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La colonna Orsini, che favorì l'impresa di Garibaldi, passò per Sambuca di Sicilia
La colonna Orsini, che favorì l'impresa di Garibaldi, passò per Sambuca di Sicilia
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admin - martedì, 18 ottobre, 2011
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Cultura&Turismo [65]

di Michele Vaccaro
Pochi conoscono le vicissitudini che portarono da Marineo a Sambuca la colonna guidata da Vincenzo Giordano Orsini, alla quale tuttora la storiografia egemone, spesso superficiale e iniqua, non ha reso i giusti meriti. 
Tutto partì dal momento in cui Garibaldi si trovava a Piana, dove si era reso conto, nonostante la magnanima azione dei picciotti, anch’essi bistrattati dalla critica ufficiale, che non poteva attaccare frontalmente Palermo, cosciente del fatto che anche i borbonici non potevano tentare nulla di decisivo contro di lui, anche se le truppe fossero state in grado di farlo, poiché sarebbe stato rischioso allontanare qualche migliaio di soldati dalla capitale. 
Ma la città doveva essere attaccata: la sua conquista avrebbe significato la fine del dominio napoletano nella Sicilia. Fu così che ordinò al colonnello Orsini di portarsi a Corleone, per difendere e fortificare quel comune. 
Francesco Crispi, che conosceva bene quelle zone, aveva invece optato per Giuliana, paesino posto a circa 700 metri di altezza e, perciò, più facilmente difendibile nel caso di un attacco nemico. 
Il colonnello dell’artiglieria si mostrò riluttante: l’impresa era rischiosissima! Alla fine, però, dovette cedere. Si era al tramonto del 25 maggio 1860. E mentre Garibaldi deviava per la trazzera di Marineo, l’Orsini prendeva la via di Corleone, scortato dai marinari cannonieri e da pochi filibustieri che componevano il corpo del genio. La sua colonna era composta in tutto da un centinaio di uomini, molti dei quali, feriti, non erano più in grado di combattere; trentadue erano i carri, cinque i cannoni, venti appena i fucili. 
Probabilmente, e su questo ancora si discute, il colonnello svizzero Luca von Mechel, che insieme al maggiore Ferdinando Beneventano del Bosco guidava le truppe borboniche in quel teatro di guerra, pensò che dov’erano i cannoni fosse pure il comando, che fuggiva, incalzato senza tregua, verso Sciacca, giudicando persa la partita; forse credette che a Marineo fossero andati solamente le squadre dei picciotti. Cosa, questa, molto verosimile e logica, confermata anche dal fatto che l’ufficiale svizzero informò i superiori di Palermo che le squadre avevano abbandonato Garibaldi. 
Secondo alcuni storici, e questa è l’ipotesi meno probabile, von Mechel aveva intuito i piani del duce dei Mille, ma non se n’era preoccupato: i garibaldini sarebbero stati stritolati dai ventimila napoletani che presiedevano la capitale, mentre lui avrebbe potuto appropriarsi agevolmente dei cannoni e degli altri pezzi dell’artiglieria dell’Orsini. Una cosa sola è sicura: quattro sceltissimi battaglioni e due tra i più preparati ed energici ufficiali regi, il von Mechel e il Bosco, furono sottratti alla lotta nel momento cruciale. 
L’Orsini, invece, grazie alla sua abilità e al favore della sera, ebbe il merito di aver portato lontano da Garibaldi più di quattromila soldati di Francesco II e di aver diminuito la vigilanza di chi restò. Permise, insomma, che quel movimento strategico, progettato o no, si concretasse, che si realizzasse quella che è passata alla storia come la “beffa” o “diversione di Corleone”, variamente compresa e giudicata in sede militare e storiografica. 
Ma davvero l’“Eroe dei due mondi” aveva pensato d’ingannare i nemici o voleva solo liberarsi degli impedimenti per poter marciare più rapidamente su Marineo, Misilmeri e, poi, su Palermo? Molti studiosi hanno sostenuto, e sostengono, che Garibaldi tese consapevolmente la trappola al von Mechel; altri, invece, lo hanno recisamente negato: l’inganno, a nostro parere, appare poco probabile. 
Come dire: la beffa ci fu, ma la volle il colonnello borbonico di testa sua. Né nei documenti di quei caotici giorni né nelle istruzioni date all’Orsini, in effetti, si faceva esplicitamente cenno a quella finzione di fuga, la quale, agli occhi del nemico, doveva apparire disastrosa. 
Si, è vero, Garibaldi ne accennava nelle sue “Memorie”, ma queste furono scritte qualche anno dopo, con il senno del poi insomma, che, secondo il Blok, è sempre una scienza esatta. Non c’è nulla che faccia supporre che il dittatore prevedesse nel von Mechel tanta cocciutaggine e superficialità nell’inseguire l’Orsini. 
L’unico movente della decisione presa dallo stato maggiore delle camicie rosse, o almeno quello più logico, dovette essere quello di liberarsi di ciò che fosse di ostacolo per rendere più celere la marcia se si fosse presentata l’occasione di assalire Palermo, o, se le cose si fossero messe male, per un’eventuale veloce ritirata o verso l’interno dell’isola o verso le squadre del La Masa. 
Dunque, se la diversione riuscì fu merito di Garibaldi o demerito del von Mechel? Difficile, se non impossibile rispondere. 
A Corleone l’Orsini ricevette aiuti da parte della popolazione meno reazionaria, ma, incalzato dai soldati regi, fu costretto a puntare più a sud, verso Campofiorito, i cui abitanti, al passaggio dei rivoluzionari, per paura, si rintanarono nelle loro modeste abitazioni. Pressoché la stessa cosa accadde a Bisacquino. Timida fu l’accoglienza del comitato di Chiusa. Il povero Orsini puntò allora su Giuliana, seguendo le indicazioni del Crispi. 
La ritirata, che doveva essere soltanto strategica, andava assumendo l’aspetto di una fuga, non più simulata ma vera. La strada verso Giuliana era così tortuosa e impercorribile che i garibaldini dovettero portare i cannoni a braccia. Non incontrarono un uomo, un animale da tiro, qualcuno che li aiutasse. Informato che la cavalleria nemica era sul punto di raggiungerlo, l’Orsini si decise a  inutilizzare i cannoni e a bruciare gli affusti. 
I giulianesi, suggestionati dal clero locale di chiara ascendenza filoborbonica, si rifiutarono di aiutare i rivoluzionari, sebbene fossero stati offerti cinque once per il trasporto di ogni cannone. Si creò un clima di grande tensione, e il colonnello garibaldino, dopo aver minacciato vendette, ordinò ai suoi uomini di stracciare le camicie che indossavano, le bandiere tricolori e di riprendere il cammino. 
Subentrò una fase di oscuramento, anche perché si era superata la meta fissata.
Affamati, arsi dalla sete, quasi senza vestiti e con le scarpe consumate, i componenti la colonna errarono per alcune ore come pecore disperse. Qualcuno, vedendo quegli sbandati, fu assalito dal timore che potesse trattarsi della famigerata banda di Santo Meli. 
Ma quando si diffuse la notizia che si trattava di garibaldini inseguiti dalle truppe borboniche, una staffetta di ardimentosi sambucesi raggiunse l’Orsini per offrirgli la più cordiale ospitalità. Erano le cinque pomeridiane del 28 maggio. L’ufficiale dell’artiglieria rifiutò l’invito, preferendo sostare in una masseria detta “Sommacco”. Fu qui che arrivò la notizia tanto attesa: Garibaldi era entrato a Palermo. 
Il secondo invito del governo provvisorio zabuteo, presieduto dallo scrittore Vincenzo Navarro, stavolta fu accettato. Dopo una notte di meritato riposo, i garibaldini marciarono all’alba verso Sambuca. 
Accolti trionfalmente dalla popolazione, vennero ospitati nelle case delle migliori famiglie e negli ampi locali dell’Ospedale “Caruso”, allora chiuso all’utenza. I sambucesi in quei frangenti rischiarono molto poiché i Borboni non perdonavano, ma perseverarono nello sprezzare il pericolo e si misero in corrispondenza con i campi di Salemi e di Gibilrossa, dove avevano già inviato alcuni patrioti. Una nobile gara s’instaurò tra i cittadini per rivestire, rincalzare, provvedere di cibo e quanto occorreva a quegli eroi. 
Con il trionfale ingresso di Garibaldi a Palermo, la scena cambiava: gli abitanti di Giuliana fecero sapere all’Orsini che erano disposti a rendere le armi, le munizioni e tutto quello che erano riusciti a rubare alla colonna; inoltre, volevano premurarsi di recuperare i cannoni e rifare gli affusti. Attestati di stima giungevano anche da Chiusa, Bisacquino, Campofiorito: tutti ora erano pronti ad accogliere i vincitori e ad abbattere gli stemmi dei Borboni. 
Rifatti gli affusti ai cannoni, riparati i carri, riforniti di vestiti e di vettovaglie, di cinquantanove onze (seicento ne furono spesi per mantenere e rifornire la colonna), di dodici muli da basto e due da sella, all’alba del 1° giugno i garibaldini poterono mettersi in marcia. Tredici zabutei si aggregarono alla colonna: alcuni di loro avrebbero partecipato, più tardi, allo sbarco in Calabria. 
A Bisacquino l’ufficiale garibaldino ringraziò pubblicamente e solennemente i cittadini zabutei e il comitato presieduto da Navarro. Il 6 giugno la colonna entrava a Palermo, chiudendo la sua gloriosa e faticosa marcia. 
L’impresa affidata all’Orsini, esaltata da un intellettuale acuto come Leonardo Sciascia o da storici come Carlo Agrati e Giacomo Oddo, non va sottovalutata. Non si trattò di un’operazione militare di secondaria importanza, ma fu fondamentale per l’entrata di Garibaldi a Palermo: pochissimi, a Marineo, pensavano potesse farcela. E’ vero, la storia non ammette i “ma” e i “se”; ma cosa sarebbe successo se il von Mechel avesse “acciuffato” subito il colonnello palermitano e fosse tornato celermente indietro? 
Forse leggeremmo pagine di storia dal contenuto diverso. Ecco perché bisogna riconoscere i giusti meriti alla colonna e al suo comandante; ecco perché occorre sottolineare l’efficace azione dei patriottici cittadini di Sambuca, i quali sfidarono l’ira borbonica. Cosa, questa, non da poco e non da tutti. 

                           
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