilevante di questo tema e sarà esaminato con la dovuta attenzione.

Do questa notizia per spiegare che ho letto con interesse il confronto tra lo scrittore italiano Sandro Veronesi e quello francese Emmanuel Carrère, pubblicato da "La Lettura" di questa settimana.

Non sapevo che Veronesi si occupasse anche dei Vangeli mentre conosco bene gli scritti di Carrère su quel tema e in particolare il suo recente saggio-romanzo intitolato "li Regno" (Adelphi editore).

Veronesi è particolarmente affezionato al Vangelo di Marco (al centro del suo ultimo libro "Non dirlo", Bompiani), che è cronologicamente il primo dei quattro Vangeli sinottici. La sua tesi vede in quel testo un proposito in qualche modo politico: Marco scriveva soprattutto per creare un'opinione filo-cristiana nella società di Roma. Per raggiungere quest'intento omise (secondo Veronesi) una serie di notizie come per esempio il "Discorso della Montagna" e altre consimili che avrebbero turbato i romani: la propensione di Cristo verso i poveri, i deboli, gli esclusi piuttosto che i ricchi e i potenti; il precetto di amare il prossimo per amare Dio e anche.la condanna della violenza ("se ti danno uno schiaffo porgi l'altra guancia"). Marco avrebbe avuto come sua prima fonte Pietro, ma il suo primo "romanzo" avrebbe avuto come principale finalità quella di conquistare i "Gentili" come Paolo chiama tutti quei popoli che non hanno religione ebraica.

Carrère, nel dibattito di cui stiamo parlando, trova interessante la tesi di Veronesi, ma con qualche scetticismo circa la sua fondatezza. A lui piacciono di più i testi di Matteo e di Luca, gli sembrano letterariamente molto più affascinanti e romanzeschi, parlano della nascita di Gesù, della sua discendenza dalla tribù di Davide, della fuga in Egitto, della strage degli innocenti effettuata per ordine di Erode e anche dei rapporti tra il Battista e Gesù. Insomma li giudica meglio riusciti come romanzi.

Nessuno dei due tuttavia dice una sola parola sul quarto Vangelo, quello di Giovanni, che secondo la dottrina cattolica sarebbe stato scritto dal più giovane degli apostoli, mentre secondo alcuni studiosi sarebbe un Giovanni evangelista ma non apostolo.

Quale che sia la verità sull'autore, quel Vangelo ha comunque notevoli somiglianze con quello di Marco: non parla affatto della nascita del Signore né della sua fuga. Comincia addirittura con una metrica poetica anziché romanzesca: «In principio era il Verbo/ e il Verbo era presso Dio/anzi il Verbo era Dio». E così prosegue con una scansione metrica particolarmente affascinante.

Ma c'è un'altra lacuna che salta agli occhi leggendo il dibattito tra Carrère e Veronesi: non si parla affatto di Paolo di Tarso, il quale di fatto si autonominò come apostolo, il quattordicesimo se si conta anche Giuda Iscariota. Ma a differenza di tutti gli altri l'apostolo Paolo non conobbe mai Gesù e mai lo vide. Eppure fu quello che dettò legge su tutti gli altri, a cominciare da Pietro, al quale secondo i Vangeli Cristo aveva affidato la Chiesa.

Quella designazione fu da tutti rispettata, ciononostante la prima polemica di Paolo avvenne proprio con Pietro che guidava la comunità ebraico-cristiana di Gerusalemme assistito da Giacomo, che sarebbe stato uno dei fratelli di Gesù, figlio di Maria e di Giuseppe.

Pietro e Giacomo concepivano la comunità cristiana di Gerusalemme come una delle varie "letture" dell'ebraismo.

C'erano, prima ancora che Gesù nascesse, gli esseni, gli zeloti, i farisei, i seguaci del Battista ed altri ancora, e c'era il Sinedrio, gli amministratori del Tempio e depositari delle Scritture e della Legge.

Il cristianesimo era visto da Pietro e Giacomo come una delle varie sette, innestata come le altre sul robusto tronco della tradizione mosaica e del racconto biblico su Abramo e la sua discendenza.

Fino a quando arrivò Paolo.

La sua polemica con Pietro fu proprio su quel punto: secondo Paolo il cristianesimo era una religione del tutto diversa dall'ebraismo e doveva essere predicata e diffusa tra i "Gentili", cioè i pagani, a Roma, in Egitto, in Grecia, nelle città greche della costa anatolica. Insomma in tutto il mondo del quale Roma era la capitale.

1lietro accettò, uscì dall'ebraismo ed anche da Gerusalemme, fondò anche lui come Paolo comunità nel Medio Oriente e sulla costa africana; arrivò a Roma come Paolo e lì, come Paolo ma in anni diversi, fu giustiziato.

Da allora il vero fondatore del Cristianesimo è stato considerato Paolo. E lo fu.

Di Gesù di Nazareth non si sa assolutamente nulla, nulla lasciò, nessuna eredità fisicamente percepibile, salvo i racconti alquanto diversi l'uno dall'altro di alcuni suoi discepoli e i romanzi degli evangelisti.

Carrère del resto lo scrive nel suo "Regno" e proprio per questo, dopo tre anni di intensa fede, è diventato scettico o addirittura ateo.


                           
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