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Panama, gli indigeni e la fondazione Nuestra Senora del Camino
Panama, gli indigeni e la fondazione Nuestra Senora del Camino
Panama, gli indigeni e la fondazione Nuestra Senora del Camino admin
admin - martedì, 3 giugno, 2014
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di Simone D'Avvocato

Nella sinuosa ed esuberante terra di Panama, su una cordigliera senza tempo sospesa tra le nuvole, vive quasi incontaminata la comunità indigena degli Ngäbe-Buglé. Se non fosse per qualche radiolina di prima generazione, unico tramite verso il mondo, probabilmente la dimensione temporale sarebbe definita unicamente dall’alternarsi del giorno e della notte. Se si aggiunge l’assenza di corrente elettrica, rete fognaria e acquedotti, diventa facile immaginare il mondo incantato di uno dei sei ceppi indigeni dispersi sul territorio panamense.

Addentrarsi in questo mondo primordiale, una volta giunti nella provincia di Chiriquí, poteva risultare traumatico, soprattutto dopo aver passato i primi giorni nella dinamica e caotica PanamaCity al fianco dell’inesauribile don Hector, il quale mi ha calorosamente accolto e introdotto in quell’incredibile “frullatore” che è il suo paese. Per fortuna, il fascino della natura e della curiosità verso una realtà così lontana dall’immaginario comune, ha avuto facilmente sopravvento. Salire quelle montagne è stato un vero e proprio viaggio nel tempo.  Più si saliva, più indietro nel tempo mi sembrava di andare e tanto più la natura si faceva ammaliante. Il suo incanto induceva naturalmente alla meditazione e alla dilatazione dei sensi, permettendo di percepire inequivocabilmente l’essenza dell’unità. Senza esagerare, penso di non aver mai provato una sensazione di serenità e armonia così intenso.

In questo paradiso, ben distanziate tra loro, s’incontrano le singolari capanne a forma di trullo degli indigeni, che si mimetizzano perfettamente con l’ambiente. Sono davvero adeguate al loro contesto, esteticamente parlando, ma di certo non funzionali alla vita di famiglie numerose. Osservando la situazione degli alloggi, si capisce come il loro problema principale sia la mancanza di programmazione, che probabilmente è ricollegabile proprio alla loro (non) percezione del tempo. Una prova lampante consiste nel fatto che non esiste la concezione del risparmio. Un’altra prova è l’agricoltura, insufficiente a soddisfare la sussistenza nonostante la terra fertile sia l’unica risorsa abbondante.

Per questo motivo la fondazione Nuestra Señora del Camino, guidata dall’istrionico e irreprensibile padre Adonai, porta avanti una serie di progetti che mirano, non tanto a fornire beni primari agli indigeni, quanto a rendere consapevoli gli stessi della propria condizione e a fornire loro gli strumenti necessari per organizzarsi meglio, essere autonomi e patire meno stenti, soprattutto per la prole numerosa. La fondazione mette a disposizione infrastrutture per lo sviluppo di abilità teoriche e pratiche in aree come la coltivazione sostenibile, costruzione, panificazione, calcolo, inglese, disegno artigianale ecc., offrendo tutti i materiali e le risorse necessarie alla realizzazione dei progetti in favore della comunità locale. Inoltre, offre assistenza alle donne in maternità e agli anziani che hanno bisogno di spazi comuni e attenzioni specifiche. In pratica, si sostituisce allo Stato, manifestamente incapace, ponendo anche rimedio ai danni provocati dallo stesso. Infatti, l’intervento statale -principalmente attraverso contributi erogati secondo criteri discutibili- si traduce in assistenzialismo, penalizzando l’emancipazione della comunità indigena che viene, di fatto, relegata ad una funzione parassitaria.

Grazie ad uno di questi progetti ho potuto affiancare un gruppo d’indigeni nella costruzione di una delle prime case di mattoni. E’ stata un’opportunità unica per penetrare la loro natura discreta, diffidente e introversa. Del resto come biasimarli per un comportamento tale nei confronti di uno dei pochi bianchi che incontrano nel corso della loro vita - soprattutto se si tiene conto del retaggio della colonizzazione spagnola - quando da noi lo straniero è ancora un alieno per tanti?

E’ stato sorprendente constatare che la loro curiosità nei miei confronti si faceva ogni giorno più coraggiosa. E’ stato divertente rispondere alle loro domande a volte davvero strambe. E’ stato davvero unico il rapporto di fiducia instaurato con un mondo così diverso che mi ha permesso di vivere nella bellezza pura della semplicità. I momenti più belli sono stati indubbiamente quelli condivisi con i bambini che incrociavo ogni giorno lungo il tragitto verso il cantiere. I loro sguardi incuriositi erano sempre pronti a trasformarsi in splendidi sorrisi al mio saluto, e il loro affetto faceva sorgere il sole ogni giorno, solo per me, su quelle montagne spesso inghiottite da fiumi di nuvole che ne modificavano continuamente la geografia, conferendo una spettacolare dinamicità al paesaggio che sembrava necessaria a bilanciare la vita compassata dei suoi abitanti. Tanti di loro mi s’inchiodavano davanti per chiedere il nome, il motivo della mia presenza, per fare una foto o per altre ragioni tra le più disparate, tutte utili a farmi sentire come loro, stesso frutto del Creato.

Inoltre, ho conosciuto Carlos e Maria, una coppia d’insegnanti di una città fuori mano che, oltre a svolgere il proprio lavoro nella scuola della riserva vivendo lontani dal cosiddetto mondo civilizzato, hanno creato con le proprie mani e aiuti risicati e occasionali un piccolo rifugio con funzione di collegio per alcuni di quei bambini che vivono a più di 4-5 ore di cammino dalla scuola. Questi due angeli, si prendono cura di più di venti bambini fornendogli tutto il necessario, crescendoli come figli propri e provvedendo alla loro educazione con tanta gioiosa passione e dedizione.

Grazie alla loro opera e ai doni dei bambini ho compreso un concetto che vale la pena di condividere - fondamentale a mio modesto parere - che il poeta libanese Khalil Gibran esprimeva così: “E vi sono quelli che danno senza rimpianto ne gioia e senza curarsi del merito. Attraverso le loro mani Dio parla e attraverso i loro occhi sorride alla terra”.

 

                           
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