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Hiram, il "Cristo risorto" dei "Figli della Vedova"
Hiram, il "Cristo risorto" dei "Figli della Vedova"
Hiram, il "Cristo risorto" dei "Figli della Vedova" admin
admin - mercoledì, 21 gennaio, 2015
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Cultura&Turismo [65]

La raccolta di leggende fondamentali per la massoneria - compresa la costruzione del Tempio di Salomone - deriva in sostanza da materiale del Vecchio Testamento.

Una delle più importanti è rappresentata dall’omicidio di Hiram Abiff, legato alla costruzione del Tempio di Salomone.

Hiram Abiff fu mandato, come capomastro (oggi diremmo architetto) da re Salomone per edificare il Tempio.

Hiram era figlio di una vedova, da qui la definizione di “figli della vedova” attribuita ai massoni.

L’immensa forza lavoro impegnata nella costruzione del Tempio, consisteva principalmente di schiavi, ma nel rituale massonico alcuni costruttori sono rappresentati come uomini liberi, o “liberi muratori”. Maestranze organizzate in tre gradi: apprendisti, compagni e maestri. Essendo numerosi, Hiram non può conoscerli tutti e così ad ogni grado viene assegnata la propria parola d’ordine.

Agli apprendisti viene assegnata la parola “Boaz”, dal nome di uno dei due immensi pilastri o colonne di bronzo che sostengono il portico del Tempio. Ai compagni viene assegnata la parola “Jachin”, dal nome del secondo pilastro o colonna. Ai maestri, almeno inizialmente, viene assegnato il nome “Geova”.

Ognuna di queste tre parole è anche accompagnata da un particolare “segno” o posizione delle mani e da una particolare “presa” o stretta di mano.

Quando vengono distribuite le paghe, ciascun operaio si presenta a Hiram, pronuncia la parola insieme al segno e alla stretta appropriati al suo rango e riceve il giusto salario.

Un giorno, mentre Hiram prega nel recinto del suo edificio quasi terminato, è avvicinato da tre furfanti - compagni, secondo alcuni resoconti, apprendisti secondo altri - che sperano di ottenere i segreti di un livello superiore a cui non hanno ancora diritto. Hiram è entrato dalla porta ovest e i furfanti gli bloccano l’uscita e pretendono da lui la parola segreta, il segno e la stretta riservati a un maestro. Quando lui rifiuta di rivelare l’informazione desiderata, lo assalgono.

I resoconti non sono concordi su quale colpo egli riceva, davanti a quale porta e quale attrezzo infligga quale ferita. Per quel che qui interessa, basti sapere che riceve tre colpi. Viene colpito al capo con una mazza o un martello. Viene colpito su una tempia con una livella e sull’altra con un piombino.

Storicamente, i resoconti variano anche sulla successione di queste ferite: quale segna l’inizio dell’attacco e quale costituisce il colpo di grazia. La prima ferita gli viene inferta alla porta nord o sud.

Versando sangue, che lascia una ben visibile traccia sul pavimento, Hiram va barcollando da un’uscita all’altra, ricevendo ogni volta un nuovo colpo. In tutti i resoconti muore alla porta est. È qui che, in una loggia moderna, sta il Maestro quando officia e qui, naturalmente, è sempre situato l’altare di una chiesa.

Mortificati da quello che hanno fatto, i tre furfanti si affrettano a nascondere il corpo del Maestro.

Secondo quasi tutti i resoconti, viene nascosto su un vicino pendio di montagna, sepolto sotto un cumulo di terra smossa.

Un ramoscello di acacia (la pianta sacra per la Massoneria) viene sradicato da una macchia adiacente e piantato sulla tomba per dare l’impressione che il terreno sia intatto. Ma sette giorni dopo, quando nove maestri in sottordine a Hiram si mettono a cercarlo, uno di loro si arrampica sul pendio e cercando un appiglio, si aggrappa al ramoscello di acacia che gli rimane in mano. Questo porta, naturalmente, alla scoperta del corpo dell’uomo assassinato.

Rendendosi conto di ciò che è accaduto e temendo che Hiram abbia rivelato la parola del maestro prima di morire, i nove decidono di cambiarla e stabiliscono di comune accordo che la nuova parola consisterà in quello che scapperà detto a uno qualsiasi di loro nel dissotterrare il corpo.

Quando la mano di Hiram viene afferrata per le dita e il polso, la pelle putrefatta scivola via come un guanto. Uno dei maestri esclama “Machenae!“ (o una delle numerose varianti) che, in un linguaggio imprecisato, starebbe a significare “La carne si stacca dalle ossa” o “Il cadavere è putrefatto”, o semplicemente ‘La morte di un costruttore”.

Questa diventa la nuova parola del maestro.

Successivamente, i tre furfanti vengono scoperti e puniti. Il corpo di Hiram, esumato, viene riseppellito con grande cerimonia nel recinto del Tempio e tutti i maestri indossano grembiule e guanti di pelle bianca per mostrare che nessuno di loro si è macchiato le mani con il sangue del morto.

Durante gli oltre 250 anni, versioni alternative della storia hanno variato leggermente nella sequenza degli eventi o in alcuni dettagli specifici. Vi sono anche variazioni nel presunto comportamento di Salomone durante l’intera vicenda. A volte il suo ruolo è molto enfatizzato; altre volte e minimizzato. Ma nei punti essenziali, tutte le versioni della leggenda sono conformi allo schema tracciato sopra.

Che cosa si celi dietro il racconto è un’altra questione che esula dall’ambito di questo intervento e riguarda più propriamente lo studio dell’antropologia, della mitologia comparata e dell’ origine delle religioni. Sulla scia del lavoro pionieristico di sir James Frazer in “The Golden Bough” (Il ramo d’oro), i commentari hanno proliferato.

La leggenda vuole altresì che Hiram sia risorto.

Alcuni studiosi, così come certi scrittori massonici, hanno sostenuto che tutta la storia di Hiram (al pari di molti altri racconti nell’antico mito e, quanto a quello, anche nella Bibbia) era una deliberata distorsione, un velo destinato a mascherare uno dei rituali più arcaici e diffusi: quello del sacrificio umano.

Non era sicuramente insolito, nel Medio Oriente dell’epoca biblica, consacrare un edificio con un cadavere sacro: un bambino, una vergine, un re o qualche altro personaggio di sangue reale, un sacerdote, una sacerdotessa, un costruttore.

La tomba e il santuario erano spesso una cosa sola. In epoche successive, la vittima era già morta o veniva rimpiazzata con un animale; ma all’inizio un essere umano veniva spesso ucciso deliberatamente, sacrificato mel corso di una cerimonia rituale per santificare un sito con il di lei o di lui sangue.

La storia di Abramo e Isacco è soltanto una delle numerose indicazioni che gli antichi israeliti approvavano simili pratiche. E in verità, residui di quella tradizione persisterono a lungo in epoca cristiana, quando le chiese venivano spesso costruite sui luoghi di sepoltura dei santi, o i santi venivano sepolti, se non addirittura uccisi.

                           
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