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Erotismo e amore, questo il tema del Caffè letterario di domenica 28 dicembre, ore 17,30 che si terrà presso il Circolo dei Maestri di
Erotismo e amore, questo il tema del Caffè letterario di domenica 28 dicembre, ore 17,30 che si terrà presso il Circolo dei Maestri di Santa Margherita di Belice
Erotismo e amore, questo il tema del Caffè letterario di domenica 28 dicembre, ore 17,30 che si terrà presso il Circolo dei Maestri di admin
admin - sabato, 27 dicembre, 2014
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di Joseph Cacioppo

Iniziando a leggere "Storia vera di un amore inventato" di Katia Regina (Libridine Edizioni), pensi subito che da un momento all'altro spunti fuori il nome di Franco Califano, l'autore di "se voglio un corpo e un po' d'affetto, faccio un giro cerco un letto e una donna che ci sta", o qualche accenno al film "Nove settimane e mezzo".

Il dubbio che subito ti sovviene, infatti, è se il romanzo "Storia vera di una amore inventato" sia da inquadrare come letteratura erotica (genere caro a Vargas Llosa, premio G. Tomasi di Lampedusa 2013) o nel genere romantico.

Man mano che vai avanti nella lettura, "inciampi" in Roberto Vecchioni, Gino Paoli, Fabrizio de Andrè, Eugenio Finardi, Franco Battiato. Ma di Franco Califano non c'è traccia.

Piccolo particolare che è più di un segnale sulla scelta – operata dall'autrice Katia Regina -  nell'eterno dilemma tra "vita etica" e "vita estetica" (magistralmente descritto da Kierkegaard nel suo "Aut-Aut).

Eppure le varie disquisizioni di Hubert (uno dei due coprotagonista) sui genitali maschili e femminili, sui confronti tra i suoi attributi e quelli degli eroi della mitologia greca – malgrado la sua età matura, anagrafica ed intellettuale – potrebbero indurre il lettore a vedere, nel romanzo di Katia Regina, un opera di erotismo.

A sparigliare le carte, però, a metà dell'opera arriva una frase che rende più intrigante la lettura: "Voglio amarti nella distanza e nell'attesa, nell'intensità della presenza che non si fa corrompere dal tempo e dalle abitudini. Le tue paure sono in fondo anche le mie, pur non avendo io una serenità da barattare".

Ed ecco quindi che ritorna il dilemma: "le abitudini e la serenità da barattare", tipiche della "vita etica" contrapposte alle "paure" che potrebbero derivare da una "vita estetica".

I richiami letterali, poetici, artistici e musicali, sono disseminati in tutto il libro. C'è perfino la descrizione di una scena che rimanda al film "Nove settimane e mezzo": una scena di passione consumata in un ripostiglio del teatro Massimo, quando Cecilia ed Hubert si isolano dal gruppo di visitatori in cui si erano intrufolati.

L'erotismo si coglie a piene mani nel libro di Katia Regina. La descrizione delle scene di sesso non scadono mai nella volgarità, si fermano allo stato dell'erotismo.

Ed in questo gioco erotico a lui, a Hubert, nel romanzo, è stata assegnata la parte di colui che guarda al sesso per il sesso; mentre a lei, a Cecilia, viene ritagliata una parte che sta in bilico tra la "vita estetica" e la "vita etica".

Nel romanzo non c'è alcun riferimento alla riflessione di Kierkegaard sul concetto di "scelta", ma di fatto il tema centrale del romanzo è proprio questo: è da preferire "lo stadio estetico" della vita, caratterizzato dall'immediatezza, dal contingente, dal particolare, o "lo stadio etico", simboleggiato dalla figura del marito?

E' Cecilia a scrivere in una mail che "sono diaboliche le donne innamorate". E' sempre lei a voler esser guardata da lui perchè "quannu mi talii, mi sentu a fimmina cchiù beddra di tuttu u munnu e la me peddre si fa sita sutta li to' manu". Ovvero: "Non mi sono mai sentita così desiderata, a parte gli allupati di paese e qualche maldestro tentativo di lusinghe più intellettuali smascherate nei loro reali intenti". Arriva perfino a identificarsi in una "geisha", "sempre ubbidiente e che asseconda ogni desiderio dell'uomo che la possiede".

Ma poi - di fronte alla constatazione che Hubert non vuole, o non può, dare un taglio alla sua vita familiare (vita etica) per tentare una nuova vita con Cecilia – invoca: "allora lascia ch'io speri ancora nella cazzata estrema, lasciami aspettare, forse senza mai trovarlo, un uomo capace di tanto amore". Ecco quindi la propensione (o se si vuole: la scelta) per una "vita etica" da preferire alla "vita estetica".

Il ruolo che l'autrice, Katia Regina,  assegna a lui, all'uomo maturo ed intellettuale, è quello del gigante dalle gambe di sabbia. Un uomo che balbetta quando lei lo mette a nudo, quando sottolinea le mille scuse che lui frappone ai loro incontri.

Il libro pone all'attenzione del lettore due tematiche di notevole spessore: la prima riguarda il concetto "dell'attesa di incontrasi" che, per due innamorati o due amanti, ha una valenza che in alcuni casi è maggiore dello stare assieme vero e proprio. La seconda questione riguarda invece la "solitudine". Quello stato d'animo che Laura Bonelli, nel suo "Piccole storie dei sette giorni", definisce la "mantide religiosa, madre della tristezza". 

 

   

 

                           
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