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S. Margherita: la vera storia della Matrice
S. Margherita: la vera storia della Matrice
S. Margherita: la vera storia della Matrice admin
admin - giovedì, 26 gennaio, 2012
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Cultura&Turismo [65]

di Ignazio Sciara
La storia del paese del Cafè House è stata scritta dal barone Bartolomeo Giacone, con il libro del Castello Arabo Manzil Sindi ovvero Santa Margherita Belice. Altri storici locali, come Di Giuseppe e Scuderi, hanno ampliato con altre notizie la conoscenza del passato di Santa Margherita di Belice. 
Iniziative lodevoli ed indispensabili per comprendere come è nato e si è sviluppato il centro belicino. Tutto quello che oggi si sa è riconducibile al lavoro di questi grandi studiosi di storia locale. A chi vuole portare il proprio contributo non resta che approfondire o aggiungere qualche dettaglio, ovvero precisare qualche inesattezza contenuta nella notevole ricerca storica già pubblicata. E’ il caso che riguarda alcune notizie sulla chiesa Madre. 
Bartolomeo Giacone scrivendo sull’esistenza del principe Cutò, Alessandro Filangeri, riferisce che : …volle chiudere la vita col sacerdozio e fattosi prete … morì nel 1717, e fu sepolto in quel medesimo Duomo, che egli, nei migliori suoi anni e con grande pietà, aveva edificato, dedicandolo alla vergine Santa Rosalia. Altra notizia riportata da Di Giuseppe, e ripresa da Salvatore Scuderi, in merito al trasferimento del Crocifisso da Adragna a Santa Margherita, riferisce che: con atto del 1654, il sac. Giovanni di Giuseppe, acquistò una casa con terreno annesso, sita nel quartiere Maria SS. Del Rosario, accanto alla chiesa di San Nicolò. Il Giacone non la cita, ma il fatto che esistesse nel 1654 ed era intestata a San Nicolò … fa supporre che sia stata costruita per ospitare il simulacro portato da Adragna. Tale chiesa era, dato che non esisteva la chiesa Madre, la più prossima al palazzo baronale, quindi sino ai primi del 1700, sarà servita da cappella dei baroni. 
Tale ipotesi non convince, poiché accanto al palazzo baronale era esistente la chiesa Maria SS. del Rosario che gli storici locali non hanno mai citato e considerato. 
Le chiese: Madonna del Rosario, Sant’Antonio Abate, Santa Margarita e Santa Caterina di Belik, furono costruite probabilmente intorno al 1150, nel periodo normanno, quando sul territorio Misilindino abitavano, ancora, una moltitudine di arabi. La baronessa Isabella Corbera, nel 1622, quando fece richiesta di trasferimento del Crocifisso da Adragna a Santa Margherita, lo sistemò, nella loro chiesa baronale, poiché era esistente e non in quella di San Nicolò, come riferito da Scuderi. 
Esiste nell’archivio storico, della diocesi d’Agrigento, un documento redatto il 22 agosto 1669 in cui, don Giuseppe Carcara, per incarico del Vescovo, visitò la chiesetta Madonna del Rosario. Nella descrizione della piccola chiesa, il Crocifisso è posto nell’altare laterale. Alla fine del documento, si legge ancora: non vi sono obblighi di messa, ma solo una al giorno a discrezione del Principe. 
Questo dimostra l’esistenza e l’appartenenza della chiesetta, al loro casato baronale. Pochi anni dopo, da un’altra visita pastorale, compiuta il 18 aprile 1678, la chiesa Madonna del Rosario non viene più citata, poiché era stata demolita dal principe Alessandro Filangeri, per costruirla più grande, con la funzione di chiesa Madre, titolata come la precedente a Maria SS del Rosario e non Santa Rosalia. 
Lo storico Bartolomeo Giacone, quando scrive che la chiesa fu dedicata a Santa Rosalia, lo afferma in modo improprio. Effettivamente, la statua di Santa Rosalia dominava sul prospetto principale, sopra il timpano triangolare, dove c’era scritto “Protegens et Liberans”, perché ritenuta la Patrona del paese. Il 13 ottobre 1734, in un’altra visita pastorale del vescovo d’Agrigento, Florentius Gioeni, così scrive: Accedent Matricem sotto il titolo del Rosario.  
Alla luce delle superiori precisazioni sarebbe opportuno rivedere la stampa di nuove pubblicazioni e manifesti, nonchè di tenerne conto in fase di realizzazione della segnaletica turistica (come auspicato da L’Araldo).
L’esortazione non vuole essere polemica ma nasce dalla constatazione che, ancor oggi, su un manifesto posto all’entrata dell’ex chiesa Madre (oggi Museo della Memoria), c’è la foto della facciata con la scritta impropria: Chiesa di Santa Rosalia. Gli autori, involontariamente, sono incorsi in un errore, ovvero hanno dato una interpretazione superficiale dello scritto di Bartolomeo Giacone. 
Un’altra imprecisazione la si ritrova nel libro “Zabut notizie storiche” dello storico Giuseppe Giacone, di Sambuca di Sicilia, poi ripresa da Scuderi e da altri, e riguarda l’autorizzazione - del trasferimento del miraculusu simulacru del SS. Crucifissu, da Adragna a Santa Margherita - datata 5 gennaio 1622, ed attribuita al vescovo d’Agrigento mons. Pietro D’Aragona e Tagliavia.  
Questo documento non si riesce a trovarlo, ma c’è da dire che il vescovo citato, a quella data, era già morto da sessantaquattro anni, vale a dire nel 1558. All’atto del trasferimento, avvenuto nel 1622, era vescovo Vincenzo Bonincontro. 
Gli studiosi della storia locale e gli operatori culturali, oltre a approfondire quanto già scritto, dovrebbero adoperarsi per sfruttare le potenzialità turistico-culturali dell’ex chiesa Madre, titolata Maria SS del Rosario, oggi Museo della Memoria. 
In tale ottica potrebbero essere esposte quelle opere d’arti del passato che nostri cittadini o Enti, detengono in affidamento. Tra queste vi è, sicuramente, il Crocifisso del 1700, (vedi foto), proveniente dal convento dei Padri Riformati, costruito da Alessandro Filangeri, negli stessi anni in cui edificò la chiesa Madre. 

                           
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